Il responsabile per la diocesi di Milano giudica il testo approvato in Senato

«La nuova legge peggiorerà le cose»

di ROBERTO PARMEGGIANI
   
    

   Famiglia Cristiana n.3 del 21-1-2001 - Home Page

Con l’obbligo della laurea, dice monsignor Giavini, «i paletti si faranno più stretti. È il tentativo dei parlamentari che hanno paura dell’ora di religione».

È fragile e minacciato, ma fa paura lo stesso. L’Insegnamento della religione cattolica (Irc) è ancora uno spettro per molti parlamentari italiani, soprattutto nei banchi della sinistra, ma non solo, «perché c’è un’ideologia contraria trasversale; c’è senz’altro nel Centrosinistra, nel Centrodestra non so: a parole sono tutti d’accordo, ma poi...», dice monsignor Gianni Giavini, responsabile del Servizio per l’Irc della diocesi di Milano. La diocesi del cardinale Martini, che di recente ha riproposto una vecchia idea: due ore di religione alla settimana, il minimo per insegnare a questi ragazzi, che vivono in una società multietnica, a conoscere e rispettare le religioni, tutte.

«Sì», spiega Giavini, «perché in Italia c’è una grande ricchezza di studi – filosofici, biblici, archeologici, storici – nel campo della cultura religiosa. L’Irc è l’unico canale per passare ai giovani questo sapere, ma un’ora non basta, ne servirebbero almeno due, e fatte bene».

  • Com’è l’ora di religione?

«Dipende molto dalle singole scuole e da come è collocata. C’è l’impressione che in molti casi le direzioni facciano di tutto per tenerla ai margini, perché i ragazzi preferiscono andare a scuola un’ora dopo o tornare a casa un’ora prima. E questo avviene soprattutto nelle grandi città e nelle scuole superiori, dove la scelta di questa quarta alternativa sfiora l’80 per cento dei non avvalentisi».

  • Quali sono le altre tre?

«Un serio corso alternativo, lo studio individuale assistito e quello non assistito. Ma la maggior parte degli studenti sceglie l’"ora del nulla" e se ne va».

Paola Raffaelli, insegnante di religione alle elementari e materne.
Paola Raffaelli, insegnante di religione alle elementari e materne.

  • Lo Stato è inadempiente?

«La revisione del Concordato del 1984 e le intese riguardavano solo l’ora di religione, la Chiesa non poteva intervenire sui non avvalentisi. All’inizio c’è stata una tendenza a organizzare corsi alternativi seri, ma poi l’opposizione parlamentare è stata molto forte, tanto che ha prevalso la quarta alternativa, sancita anche dalla Corte costituzionale».

  • Come stanno i docenti?

«Sono in una specie di sabbie mobili. Alcuni cercano di lavorare con serietà, ma così i ragazzi se ne vanno. È un peccato, perché l’Irc è importante anche per i non credenti: il suo asse portante è la religione cristiana, ma è attento anche alle altre, nel dialogo».

  • Ma sono bravi, i "prof" di religione?

«Nei primi anni erano soprattutto preti, che avevano studi di teologia alle spalle. Poi sono arrivati i laici, per i quali oggi si esige una buona maturità scolastica e corsi di formazione anche impegnativi, come l’Istituto di scienze religiose con i suoi 30 esami. Ma l’introduzione della quarta alternativa ha abbassato un po’ il tono perché gli insegnanti temono, facendo le cose sul serio, di perdere ragazzi, e quindi classi e stipendio».

  • È vero che alcuni scelgono di insegnare religione solo per trovare lavoro?

«Può anche darsi. Ma la realtà, almeno in quasi tutta la Lombardia, è che diminuiscono le domande di laici che vogliono insegnare religione. Molti dicono: "Dopo quattro anni di studi e di spese che cosa troviamo? Un Irc ancora precario e nessuno stato giuridico"».

  • La Chiesa è preoccupata per il calo delle domande?

«Sì, è una diminuzione sensibile, già adesso fatichiamo a trovare supplenti. Speriamo che il Parlamento si affretti a riconoscere lo stato giuridico agli insegnanti, ma serve anche più dignità e stabilità all’insegnamento in sé».

Un sacerdote in classe.
Un sacerdote in classe.

  • Che cosa serve per dare più dignità all’Irc?

«Tre ipotesi: che si dia a tutti l’obbligo di un corso alternativo serio; oppure che lo Stato riconosca l’Irc valido per tutti e, in qualche modo, lo imponga a tutti; oppure rivedere l’impostazione, pensare a un insegnamento simile a storia o filosofia delle religioni, insomma a un Irc che perde la "c" ma diventa obbligatorio per tutti».

