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«Le
spiego cos’è l’uranio impoverito. È un metallo
sostanzialmente puro, molto meno radioattivo dell’uranio
naturale. Esso è il risultato dello scarto residuo, dopo i
processi di arricchimento dell’uranio naturale (238) con l’isotopo
235, che viene utilizzato per la fissione nucleare». Così, con
queste poche parole, il professor Renato Angelo Ricci,
presidente onorario della Società italiana di fisica, docente
dell’Università di Padova, definisce l’uranio impoverito,
lo spettro che si aggira per l’Europa, accusato di essere
stato il killer silenzioso di decine e decine di militari e
civili durante le ultime campagne militari in Kosovo, in Bosnia
e nella guerra del Golfo contro l’Irak.
Il professor Ricci nei giorni
scorsi ha letto i giornali disgustato dal comportamento dei
media e dei politici, da lui ritenuto molto superficiale nel
trattare questi temi. Quotidiani, settimanali, radio e Tv,
ministri e parlamentari hanno esternato o discusso di uranio e
di radioattività, in connessione con la cosiddetta
"sindrome dei Balcani", senza prima interpellare le
associazioni scientifiche e utilizzare competenze professionali
nel campo della fisica nucleare e della radioprotezione. Un
comportamento abbastanza grottesco e paradossale, se si pensa
che tutto questo avviene nella patria del grande fisico Enrico
Fermi. «L’uranio impoverito non ha alcuna valenza nucleare e
viene utilizzato per appesantire i proiettili e aumentarne il
potere di penetrazione all’interno delle corazze dei mezzi
blindati. L’efficacia è ovvia, visto che il suo peso
specifico è del 65 per cento superiore a quello del piombo».
E i rischi per i militari e per
la popolazione che entra in contatto con questo elemento,
professore, ci sono o no? «L’uranio impoverito presenta una
debole radioattività "alfa", un terzo circa rispetto
all’uranio presente in natura. Molto meno della radioattività
naturale, che si può riscontrare anche in molte città
italiane, per esempio nella città di Roma e dintorni». Come
dire che nella crosta terrestre l’uranio è presente e diffuso
insieme con altre sorgenti radioattive, sicché tutti, in un
modo o nell’altro, siamo oggetto di radiazioni, anche se in
misura diversa.
«Proprio così», prosegue
Ricci, «viviamo in un ambiente naturalmente radioattivo. Tanto
per fare un esempio, negli ambienti chiusi si sprigiona e si
raccoglie molto radon. Si tratta di un gas emanato dai
decadimenti di elementi naturali, ben più radioattivo e
pericoloso dell’uranio. È accertato che quest’ultimo può
dare inconvenienti solo dal punto di vista chimico-tossico, se
ingerito, così come altri metalli pesanti (come il piombo, o il
mercurio) ma non nelle quantità di cui si sta discutendo in
questi giorni. In ogni caso non vi è alcuna evidenza di
connessione con l’eventuale insorgenza di leucemia o altri
tipi di tumore nei soggetti che ne vengono a contatto».
Come dovrebbe comportarsi lo
scienziato alle prese con una situazione del genere? «Lo
scienziato indaga se siamo fuori dalla statistica per la fascia
di popolazione interessata. Se la risposta è sì, sarà
necessario andare oltre e indagare anche su tutti gli altri
fattori chimico-tossici che abbiano eventualmente agito nel
contesto di quelle campagne militari».
Ida Molinari
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