PERSONAGGI - Parla la volontaria che nel 1994 portò in Italia i piccoli orfani del Ruanda

Gli 80 nipotini di nonna Amelia

di LUCIANO SCALETTARI
   
    

   Famiglia Cristiana n.3 del 21-1-2001 - Home Page

Quando scoppiò la guerra, la sua casa accoglieva 40 bambini. Dopo la sosta nel nostro Paese, li riportò in Africa. Adesso ne ha il doppio, la casa si è ampliata e intorno sta nascendo un villaggio: sono le abitazioni dei ragazzi diventati grandi, che vogliono rimanere con lei.

«Da 18 anni non mi prendo un giorno di festa. Sa com’è, con 80 bambini sei sempre all’erta. Io, poi, sono ostetrica, se c’è qualche partoriente mi chiamano e corro».

Non è cambiata, nonna Amelia. Il viso è arcigno, e segnato dal tempo, ma si distende nello stesso radioso sorriso quando parla del Ruanda, dei "suoi" bambini, della casa d’accoglienza («non lo chiami orfanotrofio, è una grande famiglia»). Ha tanti anni quanti sono i bambini che ospita. E la sua casa d’accoglienza è ancora tra le dolci colline del Ruanda orientale, nei pressi del villaggio di Muhura.

È la stessa casa dove la colse la furia della guerra civile, nel 1994. All’epoca, di bambini ne aveva la metà. In Italia si parlò di lei e del suo coraggio: i caschi blu dell’Onu andarono a prenderla per portarla in salvo, mentre attorno a lei si scatenava l’inferno, la caccia all’uomo delle bande di estremisti hutu nei confronti dei Tutsi. Ma nonna Amelia rispose che non avrebbe lasciato la casa di Muhura senza i bambini. Abbandonarli significava per loro la morte certa. Riuscì a portarli in Italia. Rimase a Verona, con loro, finché il Paese africano fu abbastanza pacificato da riaccoglierli. E nell’autunno del 1995 li ricondusse in Ruanda.

Da allora non ha più lasciato la sua casa tra le verdi colline di Muhura, se non per brevissime visite ai suoi figli, come quella dei giorni scorsi. Amelia Barbieri, 82 anni, è tornata per Natale al suo paese, San Vito di Leguzzano, nel Vicentino. Qualche giorno con i figli, e di nuovo in Africa, «con due grosse valige e una borsetta, quest’ultima con le mie cose, le valigione riempite di scarpe, perché tanti dei miei ragazzini non ne hanno. Se mi fermano per troppo peso, chiederò agli assistenti di volo quali bambini lasceranno scalzi».

È risoluta, e non usa giri di parole, quest’anziana donna che ogni settimana piglia il suo vecchio fuoristrada e corre a Kigali, la capitale ruandese, per fare le spese per la sua grande famiglia: 250 chilometri, tra andata e ritorno. «La macchina perde i pezzi», aggiunge, «è la stessa che mi permise di scappare dal Ruanda nel 1994. Con 260 mila chilometri sulle spalle, non so quanto potrà andare avanti». Quel singolare pudore di chi non ama chiedere le impedisce di dire di più. Ma il figlio Piercarlo suggerisce che se giungesse qualche aiuto potrebbe cambiare auto.

Amelia Barbieri con alcuni dei piccoli orfani ruandesi che ha portato in Italia nel 1994.
Amelia Barbieri con alcuni dei piccoli orfani ruandesi che ha portato in Italia nel 1994.

«Un bilancio? Rifarei tutto. Se tornassi a 18 anni fa, a quel giorno in cui lessi proprio su Famiglia Cristiana l’appello di una dottoressa, prenderei la stessa decisione di partire. Mi passano davanti agli occhi i volti di tante centinaia di bambini che ho accolto, di tante madri che ho aiutato nel parto. Certo, per ciascuno di loro valeva la pena di farlo».

L’ultima volta l’avevamo vista a Muhura, nel prato intorno alla sua casa d’accoglienza, nel 1995, quando riportò in patria i bambini. Guardava il paesaggio, le montagne all’orizzonte, e ci spiegava che, no, non avrebbe mai potuto lasciare quelle colline e quella gente. «Ce ne sono ancora 12 dei bambini che vennero in Italia. Parlano la nostra lingua. Sono rimasti con me per poter studiare, o in qualche caso perché i parenti erano troppo poveri per poterli accudire».

Oggi ha 80 bambini, di cui una sessantina sotto i cinque anni. Nonna Amelia racconta che la casa è cresciuta. Un pezzo alla volta ha ampliato le camere, ha realizzato una lavanderia, ha aperto la scuola materna che accoglie anche 30 bambini dei villaggi circostanti.

«Gli unici aiuti», spiega, «vengono dall’associazione "Amici di nonna Amelia". La Provvidenza non ci ha mai fatto mancare nulla. E questo mi dà la speranza di poter realizzare alcuni dei miei tanti sogni».

I sogni di nonna Amelia non sono di vincere alla lotteria. Ma, nell’ordine: avere altri volontari che l’aiutino; ottenere qualche sostegno finanziario per realizzare la scuola elementare (vorrebbe aprirla a Muhura, vicino alla sua casa, per garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini della zona); potenziare alcuni reparti di maternità del Paese, per far sì che tutte le donne partoriscano in ospedale.

Spiega: «L’ideale sarebbe chiuderla, la casa d’accoglienza. Per assenza di bambini orfani. Troppe mamme muoiono di parto. E se muore la madre, i figli vengono abbandonati. Tutti i bambini della mia casa sono orfani di madre. Potenziare le maternità significa ridurre drasticamente il tasso di mortalità, e il numero di abbandoni dei minori».

Quanto alla situazione del Paese, nonna Amelia sottolinea che la povertà è tanta, specie nelle zone di montagna, come la sua. Dopo sei anni di guerra, nell’area di Muhura non si vedono segni di ripresa economica. «Prima delle ultime grandi piogge c’è stato anche il problema di una prolungata siccità, che ha reso ancora più disperata la situazione di tante famiglie. Quando c’è carenza di tutto, a piaga si somma piaga: i più deboli diventano preda di malattie, soprattutto della malaria che fa strage fra i più piccoli e fragili».

I soldi della sua pensione, nonna Amelia li investe – si fa per dire – nelle case da costruire per i più grandi. Quando i ragazzi arrivano a 15 anni, devono rendersi indipendenti. Amelia dona loro una piccola casa: «Le stiamo costruendo intorno alla mia. Presto sarà un villaggio. Lo chiameremo "Villaggio del sole"».

Problemi con le autorità?, chiediamo. «La ragione della mia vita è dare una casa ai bambini abbandonati. Cerco di dare loro tutto l’amore che posso. Li faccio crescere, li faccio studiare, cerco di trasmettere loro dei valori di amore per il prossimo e di perdono, che non è facile trovare in Ruanda. Se qualcuno tenta di creare complicazioni, dico semplicemente: "Faccio questo per i figli del Ruanda, per i vostri piccoli di cui voi non vi occupate"».

Nonna Amelia, nel tempo libero – anche qui si fa per dire, perché ne ha pochissimo –, aiuta i carcerati. In Ruanda, come in molte prigioni africane, i detenuti non ricevono alcuna assistenza, neanche il cibo. Ogni 15 giorni porta viveri alla prigione di Byumba. E spesso viene chiamata a curare bambini ammalati nei villaggi perché, oltre all’esperienza africana, ha un diploma in malattie infantili. Si accomiata dicendo: «Certo, conducevo una vita un po’ diversa 18 anni fa, quando lessi quel breve appello sul settimanale».

Luciano Scalettari

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