INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA - Iscrizioni entro il 25 gennaio, mentre è in discussione la nuova legge. Ma gli insegnanti sono in difficoltà

L’Ora è servita

di SIMONETTA PAGNOTTI - foto di Paolo Ferrari
   
    

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La mancanza di ruolo, l’indifferenza di molti ragazzi, la difficoltà a farsi accettare dagli altri insegnanti: le ombre ci sono, e non sono poche. Ma sono tante anche le luci: «Per favore», dicono i "prof", «aiutateci a non farle spegnere».

«Insegnare religione mi piace moltissimo, ma diventa ogni giorno più difficile: non so fino a quando riuscirò a reggere».

Detto da lei non è cosa lieve: 39 anni, 16 di insegnamento alle spalle, ottimismo da vendere, Morena Chili è una delle colonne dell’Istituto alberghiero di Castel San Pietro Terme, l’unico della provincia di Bologna e uno dei più importanti di tutta la regione Emilia Romagna, coi suoi 1.150 allievi e le modernissime attrezzature.

«Purtroppo, per molti dei nostri ragazzi, soprattutto dopo l’innalzamento dell’obbligo, questa è l’"ultima spiaggia": hanno fretta di guadagnare, sono anche molto ricercati, non capiscono a cosa serva studiare Dante se l’obiettivo è di lavorare in un ristorante o in un bar. Parecchi lo capiscono dopo, e tornano a dircelo».

In una situazione difficile, in cui è fondamentale offrire un supporto agli studenti e alle famiglie, Morena è stata tra i fondatori del Cic, il centro di informazione e di consulenza dell’istituto, nonché dello "sportello" per i genitori, per i quali organizza anche corsi di formazione, con l’ausilio di una psicologa. Per far questo, ha completato la sua formazione: oltre alla laurea in Pedagogia e al diploma in Scienze religiose, ha seguìto corsi di specializzazione per consulenti educativi e formatori per l’educazione familiare. Inutile dire che il suo rapporto coi ragazzi è splendido, ma molte volte questo non basta.

Morena Chili con gli alunni dell’Istituto alberghiero di Castel San Pietro Terme.
Morena Chili con gli alunni dell’Istituto alberghiero di Castel San Pietro Terme.

«Come la maggior parte degli istituti professionali, abbiamo una media di "avvalentesi" sotto il 50 per cento. Questo vuol dire che ci sono classi in cui tutti o quasi fanno religione e altre dove non la fa nessuno. Ho ragazzi che seguono con passione, ma non nascondo che mi sento un po’ abbandonata quando scopro che ci sono fior di catechisti e di scout che non fanno religione o la boicottano».

Luci e ombre anche nei rapporti coi colleghi. «Con alcuni i rapporti sono meravigliosi, da altri mi sento dire che "sono pagata dal Vaticano" e che "confesso i ragazzi". Altri mi chiedono di spiegare la differenza tra ortodossi e cattolici: purtroppo, l’ignoranza in fatto di religione non è esclusiva degli studenti».

Aria più tranquilla, per fortuna, nelle scuole elementari. «Insegno solo da tre anni, ma devo dire di non aver mai avuto problemi: l’educazione religiosa è importante per la crescita globale del bambino e questo, in genere, viene riconosciuto anche dalle famiglie», spiega Paola Raffaelli, 29 anni, tre di insegnamento della religione alle spalle, 25 ore di impegno settimanale tra materne ed elementari nelle scuole di Ozzano e Mercatale nel bolognese.

Tabelle.

«Le richieste di esonero, in questo ordine di scuola, sono poche, e riguardano soprattutto bambini stranieri di altre religioni: purtroppo c’è ancora l’idea che l’insegnamento della religione debba essere riservato ai credenti o praticanti».

Un’altra "oasi" sono i licei, dove l’ora di religione "tiene" bene. C’è chi ne è entusiasta, come Paolo Cavicchi, 40 anni, laureato in Lettere classiche, del liceo scientifico Sabin di Bologna, dove "copre" 18 classi su 22.

«Insegno religione da 16 anni, e non cambierei se non per fare un mestiere completamente diverso. Noi insegnanti di religione siamo invidiatissimi dagli altri insegnanti: prima di tutto perché abbiamo il privilegio di insegnare solo agli studenti che scelgono liberamente la materia, e non siamo vincolati a valutazioni di tipo millimetrico. Frustrati? Si sentiranno frustrati solo quegli insegnanti che aspirano a una normalità che dà tristezza. E poi la religione è la materia più bella che si possa insegnare, i programmi sono di tale ampiezza che offrono margini di manovra incredibile. L’unica materia affine potrebbe essere la filosofia, ma purtroppo oggi, nella scuola italiana, si insegna soltanto la storia della filosofia: l’unica materia teoretica è rimasta la religione».

Tra tante luci c’è qualche ombra: il limite dell’unica ora a disposizione, «due sarebbero indubbiamente più produttive», aggiunge Cavicchi; e, naturalmente, la mancanza del ruolo per gli insegnanti.

Franco Melegari, insegnante di religione al polo scolastico di Castelmaggiore.
Franco Melegari, insegnante di religione al polo scolastico di Castelmaggiore.

Altrettanto entusiasta, ma più prudente, Franco Melegari, 47 anni, oltre vent’anni di insegnamento alle spalle, laurea in Filosofia accompagnata da una formazione teologica.

«La debolezza istituzionale dell’ora di religione la penalizza: il credito formativo concesso agli studenti è irrilevante, con grave ingiustizia. Inoltre non si tratta solo di interessare i ragazzi, cosa che richiede all’insegnante un enorme lavoro a monte: c’è anche un problema di assimilazione dei contenuti, per una materia di sintesi che spazia dalla esegesi dei testi ai rapporti con la filosofia e con le altre scienze umane».

Melegari insegna al polo scolastico di Castel Maggiore (Bologna), alcune classi di liceo e la maggior parte di tecnico commerciale, oltre che a una quindicina di detenuti del progetto Siro.

«In passato ci sono stati momenti di scontro duro, in questo istituto, ma non ho mai voluto cambiare, perché non mi piace sfuggire ai problemi. Voglio giocare la carta del confronto culturale tra la teologia e le altre materie, in un mondo che continua a considerare il sapere religioso come un sapere subordinato, per cui gli stessi cristiani hanno difficoltà a elaborare culturalmente il proprio credo. Anche se pensare di vincere questa scommessa è una grossa illusione».

Simonetta Pagnotti

Segue: «La nuova legge peggiorerà le cose»

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