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Per
scoprirla bisogna entrare nel suo mondo, che la presenta
"rovesciata": dietro la ragazza che conosciamo, ci sono una
donna che ama la natura, un’anima introversa, un’atleta che fa sport
estremo. E, per finire, una ragazza che non sgomita per vincere a tutti i
costi.
La
prima volta che la incontri, Elisa Toffoli ti lascia una sensazione
precisa: è la ragazza carina, un po’ timida, che può benissimo abitare
nell’appartamento accanto al tuo.
Poi, però, pian piano si scioglie e quella timidezza
scompare lasciando il posto a una donna che, per come si esprime, per quel
che conosce del mondo, dimostra una maturità che va ben al di là dei
suoi 23 anni.
Ma non è ancora quella la vera Elisa. Dal 1998, giorno
dopo giorno, ha lavorato a un progetto su Internet, che si chiama Asile’s
world, che significa "Il mondo di Asile". "Asile"
è Elisa letto al contrario, come quando la Alice di Lewis Carroll si
specchia prima di entrare, attraverso lo specchio, nel paese delle
meraviglie. Ed è quel mondo che te la fa conoscere a fondo.
Esilina (ma nasconde benissimo i suoi 56 chili di peso),
alta un metro e 62 centimetri, Elisa, nel privato, vive una vita tutta
sua, fatta di contemplazione della natura, di studio dei colori, che
diventano suoni o quadri, a seconda dell’umore che le detta nuove
melodie oppure dipinti pieni di rosso acceso, di azzurro forte.
Un altro aspetto della Elisa "al contrario" è
quello degli sport estremi. Quando ti racconta che si getta da un ponte
alto 75 metri, magari pensi che esageri. Poi lei ti mostra un filmato dove
pratica davvero il bungee jumping e si tuffa nel vuoto, legata a
una corda per un piede, rimbalza tre o quattro volte e poi viene
"ripescata"; e solo allora devi arrenderti all’evidenza.
«Ho provato delle sensazioni forti, mi sembrava di
essere tra la vita e la morte e, in un attimo ho pensato quanto è bella
la vita. Però, quando ripenso alla paura che ho avuto, non riesco a non
darmi della fifona!».
E dopo Sanremo è arrivata l’influenza
Dal bungee jumping al parapendio. Eccola lì,
"Asile", che si libra nel vuoto sorretta da quella specie di
paracadute colorato e poi atterra dopo un lungo volo. «Bisogna continuare
a correre quando tocchi terra, se no rischi di spezzarti le ossa»,
osserva con candore. Ma non finisce qui: in un ulteriore filmato l’altra
Elisa si cimenta nell’idrospeed, uno sport che si pratica
distendendosi supini su una specie di piccolo
"canotto-materassino", naturalmente imbragati, e gettandosi in
un fiume che scorre impetuoso tra le rapide. Il canotto si ribalta, torna
in superficie: «E tu», spiega la spericolata Elisa, «devi continuare a
muovere le braccia all’indietro, per mantenere l’equilibrio. Eh sì,
sono esperienze forti. Quando volavo sul parapendio mi sembrava di essere
"Z la formica", come il personaggio di quel cartone animato a
cui ha dato la voce Woody Allen. Gli occhialoni erano gli occhi spalancati
della formica e la mia voce, che usciva senza controllo, era flebile, se l’avessi
sempre così non potrei proprio cantare!».
La vincitrice di Sanremo, rivelazione dell’anno, è a
mio parere il personaggio più poliedrico, e in un certo senso
straordinario, in quel circo di "fenomeni" che abita l’intero
mondo della musica leggera italiana.
«I vestiti per il Festival li ho disegnati io, e ho
scelto il bianco perché era il colore giusto per la mia canzone. Poi li
ho fatti realizzare da un’amica che fa la sarta. Chissà che non ne
nasca una griffe per le prossime sfilate...». Scherza,
naturalmente, e non si capisce come possa esserne capace, visto che,
appena rientrata a casa, dalla mamma, la signora Silvia che fa la
parrucchiera a Monfalcone, è stata colpita da una brutta influenza, con
la classica febbre a 39. Ma nemmeno a letto riesce a stare ferma. «Volevo
fare una piccola vacanza prima del tour, che comincia il 15 marzo, ma era
destino che non potessi riposare. Meno male che ho questo con me...».