  • Quale delle tre ipotesi ritiene più praticabile?

«Difficile dirlo, perché ogni volta che in Parlamento si parla di queste cose succede un putiferio e non si arriva a nulla, e soprattutto le prime due ipotesi trovano forte opposizione. Dò un giudizio cattivo: fanno così perché temono che in questo modo si rafforzi l’Irc, mentre alcune forze politiche vorrebbero eliminarlo. L’auspicio è che si crei un clima sereno di riflessione sull’opportunità di avere un corso di cultura religiosa obbligatorio per tutti. Già oggi l’ora di religione è frequentata anche da islamici, perché è confessionale nei contenuti, ma non nelle finalità».

  • Che cosa pensa del disegno di legge approvato in Senato?

«Così non va bene, perché limita il riconoscimento dello stato giuridico al 60 per cento degli insegnanti e introduce l’obbligo della laurea, che causerebbe grossi guai a tanti insegnanti che da anni lavorano bene».

  • La Chiesa chiederà modifiche su questi due punti?

«Pare di sì, c’era stato anche qualche impegno del cardinale Ruini in questo senso. Certo, queste novità peggiorerebbero la situazione degli insegnanti: ci sarebbe lo stato giuridico, ma con la laurea i paletti sarebbero più stretti. Anche questo è frutto della paura di alcuni: temono che, concesso lo stato giuridico agli attuali insegnanti di religione, molti di questi abbandonino poi l’Irc per entrare di ruolo nello Stato. E questo li spaventa».

Roberto Parmeggiani

Paolo Cavicchi con i ragazzi del liceo scientifico Sabin di Bologna.
   Paolo Cavicchi con i ragazzi del liceo scientifico Sabin di Bologna.

Finalmente insegnanti di ruolo? 
Sì, no, forse, chissà

Finalmente di ruolo, professori uguali agli altri: stabili, non licenziabili. Appena la legge, già passata al Senato, sarà approvata anche alla Camera, gli insegnanti di religione non saranno più docenti di serie B: «Saranno più sereni, potranno svolgere meglio il loro compito. Non dovranno temere ogni anno la perdita del posto. Ci sarà una ricaduta positiva a livello culturale», dice Orazio Ruscica, segretario dello Snadir, il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione.

Intanto, però, cresce lo scontento dei professori oggi in servizio che, per conquistare il ruolo, dovranno superare un concorso che richiede, oltre al magistero di Scienze religiose (quattro anni, post diploma, con tesi finale, unico requisito finora richiesto insieme con l'idoneità rilasciata dalla diocesi), anche la laurea. «Praticamente due lauree», nota il sindacalista.

La motivazione di questo provvedimento sembra sia legata alla mobilità professionale: il docente cui viene revocata l’idoneità da parte dell’autorità ecclesiastica, avrà diritto alla conservazione del posto nel comparto del personale della scuola. Ma Ruscica replica: «Pochissimi hanno la revoca dell’idoneità, lo 0,4 per cento degli insegnanti. I motivi sono uguali a quelli per cui l’idoneità viene concessa, cioè competenza culturale, pedagogico-didattica, vita cristiana. Ma in questo caso si potrebbe comunque trovare una collocazione corrispondente al titolo posseduto, per esempio in segreteria».

Per partecipare al concorso occorre avere anche esperienza professionale. Infatti, «sono ammessi al primo concorso gli insegnanti di religione cattolica che abbiano prestato servizio per almeno quattro anni, con un orario settimanale non inferiore alle 12 ore, e che siano in servizio quando entra in vigore la legge» (articolo 5 della legge in discussione). Su questo punto, i precari lamentano una limitata considerazione del loro lavoro, perché alle prove sono ammessi anche i docenti che hanno insegnato altre discipline «nelle scuole statali, per un tempo equivalente».

Con il ruolo si apre anche la possibilità per i docenti di religione di partecipare alla vita sindacale. Cade infatti il principale motivo di esclusione, cioè la breve durata del loro incarico.

E per i giovani che vogliono intraprendere questa strada, ci sono o no opportunità di inserimento? «No, il personale attualmente in servizio ha in genere soltanto 10/15 anni di anzianità. Né si può prevedere una crescita dell’utenza: oggi, escluse le grandi città, la percentuale di chi non si avvale dell’insegnamento della religione cattolica è già molto bassa, del 2-3 per cento», conclude Orazio Ruscica.

Rosanna Precchia

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