PRAGA - La lotta dei giornalisti Tv contro la lottizzazione

Microfoni in libertà

a cura di GUGLIELMO NARDOCCI
   
    

   Famiglia Cristiana n.3 del 21-1-2001 - Home Page

La loro resistenza contro il nuovo direttore generale voluto dai partiti ha fatto il giro del mondo, se ne è parlato anche in Italia. Siamo andati a trovarli nei giorni della battaglia e abbiamo raccolto il loro diario: la rabbia, le illusioni, le speranze. E abbiamo chiesto a due "esperti" di dirci come vanno le cose da noi.

Ecco il diario dei giornalisti boemi, steso quasi ora per ora durante i giorni della rivolta.
   

Praga, 21 dicembre.

Parla Filip.

Come si fa a mandare a quel paese un uomo antipatico, che però è stato nominato direttore generale della Tv ceca, e che può licenziare quando e come vuole uno sconosciuto redattore come me?

Dai, Filip, un uomo o è libero o non lo è, mica è una questione di allenamento. Ma proprio questa mattina doveva calare il gelo sopra tutte le strade di Praga?

Che c’entra? C’entra, eccome, perché questa mattina io, Filip Cerny, 25 anni, ultimo arrivato fra i redattori del telegiornale della Tv pubblica, mi trovo da solo davanti a Jiri Hodac, nella sua casa. In verità, io non dovevo essere solo, ma l’accompagnatore di una delegazione che contiene i nomi più noti e famosi del giornalismo ceco, che non sono arrivati a causa del gelo, a differenza di me che abito a due passi da qui.

Adesso mi trovo davanti a questo signore che non sa chi io sia e gli devo dire: «Signor Hodac, lei è stato nominato direttore generale non in base al suo curriculum, ma a causa di uno scambio di favori fra i partiti, e dunque non deve accettare la carica perché altrimenti noi perdiamo la libertà. Sa, anche il presidente Havel è dalla nostra parte, e tutti sono dalla nostra parte». Ma il fatto è che le parole non mi escono.

Ripasso a memoria un’altra bella frase, di quelle che ti fanno bello e scemo, perché non risolvono niente. Dice così: «La libertà non funziona bene come nei discorsi». Ma Hodac continua a guardarmi con quei suoi occhi a palla.

Mi faccio coraggio: «Signor Hodac! (come mai non mi vengono le parole che abbiamo ripassato a memoria per una serata intera? E com’è che mi viene da ridere?), se ne vada!».
   

24 Dicembre, vigilia di Natale.

Parla Iolana.

Jiri Hodac non se n’è andato e, anzi, ha nominato direttrice del Tg Jana Bobosikova, che ha una faccia da maialotta come Bobec, il porcellino delle fiabe che piace tanto ai bambini boemi. E infatti il porcello rosa di pelouche di nome Boba è diventato il simbolo della nostra protesta.

L’altra mattina, mamma mi ha svegliato: «Iolana, i tuoi colleghi hanno occupato la Televisione». Ho lasciato a mia madre il mio bambino di due anni, Vojta, e sono riuscita a entrare in redazione solo con una scala a pioli, proprio io, che soffro di vertigini.

Penso: sono una conduttrice nota, ci debbo essere in questa nostra battaglia. Oggi la Bobosikova è arrivata qui, e subito ci ha consegnato le lettere di licenziamento. Va sempre così: nella lotta delle idee ci rimettono solo gli uomini. Ma io penso al mio piccolo Vojta, che passerà il Natale senza di me e aprirà i pacchetti dei tanti regali con la nonna.
  

27 dicembre, redazione occupata del Tg.

Patrik Kaiser e Nora Novakova, fidanzati, sono due volti televisivi celebri.

Parla Patrik.

Io e Nora abbiamo deciso di aprire i regali di Natale quando l’occupazione della Tv finirà. Ma quando finirà? Ogni sera arriva sempre più gente davanti alla Televisione, per sostenerci. Ieri erano cinquemila. In piazza Venceslao hanno riacceso i lumini vicino alla lapide di Jan Palach, come nel novembre del 1989. Se si muove piazza Venceslao, Hodac e i suoi mandanti politici sono fritti. Guardo Nora, e penso alle facce che farà quando vedrà i suoi regali: un maglioncino, un profumo, un completino nero e un cd.
   

4 gennaio, notte, redazione occupata del Tg.

Parla Nora.

Questa sera in piazza Venceslao c’erano 140 mila persone, come ai tempi della rivoluzione di velluto. La gente ormai è tutta con noi e anche in Parlamento la ruota comincia lentamente a girare in nostro favore. I deputati poco fa hanno votato un documento, nel quale chiedono alla Commissione governativa che ha nominato Hodac di ritirare la decisione. Ma Hodac ha mandato a dire che non se ne andrà. Patrik è stanco, ma forse si avvicina il momento in cui apriremo i pacchetti lasciati sotto l’albero. Faccio una scommessa con un giornalista italiano, al quale rivelo i miei regali; vediamo se li conosceranno prima i lettori italiani o il mio Patrik. Dunque: una collezione completa delle canzoni dei Depéche Mode, due profumi, una giacca.
  

