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Per i
francesi, lo shock è arrivato con il telegiornale del 9 gennaio,
quando sullo schermo è apparsa una giovane donna bruna. «Ho gli
stessi sintomi dei reduci: sono la prima vittima civile francese
delle guerre del Golfo e dei Balcani», ha dichiarato Marie-Claude
Dubin, inviata speciale di un quotidiano parigino. Aveva
"coperto" la guerra del Golfo nel 1991 e poi i conflitti
in Bosnia e nel Kosovo; da allora soffre di problemi intestinali,
neurologici e muscolari. Prima che li rivelasse, l’opinione
pubblica transalpina manifestava scarso interesse per la
"sindrome dei Balcani". Eppure, anche diversi soldati
francesi sono stati contaminati: finora non si lamentano morti, ma
quattro militari che facevano parte delle forze di intervento in
Bosnia e nel Kosovo sono stati ricoverati in ospedale, affetti da
forme di leucemia a evoluzione rapida. I medici ritengono di
poterli salvare, e le autorità militari continuano a ripetere che
il legame tra la malattia e le armi usate dalle forze della Nato
resta da stabilire. I giornali hanno però rivelato che anche l’Armée
francese ha in dotazione munizioni con uranio impoverito. Il
socialista Paul Quilès, ex ministro delle forze armate e attuale
presidente della commissione difesa dell’Assemblea nazionale, ha
puntato un indice accusatore contro gli Usa. «Gli americani», ha
detto, «hanno la pessima abitudine di prendere delle decisioni
unilaterali, anche quando si tratta di usare un’arma piuttosto
che un’altra, senza informare i loro alleati». Adesso, l’emozione
cresce anche in Francia come nel resto dell’Europa, dove le
vittime accertate della "sindrome dei Balcani" sono già
una ventina: sperando che la tragica conta di queste vittime
silenziose non sia destinata a salire.
Paolo Romani
| «Le analisi
epidemiologiche indicano che...»
Dalla relazione sul
"Progetto di cooperazione" tra l'Università di Pavia
e quella di Baghdad, firmata da Fabio Alberti (presidente dell'Ong
"Un ponte per…"), Abdulsattar Al-Dabbagh (vice
presidente per gli Affari scientifici dell'Università di
Baghdad), Hussan Charmookly (delegato agli Affari scientifici
della facoltà di Medicina dell'Università di Baghdad) e Gian
Battista Parigi (delegato della facoltà di
Medicina e Chirurgia del Cicops, Centro interfacoltà
cooperazione Paesi in via di sviluppo dell'Università di
Pavia):
«…Analisi epidemiologiche retrospettive hanno indicato una
possibile correlazione fra l’esposizione a uranio radioattivo
per uso bellico e aumento del rischio di sviluppare una delle
seguenti cinque patologie: neoplasie, aborti spontanei,
malformazioni congenite, neuropatie e miopatie. I tipi di tumori
che hanno mostrato un maggior incremento sono stati le leucemie
acute, i tumori del polmone, della pelle e del seno. Queste
osservazioni concordano con quanto osservato sperimentalmente
dopo esposizione a radiazioni ionizzanti. L’aumento di questi
tipi di tumori ha avuto luogo da 3 a 7 anni dalla fine della
guerra…».
Dalla relazione del professor
Gian Battista Parigi, intitolata "L'attività di
cooperazione fra
le Università di Pavia e Baghdad: ieri,
oggi, domani", al Cicops:
«…La direttrice dell’Environmental engineering
department, Nasra Al-Saddun, espone i risultati di uno
studio sulla contaminazione radioattiva di aria, terreno e acque
di superficie e profonde durante la guerra del Golfo. Lo studio
è stato condotto nel Sud del Paese nella zona dello Shatt al
Arab (confluenza del fiume Eufrate con il Tigri), che è stata
quella maggiormente esposta alla radioattività per la vicinanza
geografica con la zona dei combattimenti (Kuwait). La
contaminazione media per persona nella zona di Bassora è
risultata pari a 273 microSivert… nel giro di poche settimane:
in Italia il limite considerato invalicabile per i tecnici di
radioterapia è pari a 50 microSivert per anno. Nel corso dell’incontro
con il direttore dell’ospedale oncologico viene evidenziato
come nel corso degli ultimi 4-5 anni si sia rilevato un
incremento significativo di malattie tumorali in alcune zone
dell’Iraq (in particolare al Sud del Paese). Si tratterebbe di
un effetto a distanza dell'esposizione a uranio depleto, ma sono
necessari approfonditi studi per confermare quest’ipotesi… L’incremento
dei casi di tumore è confermato anche dalla direttrice del
Servizio di epidemiologia dell’ospedale oncologico, che
sottolinea la necessità di uno screening epidemiologico
più accurato in tutto il Paese. La registrazione dei tumori è
attualmente fatta completamente a mano, senza alcun supporto
informatico, su registri peraltro ben tenuti e in modo
apparentemente corretto. Le osservazioni fin qui svolte
indicano: aumento dei casi di leucemia acuta, soprattutto nel
Sud del Paese (l’area più vicina alle zone di guerra)…».
(a cura di Fulvio
Scaglione) |
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