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INCHIESTA - Sindrome dei Balcani

URANIO IMPOVERITO
La verità nascosta

di ALBERTO BOBBIO e FRANZ GUSTINCICH
   
    

   Famiglia Cristiana n.3 del 21-1-2001 - Home Page
Troppe cose ancora da scoprire

Non era un mistero, dicevamo due settimane fa. Dov’è la verità, ci chiedevamo la settimana scorsa. Ora, a giudicare anche dalle mosse del nostro Governo, dalle polemiche negli altri Paesi e dalle reazioni in sede Nato, è chiaro che di verità da scoprire ce ne sono ancora molte. Valeva la pena, dunque, di occuparsi di questo uranio che, in silenzio, dai proiettili sta intanto passando alla nostra vita quotidiana. Famiglia Cristiana offre qui il suo contributo, intervistando soldati, medici e scienziati. La verità, come sempre, impoverisce solo l’uranio (f.s.).

L'Italia sapeva ed era preoccupata. Sapeva che erano stati sparati proiettili all’uranio impoverito. Sapeva che erano pericolosi. Il generale Mauro Del Vecchio aveva mandato davanti alla lunga colonna di mezzi italiani in marcia verso Pec nuclei di specialisti in grado di affrontare rischi nucleari. Nessun altro contingente lo fece. Tutti i soldati avevano con sé maschera, tuta e dosimetro per misurare l’eventuale radioattività. Ricorda Francesco Bini, capo dell’ufficio che la Caritas italiana aveva aperto a Klina, 26 chilometri ad est di Pec: «Era il 4 luglio 1999. Il maresciallo Luigi Coluccia del battaglione San Marco, che presidiava la città, ci avvisò che in tre luoghi erano stati colpiti carri e contraeree serbe con proiettili all’uranio. Ci spiegò di stare alla larga e di avvisare la popolazione». Come mai gli italiani sapevano e non facevano mistero del rischio neppure con i comandi Nato? Al punto che a Bruxelles in una riunione tenuta tra il 26 e il 28 luglio, per adeguare il dispositivo militare in termini qualitativi, l’Italia chiese che in Kosovo fosse presente anche il 7° "Cremona", la compagnia di specialisti NBC (Nucleare, batteriologico, chimico) di stanza a Civitavecchia. La risposta della Nato sorprese l’Italia: «In merito al contributo nazionale il D.S.A.C.Eur ha chiesto di eliminare dalla lista delle forze la Compagnia NBC in quanto non sussisterebbero ragionevoli motivazioni per l’impiego di detta compagnia». Il D.S.A.C.Eur (Deputy Suprem Allied Commander in Europe) è il capo di Stato maggiore della Nato. La nostra difesa, nonostante il parere contrario, invia in Kosovo gli specialisti. Ricorda il generale Cervoni, capo di Stato maggiore dell’esercito: «Il rischio non è mai stato sottovalutato».

Nella cartina: le zone del Kosovo dove è stato impiegato l’uranio impoverito.
Nella cartina: le zone del Kosovo dove è stato impiegato l’uranio impoverito.

Di uranio impoverito si comincia a parlare il 31 marzo, sei giorni dopo l’inizio dei bombardamenti sulla Iugoslavia. La denuncia è della Federazione autonoma italiana lavoratori elettrici. Il portavoce Burroni afferma: «La Nato utilizza proiettili cinetici contenenti uranio impoverito». Il 13 aprile il biologo molecolare olandese Henk van der Keur per la prima volta avverte sui rischi: «È un serio pericolo per soldati e civili». Il 30 aprile il ministro iugoslavo dell’Agricoltura Nedeljko Sipovac in una lettera a tutti i Governi Nato e a Klaus Toepfer, capo dell’Unep, l’agenzia dell’Onu per la protezione dell’ambiente, scrive di aver «constatato aumento dei livelli di radioattività», a suo dire «risultato dell’uso di proiettili all’uranio impoverito». Ma Sipovac è un ministro di Milosevic. Eppure l’Unep, in piena guerra, invia una missione a Belgrado. Al ritorno viene redatto un rapporto «ad uso interno» nel quale alla fine del capitolo 3 in una sola secca riga si legge: «La Nato sta usando armi contenenti uranio impoverito». La Bbc avverte della possibilità di contaminazione con una nota di servizio gli inviati in Macedonia, Albania e Iugoslavia.

