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Con l’obbligo
della laurea, dice monsignor Giavini, «i paletti si faranno più stretti.
È il tentativo dei parlamentari che hanno paura dell’ora di religione».
È
fragile e minacciato, ma fa paura lo stesso. L’Insegnamento della
religione cattolica (Irc) è ancora uno spettro per molti parlamentari
italiani, soprattutto nei banchi della sinistra, ma non solo, «perché c’è
un’ideologia contraria trasversale; c’è senz’altro nel
Centrosinistra, nel Centrodestra non so: a parole sono tutti d’accordo,
ma poi...», dice monsignor Gianni Giavini, responsabile del Servizio per
l’Irc della diocesi di Milano. La diocesi del cardinale Martini, che di
recente ha riproposto una vecchia idea: due ore di religione alla
settimana, il minimo per insegnare a questi ragazzi, che vivono in una
società multietnica, a conoscere e rispettare le religioni, tutte.
«Sì», spiega Giavini, «perché in Italia c’è una
grande ricchezza di studi – filosofici, biblici, archeologici, storici
– nel campo della cultura religiosa. L’Irc è l’unico canale per
passare ai giovani questo sapere, ma un’ora non basta, ne servirebbero
almeno due, e fatte bene».
- Com’è l’ora di religione?
«Dipende molto dalle singole scuole e da come è
collocata. C’è l’impressione che in molti casi le direzioni facciano
di tutto per tenerla ai margini, perché i ragazzi preferiscono andare a
scuola un’ora dopo o tornare a casa un’ora prima. E questo avviene
soprattutto nelle grandi città e nelle scuole superiori, dove la scelta
di questa quarta alternativa sfiora l’80 per cento dei non avvalentisi».
«Un serio corso alternativo, lo studio individuale
assistito e quello non assistito. Ma la maggior parte degli studenti
sceglie l’"ora del nulla" e se ne va».

Paola Raffaelli, insegnante di
religione alle elementari e materne.
«La revisione del Concordato del 1984 e le intese
riguardavano solo l’ora di religione, la Chiesa non poteva intervenire
sui non avvalentisi. All’inizio c’è stata una tendenza a organizzare
corsi alternativi seri, ma poi l’opposizione parlamentare è stata molto
forte, tanto che ha prevalso la quarta alternativa, sancita anche dalla
Corte costituzionale».
«Sono in una specie di sabbie mobili. Alcuni cercano di
lavorare con serietà, ma così i ragazzi se ne vanno. È un peccato,
perché l’Irc è importante anche per i non credenti: il suo asse
portante è la religione cristiana, ma è attento anche alle altre, nel
dialogo».
- Ma sono bravi, i "prof" di religione?
«Nei primi anni erano soprattutto preti, che avevano
studi di teologia alle spalle. Poi sono arrivati i laici, per i quali oggi
si esige una buona maturità scolastica e corsi di formazione anche
impegnativi, come l’Istituto di scienze religiose con i suoi 30 esami.
Ma l’introduzione della quarta alternativa ha abbassato un po’ il tono
perché gli insegnanti temono, facendo le cose sul serio, di perdere
ragazzi, e quindi classi e stipendio».
- È vero che alcuni scelgono di insegnare religione
solo per trovare lavoro?
«Può anche darsi. Ma la realtà, almeno in quasi tutta
la Lombardia, è che diminuiscono le domande di laici che vogliono
insegnare religione. Molti dicono: "Dopo quattro anni di studi e di spese
che cosa troviamo? Un Irc ancora precario e nessuno stato giuridico"».
- La Chiesa è preoccupata per il calo delle domande?
«Sì, è una diminuzione sensibile, già adesso
fatichiamo a trovare supplenti. Speriamo che il Parlamento si affretti a
riconoscere lo stato giuridico agli insegnanti, ma serve anche più
dignità e stabilità all’insegnamento in sé».