7 gennaio, redazione occupata del Tg.

Parla Adam.

L’idealismo è veramente una gran bella cosa. Ma quando si avvicina alla realtà diventa una cosa proibitiva. La realtà per me, Adam Komers, 35 anni, conduttore e leader della protesta, non è così idealistica come sembra, perché l’unica cosa al mondo che vorrei è una bella doccia, un bagno normale, una minestra calda. Ma ce la dobbiamo fare, se vinciamo questa battaglia nessun politico si permetterà più di lottizzare i nostri telegiornali. Pubblici sì, partitici no! Ormai la situazione volge a nostro favore, ma la situazione è paradossale.

Noi abbiamo rifiutato Hodac in nome della libertà e contro i partiti. La Commissione governativa rifiuta di cacciare Hodac come ha ordinato il Parlamento, in nome della libertà contro il diktat dei partiti, e Hodac rifiuta di andarsene, in nome della libertà, contro il Parlamento e la Commissione che non lo vogliono più. Insomma si battono tutti per la libertà. Però non siamo il Paese del finimondo che non finisce mai?
   

Praga, 12 gennaio. Hodac si è dimesso. I giornalisti boemi hanno vinto la loro battaglia contro la lottizzazione.

Il diario dei redattori del telegiornale della Televisione di Stato boema finisce qui. Il loro impegno no.

Adam, Iolana, Patrick, Nora, Filip
(a cura di Guglielmo Nardocci)
    

Fava: italiani, vergognamoci

«Ho iniziato la mia carriera con la cronaca diretta dell’invasione sovietica da Praga, figuriamoci se non sono vicino a quel popolo», dice Nuccio Fava, per anni direttore del Tg1. «Ancora una volta i boemi ci danno lezione di libertà e di coraggio, mentre da noi c’è solo da vergognarsi».

  • Perché?

«Perché la libertà nel servizio pubblico radiotelevisivo, cioè alla Rai, ma anche nel suo speculare e finto concorrente Mediaset, ormai è un sogno. L’unico imperativo è l’audience; in nome dei primati di ascolto si trasmettono spesso programmi e informazioni di cui ci si dovrebbe semplicemente vergognare».

  • E allora perché nessuno si ribella, come in Boemia?

«Perché sta bene così a tutti. In queste cose dovrebbe essere il Parlamento a dire una parola chiara e definitiva, ma questo non accade poiché, alla fine, il duopolio Rai-Mediaset è conveniente per tutti: maggioranza e opposizione».

  • Lei fu direttore del Tg1 mandato da De Mita, o no?

«Non ha importanza chi ti manda: è importante quel che fai. I fatti dicono che l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiese e ottenne la mia testa in seguito alle nostre inchieste sul caso della spia Brenneks. E mi domando: come mai Cossiga non parla di questo fatto nel suo libro recente?».

  • Dunque è impossibile fare giornalismo pubblico libero?

«Nella condizione attuale è puro velleitarismo. Le posso dire che dopo di me venne Vespa, il quale ci tenne a dire che il suo editore erano i partiti».

  • E allora?

«E allora io ho cambiato mestiere. Vespa è sempre lì».

g.n.

    

Rossella: i politici? Dopo il Tg

«Anche i giornalisti della Rai protestano, eccome se protestano», attacca Carlo Rossella, anche lui ex direttore del Tg1, oggi a Mediaset. «Lo fecero per cinque mesi contro di me, Clemente Mimun e Vigorelli, dopo la nostra nomina alla direzione dei tre telegiornali. Poi capirono che ero un professionista arrivato lì a fare il suo mestiere, e da quel momento iniziò uno dei periodi più belli della mia vita. Il Tg1 ha un corpo di redattori di prim’ordine».

  • Però fu il Polo a mandarla lì...

«Chiunque ti manda, se fai un giornalismo basato sui fatti, non c’è lottizzazione che tenga. Il guaio è che alcuni colleghi, soprattutto quando la direzione è debole, commentano i fatti o adoperano le immagini per favorire questo o quel personaggio politico».

  • Che rapporti ha avuto con i politici?

«Telefonavano sempre dopo il Tg delle 20, ma a quell’ora avevo già staccato i telefonini. Chiamavano anche Letizia Moratti, che era presidente della Rai, ma lei non interferì mai».

  • Chi invece cercò di condizionarla?

«Le sinistre. Quando poi Roberto Morrione, che era stato caporedattore del Tg1, diventò portavoce dell’Ulivo, prima della campagna elettorale del 1996, il controllo divenne assordante. Però, c’è sinistra e sinistra; con D’Alema i rapporti sono stati sempre corretti, con Veltroni no».

  • Come gestì la campagna elettorale del 1996?

«Col bilancino: i dati forniti dall’Osservatorio di Pavia confermarono la mia correttezza in quell’occasione. Me ne andai dopo la vittoria dell’Ulivo, prima ancora che me lo chiedessero. Qualche politico della sinistra mi disse che avrebbe ben visto una mia riconferma. Ma soltanto dopo che me ne ero andato».

g.n.

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