Il primo rapporto ufficiale dell’Agenzia per l’ambiente dell’Onu è diffuso in giugno. Le truppe internazionali entrano in Kosovo nella notte del 12 giugno. Scrive il Rapporto: «Le argomentazioni riguardo all’uranio impoverito sono limitate. Per cui non è possibile fare una valutazione». Comincia qui il contenzioso tra l’Onu e la Nato, che si rifiuta di consegnare le mappe con i siti colpiti, adducendo motivi di riservatezza. Il Macc di Pristina, l’ufficio Onu che sovrintende alle operazioni di sminamento, più volte sollecita le mappe, ma riesce ad ottenerle solo alla fine dell’anno.

In Italia da diversi mesi alcune interrogazioni parlamentari chiedono al Governo di rispondere circa l’uso di uranio impoverito. Anche il Parlamento inglese il 19 luglio dedica una seduta alla questione dell’uranio. Leggendo la trascrizione stenografica del dibattito si scopre che anche l’Unhcr (l’Agenzia Onu per i profughi) era al corrente. L’ufficio di Scutari dell’organizzazione alla fine di giugno avvisa i profughi, che volevano subito tornare in Kosovo, di rischi di radioattività. E il 15 settembre ’99 a Pristina, alla fine di una riunione, Maureen Connelly, funzionaria dell’Unhcr, firma un documento nel quale si sollecitano «immediate informazioni sul rischio», test clinici e protezioni per lo staff internazionale e la popolazione locale. Ma i siti non vengono segnalati. Per il comando di Kfor e per la neonata amministrazione Onu, presieduta da Bernard Kouchner, evidentemente non c’è alcun problema. A Klina, dove la Nato ha colpito pesantemente, i bambini giocano sui resti dei carri serbi.

Un bambino accanto a un carro armato serbo distrutto dai bombardamenti della Nato a Klina, in Kosovo (foto Reuter).
Un bambino accanto a un carro armato serbo distrutto dai bombardamenti
della Nato a Klina, in Kosovo (foto Reuter).

L’Agenzia per l’ambiente dell’Onu torna in Kosovo e prepara un altro rapporto in ottobre, finanziato per 40 mila dollari dal ministero dell’Ambiente italiano. Lo pubblica Pekka Haavisto, finlandese, capo missione, che torna a chiedere alla Nato le mappe dettagliate e ripete che senza informazioni precise non si possono fare valutazioni. Bisogna aspettare altri dieci mesi e leggere il Rapporto di luglio 2000 per sapere che «le armi all’uranio impoverito sono state usate in 100 località in Kosovo, nelle zone dove operano soldati tedeschi e italiani». Il Rapporto definisce "horrific", raccapricciante, l’effetto sulla popolazione: «Questa contaminazione causa il cancro».

L’Italia intanto va avanti per la sua strada, convinta che bisogna fare di più circa l’analisi sui proiettili all’uranio. In Senato viene presentata una legge, numero 6646, il 19 ottobre ’99 sulla ricostruzione e sviluppo nei Balcani. Il sottosegretario all’Ambiente Valerio Calzolaio presenta un emendamento nel quale chiede di destinare 4 miliardi al monitoraggio «chimico-fisico e radioattivo». La legge a tutt’oggi non è stata ancora approvata. Calzolaio pensa addirittura a una missione italiana in Kosovo sotto egida internazionale. Ma ci sono problemi diplomatici.

Le prime mappe, molto approssimative, vengono inviate dalla Nato via fax all’Onu a New York il 7 febbraio 2000 e un mese dopo, il 7 marzo, il fax arriva anche al nostro ministero della Difesa. Il ministero dell’Ambiente con la collaborazione dell’Anpa, sulla base delle coordinate degli interventi aerei, elabora una mappa dettagliata e la fornisce alla nuova missione Unep che si appresta a partire il 4 novembre 2000. Nessun esperto italiano era previsto che ne facesse parte. Ma pochi giorni prima della partenza l’Unep offre un posto a Umberto Sansone, scienziato dell’Anpa.

Le ricerche degli esperti della Commissione portoghese sulla radioattività in Kosovo (foto Reuter).
Le ricerche degli esperti della Commissione portoghese
sulla radioattività in Kosovo (foto Reuter).

La commissione per 15 giorni gira per il Kosovo. Raccoglie 340 campioni, che vengono mandati in diversi laboratori europei e americani. Ottanta campioni vengono analizzati in Italia. I primi dati sono stati diffusi dal laboratorio svizzero di Spiez l’11 gennaio scorso. Ernst Schimd ha spiegato che gli esperti hanno trovato isotopi 236 di uranio, che non esistono in natura. Si tratta di materiale che proviene dal combustibile delle centrali nucleari, «molto più pericoloso», secondo Massimo Palombi ricercatore dell’Enea, «dell’uranio impoverito, perché emette radiazioni gamma». Cosa hanno sparato gli A 10 in Kosovo?