Un sacerdote in classe.
- Che cosa serve per dare più dignità all’Irc?
«Tre ipotesi: che si dia a tutti l’obbligo di un
corso alternativo serio; oppure che lo Stato riconosca l’Irc valido per
tutti e, in qualche modo, lo imponga a tutti; oppure rivedere l’impostazione,
pensare a un insegnamento simile a storia o filosofia delle religioni,
insomma a un Irc che perde la "c" ma diventa obbligatorio per tutti».
- Quale delle tre ipotesi ritiene più praticabile?
«Difficile dirlo, perché ogni volta che in Parlamento
si parla di queste cose succede un putiferio e non si arriva a nulla, e
soprattutto le prime due ipotesi trovano forte opposizione. Dò un
giudizio cattivo: fanno così perché temono che in questo modo si
rafforzi l’Irc, mentre alcune forze politiche vorrebbero eliminarlo. L’auspicio
è che si crei un clima sereno di riflessione sull’opportunità di avere
un corso di cultura religiosa obbligatorio per tutti. Già oggi l’ora di
religione è frequentata anche da islamici, perché è confessionale nei
contenuti, ma non nelle finalità».
- Che cosa pensa del disegno di legge approvato in
Senato?
«Così non va bene, perché limita il riconoscimento
dello stato giuridico al 60 per cento degli insegnanti e introduce l’obbligo
della laurea, che causerebbe grossi guai a tanti insegnanti che da anni
lavorano bene».
- La Chiesa chiederà modifiche su questi due punti?
«Pare di sì, c’era stato anche qualche impegno del
cardinale Ruini in questo senso. Certo, queste novità peggiorerebbero la
situazione degli insegnanti: ci sarebbe lo stato giuridico, ma con la
laurea i paletti sarebbero più stretti. Anche questo è frutto della
paura di alcuni: temono che, concesso lo stato giuridico agli attuali
insegnanti di religione, molti di questi abbandonino poi l’Irc per
entrare di ruolo nello Stato. E questo li spaventa».
Roberto Parmeggiani

Paolo Cavicchi con
i ragazzi del liceo scientifico Sabin di Bologna.
Finalmente insegnanti di
ruolo?
Sì, no, forse, chissà
Finalmente
di ruolo, professori uguali agli altri: stabili, non licenziabili.
Appena la legge, già passata al Senato, sarà approvata anche alla
Camera, gli insegnanti di religione non saranno più docenti di
serie B: «Saranno più sereni, potranno svolgere meglio il loro
compito. Non dovranno temere ogni anno la perdita del posto. Ci
sarà una ricaduta positiva a livello culturale», dice Orazio
Ruscica, segretario dello Snadir, il sindacato nazionale autonomo
degli insegnanti di religione.
Intanto, però, cresce lo scontento
dei professori oggi in servizio che, per conquistare il ruolo,
dovranno superare un concorso che richiede, oltre al magistero di
Scienze religiose (quattro anni, post diploma, con tesi finale,
unico requisito finora richiesto insieme con l'idoneità rilasciata
dalla diocesi), anche la laurea. «Praticamente due lauree», nota
il sindacalista.
La motivazione di questo
provvedimento sembra sia legata alla mobilità professionale: il
docente cui viene revocata l’idoneità da parte dell’autorità
ecclesiastica, avrà diritto alla conservazione del posto nel
comparto del personale della scuola. Ma Ruscica replica: «Pochissimi
hanno la revoca dell’idoneità, lo 0,4 per cento degli insegnanti.
I motivi sono uguali a quelli per cui l’idoneità viene concessa,
cioè competenza culturale, pedagogico-didattica, vita cristiana. Ma
in questo caso si potrebbe comunque trovare una collocazione
corrispondente al titolo posseduto, per esempio in segreteria».
Per partecipare al concorso occorre
avere anche esperienza professionale. Infatti, «sono ammessi al
primo concorso gli insegnanti di religione cattolica che abbiano
prestato servizio per almeno quattro anni, con un orario settimanale
non inferiore alle 12 ore, e che siano in servizio quando entra in
vigore la legge» (articolo 5 della legge in discussione). Su questo
punto, i precari lamentano una limitata considerazione del loro
lavoro, perché alle prove sono ammessi anche i docenti che hanno
insegnato altre discipline «nelle scuole statali, per un tempo
equivalente».
Con il ruolo si apre anche la
possibilità per i docenti di religione di partecipare alla vita
sindacale. Cade infatti il principale motivo di esclusione, cioè la
breve durata del loro incarico.
E per i giovani che vogliono
intraprendere questa strada, ci sono o no opportunità di
inserimento? «No, il personale attualmente in servizio ha in genere
soltanto 10/15 anni di anzianità. Né si può prevedere una
crescita dell’utenza: oggi, escluse le grandi città, la
percentuale di chi non si avvale dell’insegnamento della religione
cattolica è già molto bassa, del 2-3 per cento», conclude Orazio
Ruscica.
Rosanna Precchia |
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