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Davvero vogliamo scoprire l’effetto di quei proiettili? E allora studiamo l’Iraq di FULVIO SCAGLIONE |
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Il 13 aprile 1999, l’Università di Pavia ha siglato con quella di Baghdad un accordo di cooperazione in campo medico in tre settori principali: didattica (aggiornamento accademico e documentazione scientifica), ricerca (indagine epidemiologica e ricerca clinica) e assistenza (intervento strutturale e formazione infermieristica). La formalizzazione dell’accordo ha visto impegnati, in vari viaggi (nel 1999, a fine 2000, e nel marzo 2001 vi sarà una terza missione), l’ematologo Enrico Brusamolino, della Divisione di Ematologia del Policlinico San Matteo Irccs, l’economista Gianni Vaggi, direttore del Centro per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo (Cicops) dell’Università di Pavia e il chirurgo pediatra Gian Battista Parigi del Dipartimento di Scienze pediatriche dell’Università di Pavia e rappresentante nel Cicops della facoltà di Medicina e Chirurgia. Uomini di scienza, ragionevoli e informati: ascoltiamoli.
Parigi: «Il problema è che nessuno lo sa. L’uranio depleto è usato anche per foderare, all’esterno, i reparti di radiologia e radioterapia perché, essendo assai denso, è più efficace persino del piombo. Nessuno però sa che cosa accade quando un proiettile a uranio depleto (UD) imbottito di esplosivo colpisce un carro armato. Per misurare quanto uranio 235, l’isotopo radioattivo dell’uranio, si libera, bisognerebbe andare sul campo di battaglia o creare condizioni simili». Brusamolino: «Il proiettile a uranio depleto, quando colpisce il bersaglio, con conseguente trasformazione dell’energia cinetica in energia termica, sviluppa temperature fino a 5.000 gradi. A queste temperature il materiale solido vaporizza. A questo punto le particelle di isotopo radioattivo 235, contenute in minima parte nell’uranio 238, vengono disperse nell’ambiente. Tutti coloro che non sono protetti e inalano o ingeriscono (anche con l’acqua o i cibi) questo materiale radioattivo corrono il rischio di depositare negli organi interni del materiale radioattivo. E il tempo di decadenza dell’uranio radioattivo è di migliaia di anni».
Brusamolino: «Non posso pensare che i nostri colleghi scienziati di Baghdad abbiano fornito notizie tendenziose quando ci hanno parlato di un aumento significativo della radioattività nel suolo e nelle acque del Sud dell’Iraq. Per questo sono abbastanza perplesso che a tutt’oggi non sia stato rilevato un aumento della radioattività nel suolo della Bosnia e del Kosovo; va anche detto che in Iraq sono stati usati 1 milione di proiettili UD contro i 10.000 dichiarati della Bosnia e i 31.000 del Kosovo».
Brusamolino: «Dai registri tumori sulla popolazione globale si desume che l’incidenza di leucemie acute è di circa 2-3 casi su 100.000 persone per anno. Questo dato vale, con minime variazioni, per tutti i Paesi occidentali, Usa compresi. Dai primi dati a disposizione, parrebbe che il numero dei casi osservati nei Balcani sia superiore a quello dei casi attesi. Questo impone di ricercare ogni causa che abbia potuto determinare tale aumento».
Brusamolino: «La latenza tra un eventuale contatto tossico e lo sviluppo di una leucemia indotta può variare da 3 a 10 anni, con una media intorno ai 4 anni».
Parigi: «Parlare di leucemie per il Kosovo non ha senso, per ora. Potrebbe averlo per la Bosnia, si tratterebbe allora dei primi casi».
Brusamolino: «Indubbiamente sì. Lo studio della popolazione irachena, specie nel Sud del Paese, e dei casi di leucemia che si sono sviluppati in eccesso negli ultimi 6-7 anni, può rappresentare un modello ideale per uno studio epidemiologico su larga scala». Vaggi: «Una cosa oggi è certa: se vogliamo provare se c’è o no relazione tra uso dei proiettili UD e lo sviluppo delle leucemie, bisogna studiare l’Iraq. E questo studio diventa ogni giorno di più un’esigenza non solo scientifica ma anche morale».