La missione ha effettuato rilevamenti in 11 siti, senza mai vedere, spiega Umberto Sansone, «carri armati colpiti». Perché non è stata a Klina? La zona ora è sotto il controllo dei soldati portoghesi, che dipendono però dal comando italiano di Pec. E la scorsa settimana gli esperti di Lisbona, accompagnati da tre ministri, sono andati a studiare proprio quella situazione.

I malati sono 30, secondo il ministro della Difesa Sergio Mattarella, i morti 7. L’esercito, che ha mandato nei Balcani il maggior numero di uomini rispetto a marina e aeronautica e forze di polizia, conta, tra il personale che è stato in Bosnia, in Kosovo e in Macedonia, 8 malati di leucemia e quattro morti. Altri 7 sono stati colpiti da altri tipi di tumore. Di essi uno è morto. In totale dal 1995 sono stati nei Balcani 42 mila uomini. «L’incidenza nazionale delle leucemie è pari a 2,5 malati ogni 100 mila persone ogni anno, tra i 20 e i 30 anni di sesso maschile», spiega l’epidemiologo Giuseppe Sechi di Cagliari. I 30 casi sotto osservazione si sono però verificati negli ultimi cinque anni e non si conoscono le classi d’età. L’esercito aveva diramato il 3 maggio 2000 una nota (prot. n. 04236/318) con le misure di protezione per i soldati in Kosovo. La nota prevede anche esami sanitari per i soggetti a rischio, che hanno «soggiornato od operato in prossimità di un obiettivo colpito da munizionamento ad uranio impoverito». Ma sia per i soldati sia per i civili, che ritengono di essere stati esposti a radiazioni, c’è già la legge 230/95, che prevede la sorveglianza medica a carico del datore di lavoro.

Alberto Bobbio, Franz Gustincich
(ha collaborato da Ginevra M.G. Coggiola
)

Un ex militare portoghese della Nato in Kosovo malato di leucemia (foto Reuter).
Un ex militare portoghese della Nato in Kosovo malato di leucemia (foto Reuter).

In Bosnia l’uranio c’era, ma non per la Nato

Il primo rapporto sull’uso di uranio impoverito in Bosnia risale al 1996. È uno studio dell’Istituto di scienze nucleare Vinca di Belgrado. Parla di lancio di proiettili «composti da uranio-238» sulla fabbrica di Hadzici, a ovest di Sarajevo, e su obiettivi sul monte Romanija, a Srbinje, Milici, Vlasenica, Han Pijesac, Sokolac, Pale, Vogosca, Rogatica, Kalinovik e nella zona occidentale della Repubblika Srpska. Ad Hadzici dopo l’entrata in Bosnia delle truppe internazionali sono andati i francesi e poi i tedeschi. Il monte Romanija, Sokolac, Han Pijesac, Pale e Vogosca sono nel settore italiano, ma i nostri soldati in questi luoghi non hanno mai avuto basi fisse, eccetto Vogosca, dove risiedevano all’inizio in un albergo assai lontano dalla fabbrica della Volkswagen colpita dai raid. Milici e Vlasenica sono nel settore Usa, Srbinje nel settore francese e ora in quello tedesco, a Rogatica c’erano i portoghesi e dall’anno scorso gli italiani, a Kalinovik i francesi e la zona occidentale della Repubblica serba è sotto responsabilità inglese. La Nato non ha colpito la caserma Tito nel centro di Sarajevo dove ora alloggiano i nostri militari. L’Alleanza ora ammette che erano stati usati proiettili all’uranio. Ma il 15 dicembre ’97 il portavoce della Sfor a Sarajevo, il tenente colonnello Garneau, in risposta a un articolo di Oslobodjenje, assicurò: «Mai la Nato ha usato proiettili all’uranio nei raid in Bosnia». «Noi non ne abbiamo mai trovati», ricorda il colonnello Mario Pellegrino, allora capo degli sminatori del nostro contingente. L’ospedale pediatrico dove andò ad alloggiare il contingente italiano venne controllato. Furono trovate mine e i contenitori del cesio 125 per le radioterapie. Dopo qualche mese sul tetto vennero rinvenuti due coni di parafulmine che avevano una bassa radioattività. Ma il tetto non era pattugliato dai soldati e il piano sotto il tetto era disabitato. I due coni vennero tolti e seppelliti in una zona di montagna lontana da Sarajevo, a una profondità di 35 metri.

a.bo. e f.g.

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