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«Ho
fatto questa scelta perché voglio mettermi in ascolto delle persone in
difficoltà», dice il calciatore. «È un’occasione unica per aprire
gli occhi».
Il
suo mestiere è bloccare l’avversario, marcarlo stretto, impedirgli di
muoversi. Il suo ruolo gli impone di "distruggere" ciò che gli altri
cercano di costruire, di giocare "contro"... Questa volta, però,
Matteo Ferrari, 21 anni compiuti il 5 dicembre, difensore dell’Inter e
della Nazionale under 21, ha deciso di giocare "per" qualcuno. Dal 28
dicembre, infatti, ha iniziato il servizio come obiettore di coscienza
alla Caritas di Milano.
Matteo è nato ad Aflou, in Algeria. Il papà,
scomparso otto anni fa, in uno dei suoi viaggi professionali aveva
conosciuto in Guinea una bella ragazza di colore, Sona Rajo, che divenne
sua moglie. La famiglia si era poi stabilita a Ferrara, terra natale del
padre, dove il ragazzo aveva dato i suoi primi calci al pallone nell’oratorio
delle Acli San Luca.
La carriera di Matteo, da allora, è stata rapida e
sicura: serie B con il Genoa e il Lecce, Bari e Inter in serie A, senza
dimenticare la Nazionale under 14 e poi under 21, la squadra di Marco
Tardelli, con cui ha vinto gli Europei.
Tanto calcio, quindi, con l’immancabile corollario
di allenamenti, viaggi su e giù per l’Italia, fama, denaro,
successo... Ma il calcio non è tutto nella vita, almeno in quella di
Matteo.
- Perché hai deciso di fare il servizio civile?
«Voglio mettermi in ascolto delle persone in
difficoltà, capire che cosa hanno da raccontare. Vivo in un ambiente
molto diverso, questa per me è un’occasione irripetibile per aprire
gli occhi, guardare in faccia la realtà e prendere coscienza dei
problemi in maniera diretta, e non soltanto per sentito dire».
- Molti giovani calciatori hanno preferito e
continuano a preferire il servizio militare...
«Anch’io mi sono trovato a scegliere tra servizio
militare e civile. Ho deciso di fare l’obiettore perché ero
interessato a fare un’esperienza stimolante sul piano umano. E poi
voglio essere sincero: il servizio militare presentava maggiori
difficoltà, perché avrei dovuto spostarmi in continuazione da Milano a
Roma».

Matteo Ferrari con altri obiettori
nell’ufficio della Caritas di Milano.
- Non sono comunque molti i calciatori che fanno
questa scelta...
«In passato è stato così, ma le cose stanno
cambiando. Mi capita spesso di parlare con gli amici più giovani, dell’Inter
o dell’Under 21, di queste faccende, e vedo che sta nascendo la voglia
di fare un’esperienza costruttiva, di sfruttare al meglio questi 10
mesi. Damiano Tommasi, il giocatore della Roma che ha fatto l’obiettore
ancora qualche anno fa, è stato per noi un punto di riferimento. E
Gianluigi Buffon, il portiere del Parma, fra qualche mese inizierà il
servizio in una comunità di tossicodipendenti di Parma. So anche che
tra la Caritas ambrosiana e la Primavera dell’Inter si è aperto un
canale privilegiato. A volte, però, esistono dei pregiudizi nei
confronti dei giocatori...».
«Si pensa che siano tutte persone "esaltate" o
lontane dal mondo reale. Non sempre è così. Molti colleghi sono
persone umili, che non hanno dimenticato il loro passato, che a volte è
stato duro e pieno di sacrifici. Io stesso sono ancora in contatto con
molti amici di Ferrara che non hanno avuto una vita facile, e non
dimentico certo che sono miei amici».
- Perché hai deciso di prestare servizio proprio
alla Caritas ambrosiana?
«Perché offre tante possibilità. Non ho ancora le
idee molto chiare su come impiegherò questo periodo, lo sto valutando
con i responsabili. Mi piacerebbe conoscere la realtà dei malati di
Aids, ma anche quella dei disabili, dei rifugiati politici... Molto
dipenderà dalla mia disponibilità, perché ciascuno di questi servizi
esige una relazione che duri nel tempo. Al momento lavoro nell’Ufficio
pace, che offre assistenza agli obiettori già in servizio e a chi lo
vuole fare».
- Quali obiettivi ti poni, che cosa ti aspetti di
imparare da quest’esperienza?
«Voglio imparare a essere me stesso, sia quando sono
un giocatore dell’Inter sia quando sono un ragazzo come tanti altri
che fa il servizio civile. Non nascondo che sono due mondi diversi: là
si parla di barche, macchine, viaggi; qui di persone in difficoltà
economiche, di malati, di emarginati. Voglio imparare a essere la stessa
persona in tutti gli ambienti e in tutti i momenti, anche quelli meno
belli, che capitano a chiunque».
- Non credi che il mondo del calcio potrebbe fare
qualcosa di più per i meno fortunati?
«In realtà sosteniamo tante iniziative, che a volte
restano nascoste. Per esempio all’Inter esiste un regolamento per lo
spogliatoio. Chi non rispetta le regole viene multato, anche in maniera
abbastanza pesante. Noi abbiamo deciso di devolvere in beneficenza tutto
il denaro che viene raccolto. Io, poi, attribuisco grande valore alla
testimonianza personale. Credo che la scelta di fare l’obiettore possa
avere un significato preciso».
- Con la fine del servizio di leva c’è il rischio
che non ci siano più obiettori...
«Da un punto di vista quantitativo sarà un problema,
perché le forze diminuiranno. Se il servizio diventerà volontario,
però, ci sarà una selezione delle persone e resteranno solo quelle che
hanno motivazioni profonde. E questo è un bene».
Paolo Perazzolo
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