Questa
ricchezza di presenze italiane costituisce un’evidente anomalia rispetto
alla coerenza complessiva del Ppe sui valori che si intendono difendere.
Il congresso del
Partito popolare europeo, svoltosi la settimana scorsa a Berlino in
omaggio alla ritrovata unità della Germania, ha probabilmente sancito
(almeno a livello continentale) la fine del modello di partito
democristiano come l’abbiamo conosciuto dal dopoguerra fino all’inizio
degli anni Novanta dell’altro secolo. Un partito di ispirazione
cristiana, saldamente insediato al centro dei Parlamenti nazionali come
forza maggioritaria o comunque determinante nelle alleanze di governo, in
grado di tenere all’opposizione, nello stesso tempo, la destra e la
sinistra.
Quel partito – scomparso peraltro da molti anni in
Francia e cooptato nella grande concentrazione di centrodestra gollista
– ha retto in diversi altri Paesi, fra i quali l’Italia, finché è
rimasto in piedi il Muro di Berlino e dunque finché gli elettorati
europei non hanno visto altra garanzia di libertà e di sicurezza
"atlantica" che, appunto, le democrazie cristiane.
Il Partito popolare europeo, presente nel Parlamento di
Strasburgo fin dalle prime elezioni del 1979, è sempre stato
caratterizzato da due fondamentali ispirazioni: quella cristiana
(cattolica o protestante) e quella europeista; e da una collocazione
centrista intesa nello spirito della Dc degasperiana, "volta a
sinistra", cioè (evangelicamente parlando) dalla parte dei poveri,
dei "non garantiti".
Negli ultimi dieci anni questo
modello di democrazia cristiana è progressivamente svanito, per una serie
di motivi, fra i quali sembra preminente, per la sua complessità e
vastità, la secolarizzazione. Il problema è di vedere che cosa ha
sostituito, o sta sostituendo, grazie all’ingresso nel Ppe di partiti
come quello conservatore inglese o come Forza Italia, programmaticamente
improntati al liberismo e non immuni da tendenze all’euroscetticismo,
quelle due ispirazioni e quella collocazione.
Naturalmente il quadro ideologico-programmatico del
Partito popolare europeo così geneticamente mutato rispetto al passato
non vale dappertutto allo stesso modo. L’Italia, sotto questo aspetto,
è in una posizione di particolare singolarità: ben cinque partiti
nazionali aderiscono al Ppe, tre collocati nel centrodestra (Forza Italia,
Ccd e Cdu) e due nel centrosinistra (Ppi e Rinnovamento) mentre altri tre
fanno parte del suo gruppo parlamentare a Strasburgo (Udeur, Svp e Partito
di pensionati). Questa ricchezza di presenze, tutte obbligate a tener
conto della situazione politica, sociale (e religiosa) del nostro Paese,
costituisce un’evidente anomalia rispetto alla coerenza complessiva del
Ppe riguardo ai valori che si intendono condividere e difendere.
Facciamo un esempio eloquente.
In una delle commissioni del Congresso di Berlino in cui si è lavorato al
documento comune per "un’Unione dei valori" tutti i delegati
italiani sono stati uniti nel respingere un testo in cui si leggeva che «la
famiglia dove l’uomo e la donna si prendono la responsabilità dei loro
figli costituisce il fondamento della nostra società. Ma riconosciamo l’esistenza
di nuovi modelli familiari e le loro esigenze»: il che era un chiaro
lasciapassare per le "coppie di fatto". Per le proteste degli
italiani è stato presentato un emendamento in cui il
"riconoscimento" diventava una meno drastica ma non meno
insoddisfacente "presa d’atto". Entrambi i testi sono stati
respinti e rinviati alla discussione generale del giorno seguente, con una
proposta alternativa siglata da Castagnetti, Ppi, D’Onofrio, Ccd, e
Mauro, FI, in cui si distingueva nettamente tra famiglia fondata sul
matrimonio e convivenza. Proposta inutile: il Congresso ha preferito la
"presa d’atto".
Non è che un esempio, ma significativo di un disagio
che non mancherà di farsi sempre più chiaro nel Ppe "geneticamente
mutato" anche su tutti gli altri temi che stanno (o dovrebbero stare)
a cuore a tutti i cattolici, dall’aborto alla bioetica all’eutanasia,
o su quelli legati al processo di ulteriore integrazione europea.
A Berlino l’attenzione dei "media" italiani
è stata rivolta quasi esclusivamente all’esordio di Silvio Berlusconi
come uno dei leader di spicco del nuovo Ppe, sia per il discorso da lui
pronunciato alla tribuna congressuale, sia per le numerose dichiarazioni
alla stampa. L’uno e le altre sono stati contraddistinti da una forte
connotazione preelettorale. Il capo di Forza Italia è sicuro della
vittoria della Casa delle Libertà e questa sicurezza gli fornisce l’orgoglio
necessario a indicare non solo le cose che farà, ma anche i compiti che
spetteranno all’opposizione, di cui si augura che la responsabilità
tocchi non già a Rutelli ma a D’Alema, con cui ebbe un breve flirt al
tempo della passata Commissione bicamerale per le riforme istituzionali.
Questo 2001 elettorale si annuncia davvero stuzzicante.