Brusamolino: «L’idea, che avevamo discusso anche in Iraq con i colleghi medici ed epidemiologi dell’Università di Baghdad, era quella di poter fare uno studio tipo caso-controllo. In questo studio, i soggetti che hanno sviluppato una leucemia (casi) vengono confrontati con soggetti che hanno le stesse caratteristiche di età, sesso, luogo d’origine, abitudini alimentari, e che sono stati esposti verosimilmente allo stesso danno tossico, ma non hanno sviluppato la leucemia (controlli). Con questo tipo di analisi statistica si dovrebbe riuscire a stabilire un’eventuale responsabilità di alcuni fattori tossici nel produrre la leucemia». Parigi: «Un altro approccio, epidemiologicamente più semplice (ma forse meno affidabile), potrebbe essere quello di confrontare l’incidenza delle leucemie tra popolazioni diversamente esposte al tossico. Quali, ad esempio, la popolazione delle zone di Bassora nel Sud, dove ci furono bombardamenti pesanti, di Baghdad nel centro, dove i bombardamenti furono meno pesanti, e di Mossul nel Nord. Per quello che risulta a tutt’oggi, anche tenuto conto della difficoltà di registrare e diagnosticare correttamente i casi, l’incidenza di leucemie nel Sud del Paese sembra significativamente più alta che nelle altre regioni».
Brusamolino: «In realtà il problema è complesso, forse addirittura irrisolvibile per la grande quantità di variabili in gioco. Durante la guerra del Golfo, i possibili fattori tossici sono stati innumerevoli: pozzi petroliferi incendiati, con rilascio nell’aria di sostanze cancerogene, solventi chimici, inquinamento delle acque, armi chimiche, gas nervini e antidoti. Oltre alla popolazione locale, anche i militari Usa sono stati esposti a tossici e hanno poi lamentato diversi sintomi, raggruppati sotto la dizione Sindrome del Golfo, la cui natura e origine sono lontane dall’essere chiarite».
Brusamolino: «Ogni volta che si viene in contatto con un agente mutageno (che può provocare modificazioni genetiche delle cellule), quale la radioattività, esiste la possibilità di un danno. Del resto è dimostrato sperimentalmente che radiazioni e tossici chimici possono produrre leucemie; nella genesi dei linfomi probabilmente entrano altri fattori che coinvolgono un difetto del sistema immunitario nel controllo dello sviluppo del tumore. Senz’altro c’è un rapporto tra la genesi di una leucemia e il contatto con sostanze chimiche o radianti. Il problema per l’Iraq, come per la Bosnia e per il Kosovo, è capire se l’uranio depleto sia il principale fra questi agenti, tenuto conto della molteplicità dei fattori di cui abbiamo parlato. Certo, dal punto di vista epidemiologico la differenza di incidenza delle leucemie tra Nord e Sud dell’Iraq è molto suggestiva».
Parigi: «Quello che si può dire oggi è: non sappiamo che cosa fa l’uranio depleto quando viene vaporizzato». Brusamolino: «Da un punto di vista epidemiologico, come ho cercato di dire, è difficile dimostrare questo rapporto in modo inoppugnabile». Parigi: «Su questo tema si scivola in fretta dal medico e dal fisico al giuridico. Gli Usa hanno 30-35.000 veterani che, se potessero dimostrare che hanno la Sindrome del Golfo per colpa dell’uranio, delle vaccinazioni e della guerra, farebbero partire una massa di cause di risarcimento. Il discorso dunque diventa: non ho la prova che l’uranio depleto è colpevole, ergo presumo che sia innocente. Gli Usa trasferiscono a livello scientifico un ragionamento giuridico».
Vaggi: «Infatti. Fa male o non fa male non è solo un problema della scienza. È anche un problema di democrazia. In Kosovo, soprattutto, ma anche in Bosnia e in parte in Iraq-Kuwait, in discussione c’era la cosiddetta ingerenza umanitaria. Si tratta dunque di capire come quest’ingerenza va gestita nei casi in cui dev’essere condotta anche con la forza. La popolazione civile, finita la guerra, che cosa si ritrova? Essere trasparenti, come chiede l’Italia e dovrebbe chiedere l’Onu, è fondamentale. Se un nemico ci attacca e ci difendiamo con l’uranio depleto, possiamo parlare di stato di necessità. Ma se mandiamo l’esercito a liberare il Kosovo, l’opinione pubblica deve sapere tutto, rispetto ai militari ma anche ai civili kosovari, serbi e iracheni. La gente deve potersi fidare, e per farlo deve sapere che dietro la guerra umanitaria non ci sono interessi strani, che i mezzi sono proporzionati ai fini. Quindi non si possono nascondere gli effetti di un armamento. O non appurare quali sono, con tutti i mezzi che la scienza offre e ovunque farlo sia significativo da un punto di vista scientifico». Fulvio Scaglione |
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