«Non perderà la testa», parola
di mamma
"Questo" è un piccolo, minuscolo,
microscopico studio di registrazione, che porta sempre con sé per
memorizzare le note che le frullano in testa, insieme ai pensieri. «A
Sanremo», racconta, «ho scritto due nuovi pezzi, uno pop e l’altro un
ballabile da discoteca... Magari mi serviranno per il prossimo album!».
Ma com’era Elisa da bimba? Risponde la signora Silvia,
54 anni, una somiglianza forte con Elisa, e anche con la sorella maggiore
Elena. «Era molto, molto vivace e discola, ma buona e sana. A lei il
successo non darà alla testa. Resterà quella che è, una ragazza dal
grande talento naturale. Mi spiace solo pensare che questo successo la
terrà sempre più a lungo lontana da casa, ma sono altrettanto certa che
qui tornerà sempre!».
Momentaneamente, Elisa ha sospeso il lavoro che, da
sola, stava compiendo in un casale che sta ristrutturando secondo i suoi
gusti. «C’è dietro un bel giardino. Era nato come un progetto di vita
futura, ma ora quel progetto è sfumato. Ma la casa è la "mia"
casa e lo sarà sempre».
Il progetto di vita cui Elisa accenna riguardava la sua
vita di coppia: da quattro anni era fidanzata con Andrea, il chitarrista
del suo gruppo, ma ora quella storia che sembrava eterna è finita. «Lui»,
mi aveva raccontato Elisa quando la incontrai la prima volta, nel 1998, «mi
ha conquistata con l’imprevedibilità, il senso dell’umorismo e la
curiosità...». Alza le spalle, stringe le labbra come fa sempre quando
deve riflettere prima di rispondere a una domanda che, immagina, arriverà
puntuale.
- Dunque è alla fine della vostra storia che hai
dedicato Luce, la canzone regina del Festival?
Annuisce con la testa, ma l’argomento, è facile
intuirlo, non le è gradito. Le ferite non si sono ancora rimarginate del
tutto. E allora cambiamo genere.
- Elisa, o "Asile", se preferisci: ti senti
una ragazza di oggi?
«Proprio no: oggi il mondo è delle donne forti,
combattive, che rivaleggiano con l’uomo e spesso lo sconfiggono. Io sono
tutto il contrario. Sorrido quando vengo presentata come un modello di
aggressività solo perché sul palco mi scateno. Non dico di essere
remissiva, ma non credo nella sfida a ogni costo. Nella vita nessuno vince
davvero su un altro. Credo, piuttosto, che le mie doti migliori siano la
serenità e la capacità di adattarmi alla vita giorno dopo giorno».
- Canti e suoni da quando avevi dieci anni, hai fatto
parte persino di un gruppo punk del tuo paese: in fondo il
"progetto" Elisa ha radici antiche...
«È vero, ma se le radici non vengono annaffiate non
fanno crescere l’albero. Nel 1995 ho mandato una cassetta alla Sugar e
sono stata invitata a Milano da Caterina Caselli. E proprio lei, la grande
Caterina, ha capito quel che potevo essere. Ma ha anche capito che
scrivevo le mie canzoni in inglese perché mi piacciono i suoni di questa
lingua, che ritengo si sposino bene con la mia musica. Mi ha preso per
mano e mi ha portato sino a Sanremo...».
- Dove, subito dopo la vittoria, ti hanno intimato di
stare zitta...
Ride, perché le ho ricordato quel che è accaduto la
notte del sabato della vittoria. Caterina aveva organizzato una festa per
lei a cui aveva invitato solo un gruppo di amici. Ed Elisa, verso le tre
del mattino, sul pianoforte che c’è nell’atrio dell’hotel Royal, s’è
messa a suonare. Dopo un po’ sono arrivate le prime telefonate di
protesta dei clienti e la sorveglianza è intervenuta chiedendole di
smettere. Elisa ha chiuso il pianoforte, ma Caterina Caselli è
intervenuta: «È la sua festa, lasciamola sfogare...». Elisa ha suonato
ancora per pochi minuti e poi ha smesso.
- Che cosa ti ricordi di quella notte?
«Tante cose, ma l’immagine più bella è quella di
Caterina Caselli con accanto la sua mamma. M’è venuta in mente la mia.
E m’è venuto un po’ di magone. Benedetta influenza: così, invece di
andare in vacanza, ho potuto stare con la mia mamma. È un lusso che non
ha prezzo. Davvero!».
Gigi Vesigna
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