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Quando
scoppiò la guerra, la sua casa accoglieva 40 bambini. Dopo la sosta nel
nostro Paese, li riportò in Africa. Adesso ne ha il doppio, la casa si
è ampliata e intorno sta nascendo un villaggio: sono le abitazioni dei
ragazzi diventati grandi, che vogliono rimanere con lei.
«Da
18 anni non mi prendo un giorno di festa. Sa com’è, con 80 bambini
sei sempre all’erta. Io, poi, sono ostetrica, se c’è qualche
partoriente mi chiamano e corro».
Non è cambiata, nonna Amelia. Il viso è arcigno, e
segnato dal tempo, ma si distende nello stesso radioso sorriso quando
parla del Ruanda, dei "suoi" bambini, della casa d’accoglienza
(«non
lo chiami orfanotrofio, è una grande famiglia»). Ha tanti anni quanti
sono i bambini che ospita. E la sua casa d’accoglienza è ancora tra
le dolci colline del Ruanda orientale, nei pressi del villaggio di
Muhura.
È la stessa casa dove la colse la furia della guerra
civile, nel 1994. All’epoca, di bambini ne aveva la metà. In Italia
si parlò di lei e del suo coraggio: i caschi blu dell’Onu andarono a
prenderla per portarla in salvo, mentre attorno a lei si scatenava l’inferno,
la caccia all’uomo delle bande di estremisti hutu nei confronti dei
Tutsi. Ma nonna Amelia rispose che non avrebbe lasciato la casa di
Muhura senza i bambini. Abbandonarli significava per loro la morte
certa. Riuscì a portarli in Italia. Rimase a Verona, con loro, finché
il Paese africano fu abbastanza pacificato da riaccoglierli. E nell’autunno
del 1995 li ricondusse in Ruanda.
Da allora non ha più lasciato la sua casa tra le
verdi colline di Muhura, se non per brevissime visite ai suoi figli,
come quella dei giorni scorsi. Amelia Barbieri, 82 anni, è tornata per
Natale al suo paese, San Vito di Leguzzano, nel Vicentino. Qualche
giorno con i figli, e di nuovo in Africa, «con due grosse valige e una
borsetta, quest’ultima con le mie cose, le valigione riempite di
scarpe, perché tanti dei miei ragazzini non ne hanno. Se mi fermano per
troppo peso, chiederò agli assistenti di volo quali bambini lasceranno
scalzi».
È risoluta, e non usa giri di parole, quest’anziana
donna che ogni settimana piglia il suo vecchio fuoristrada e corre a
Kigali, la capitale ruandese, per fare le spese per la sua grande
famiglia: 250 chilometri, tra andata e ritorno. «La macchina perde i
pezzi», aggiunge, «è la stessa che mi permise di scappare dal Ruanda
nel 1994. Con 260 mila chilometri sulle spalle, non so quanto potrà
andare avanti». Quel singolare pudore di chi non ama chiedere le
impedisce di dire di più. Ma il figlio Piercarlo suggerisce che se
giungesse qualche aiuto potrebbe cambiare auto.

Amelia Barbieri con alcuni dei
piccoli orfani ruandesi che ha portato in Italia nel 1994.
«Un bilancio? Rifarei tutto. Se tornassi a 18 anni
fa, a quel giorno in cui lessi proprio su Famiglia Cristiana l’appello
di una dottoressa, prenderei la stessa decisione di partire. Mi passano
davanti agli occhi i volti di tante centinaia di bambini che ho accolto,
di tante madri che ho aiutato nel parto. Certo, per ciascuno di loro
valeva la pena di farlo».
L’ultima volta l’avevamo vista a Muhura, nel prato
intorno alla sua casa d’accoglienza, nel 1995, quando riportò in
patria i bambini. Guardava il paesaggio, le montagne all’orizzonte, e
ci spiegava che, no, non avrebbe mai potuto lasciare quelle colline e
quella gente. «Ce ne sono ancora 12 dei bambini che vennero in Italia.
Parlano la nostra lingua. Sono rimasti con me per poter studiare, o in
qualche caso perché i parenti erano troppo poveri per poterli accudire».
Oggi ha 80 bambini, di cui una sessantina sotto i
cinque anni. Nonna Amelia racconta che la casa è cresciuta. Un pezzo
alla volta ha ampliato le camere, ha realizzato una lavanderia, ha
aperto la scuola materna che accoglie anche 30 bambini dei villaggi
circostanti.
«Gli unici aiuti», spiega, «vengono dall’associazione
"Amici di nonna Amelia". La Provvidenza non ci ha mai fatto mancare
nulla. E questo mi dà la speranza di poter realizzare alcuni dei miei
tanti sogni».
I sogni di nonna Amelia non sono di vincere alla
lotteria. Ma, nell’ordine: avere altri volontari che l’aiutino;
ottenere qualche sostegno finanziario per realizzare la scuola
elementare (vorrebbe aprirla a Muhura, vicino alla sua casa, per
garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini della zona);
potenziare alcuni reparti di maternità del Paese, per far sì che tutte
le donne partoriscano in ospedale.
Spiega: «L’ideale sarebbe chiuderla, la casa d’accoglienza.
Per assenza di bambini orfani. Troppe mamme muoiono di parto. E se muore
la madre, i figli vengono abbandonati. Tutti i bambini della mia casa
sono orfani di madre. Potenziare le maternità significa ridurre
drasticamente il tasso di mortalità, e il numero di abbandoni dei
minori».
Quanto alla situazione del Paese, nonna Amelia
sottolinea che la povertà è tanta, specie nelle zone di montagna, come
la sua. Dopo sei anni di guerra, nell’area di Muhura non si vedono
segni di ripresa economica. «Prima delle ultime grandi piogge c’è
stato anche il problema di una prolungata siccità, che ha reso ancora
più disperata la situazione di tante famiglie. Quando c’è carenza di
tutto, a piaga si somma piaga: i più deboli diventano preda di
malattie, soprattutto della malaria che fa strage fra i più piccoli e
fragili».
I soldi della sua pensione, nonna Amelia li investe
– si fa per dire – nelle case da costruire per i più grandi. Quando
i ragazzi arrivano a 15 anni, devono rendersi indipendenti. Amelia dona
loro una piccola casa: «Le stiamo costruendo intorno alla mia. Presto
sarà un villaggio. Lo chiameremo "Villaggio del sole"».
Problemi con le autorità?, chiediamo. «La ragione
della mia vita è dare una casa ai bambini abbandonati. Cerco di dare
loro tutto l’amore che posso. Li faccio crescere, li faccio studiare,
cerco di trasmettere loro dei valori di amore per il prossimo e di
perdono, che non è facile trovare in Ruanda. Se qualcuno tenta di
creare complicazioni, dico semplicemente: "Faccio questo per i figli
del Ruanda, per i vostri piccoli di cui voi non vi occupate"».
Nonna Amelia, nel tempo libero – anche qui si fa per
dire, perché ne ha pochissimo –, aiuta i carcerati. In Ruanda, come
in molte prigioni africane, i detenuti non ricevono alcuna assistenza,
neanche il cibo. Ogni 15 giorni porta viveri alla prigione di Byumba. E
spesso viene chiamata a curare bambini ammalati nei villaggi perché,
oltre all’esperienza africana, ha un diploma in malattie infantili. Si
accomiata dicendo: «Certo, conducevo una vita un po’ diversa 18 anni
fa, quando lessi quel breve appello sul settimanale».
Luciano Scalettari
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