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La mancanza
di ruolo, l’indifferenza di molti ragazzi, la difficoltà a farsi
accettare dagli altri insegnanti: le ombre ci sono, e non sono poche. Ma
sono tante anche le luci: «Per favore», dicono i "prof", «aiutateci a
non farle spegnere».
«Insegnare
religione mi piace moltissimo, ma diventa ogni giorno più difficile: non
so fino a quando riuscirò a reggere».
Detto da lei non è cosa lieve: 39 anni, 16 di
insegnamento alle spalle, ottimismo da vendere, Morena Chili è una delle
colonne dell’Istituto alberghiero di Castel San Pietro Terme, l’unico
della provincia di Bologna e uno dei più importanti di tutta la regione
Emilia Romagna, coi suoi 1.150 allievi e le modernissime attrezzature.
«Purtroppo, per molti dei nostri ragazzi, soprattutto
dopo l’innalzamento dell’obbligo, questa è l’"ultima spiaggia":
hanno fretta di guadagnare, sono anche molto ricercati, non capiscono a
cosa serva studiare Dante se l’obiettivo è di lavorare in un ristorante
o in un bar. Parecchi lo capiscono dopo, e tornano a dircelo».
In una situazione difficile, in cui è fondamentale
offrire un supporto agli studenti e alle famiglie, Morena è stata tra i
fondatori del Cic, il centro di informazione e di consulenza dell’istituto,
nonché dello "sportello" per i genitori, per i quali organizza anche
corsi di formazione, con l’ausilio di una psicologa. Per far questo, ha
completato la sua formazione: oltre alla laurea in Pedagogia e al diploma
in Scienze religiose, ha seguìto corsi di specializzazione per consulenti
educativi e formatori per l’educazione familiare. Inutile dire che il
suo rapporto coi ragazzi è splendido, ma molte volte questo non basta.

Morena Chili con gli alunni dell’Istituto
alberghiero di Castel San Pietro Terme.
«Come la maggior parte degli istituti professionali,
abbiamo una media di "avvalentesi" sotto il 50 per cento. Questo vuol
dire che ci sono classi in cui tutti o quasi fanno religione e altre dove
non la fa nessuno. Ho ragazzi che seguono con passione, ma non nascondo
che mi sento un po’ abbandonata quando scopro che ci sono fior di
catechisti e di scout che non fanno religione o la boicottano».
Luci e ombre anche nei rapporti coi colleghi. «Con
alcuni i rapporti sono meravigliosi, da altri mi sento dire che "sono
pagata dal Vaticano" e che "confesso i ragazzi". Altri mi chiedono di
spiegare la differenza tra ortodossi e cattolici: purtroppo, l’ignoranza
in fatto di religione non è esclusiva degli studenti».
Aria più tranquilla, per fortuna, nelle scuole
elementari. «Insegno solo da tre anni, ma devo dire di non aver mai avuto
problemi: l’educazione religiosa è importante per la crescita globale
del bambino e questo, in genere, viene riconosciuto anche dalle famiglie»,
spiega Paola Raffaelli, 29 anni, tre di insegnamento della religione alle
spalle, 25 ore di impegno settimanale tra materne ed elementari nelle
scuole di Ozzano e Mercatale nel bolognese.

«Le richieste di esonero, in questo ordine di scuola,
sono poche, e riguardano soprattutto bambini stranieri di altre religioni:
purtroppo c’è ancora l’idea che l’insegnamento della religione
debba essere riservato ai credenti o praticanti».
Un’altra "oasi" sono i licei, dove l’ora di
religione "tiene" bene. C’è chi ne è entusiasta, come Paolo
Cavicchi, 40 anni, laureato in Lettere classiche, del liceo scientifico
Sabin di Bologna, dove "copre" 18 classi su 22.
«Insegno religione da 16 anni, e non cambierei se non
per fare un mestiere completamente diverso. Noi insegnanti di religione
siamo invidiatissimi dagli altri insegnanti: prima di tutto perché
abbiamo il privilegio di insegnare solo agli studenti che scelgono
liberamente la materia, e non siamo vincolati a valutazioni di tipo
millimetrico. Frustrati? Si sentiranno frustrati solo quegli insegnanti
che aspirano a una normalità che dà tristezza. E poi la religione è la
materia più bella che si possa insegnare, i programmi sono di tale
ampiezza che offrono margini di manovra incredibile. L’unica materia
affine potrebbe essere la filosofia, ma purtroppo oggi, nella scuola
italiana, si insegna soltanto la storia della filosofia: l’unica materia
teoretica è rimasta la religione».
Tra tante luci c’è qualche ombra: il limite dell’unica
ora a disposizione, «due sarebbero indubbiamente più produttive»,
aggiunge Cavicchi; e, naturalmente, la mancanza del ruolo per gli
insegnanti.

Franco Melegari, insegnante di
religione al polo scolastico di Castelmaggiore.
Altrettanto entusiasta, ma più prudente, Franco
Melegari, 47 anni, oltre vent’anni di insegnamento alle spalle, laurea
in Filosofia accompagnata da una formazione teologica.
«La debolezza istituzionale dell’ora di religione la
penalizza: il credito formativo concesso agli studenti è irrilevante, con
grave ingiustizia. Inoltre non si tratta solo di interessare i ragazzi,
cosa che richiede all’insegnante un enorme lavoro a monte: c’è anche
un problema di assimilazione dei contenuti, per una materia di sintesi che
spazia dalla esegesi dei testi ai rapporti con la filosofia e con le altre
scienze umane».
Melegari insegna al polo scolastico di Castel Maggiore
(Bologna), alcune classi di liceo e la maggior parte di tecnico
commerciale, oltre che a una quindicina di detenuti del progetto Siro.
«In passato ci sono stati momenti di scontro duro, in
questo istituto, ma non ho mai voluto cambiare, perché non mi piace
sfuggire ai problemi. Voglio giocare la carta del confronto culturale tra
la teologia e le altre materie, in un mondo che continua a considerare il
sapere religioso come un sapere subordinato, per cui gli stessi cristiani
hanno difficoltà a elaborare culturalmente il proprio credo. Anche se
pensare di vincere questa scommessa è una grossa illusione».
Simonetta Pagnotti
Segue: «La nuova legge peggiorerà le cose»
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