I lettori
intervengono sul tema del sollievo al dolore. Per alcuni medici, non c’è
bisogno di una legge ma bastano "scienza e coscienza". Anche le
parole possono fare da balsamo, perché il silenzio non si addice al
dolore.Da
un po’ non lascio questa pagina alle lettere dei lettori che completano
quanto vado scrivendo con aggiustamenti, critiche, nuovi spunti, e così
mi rendono un servizio del quale sono grata. La "voce sola" di
chi tiene una rubrica ha bisogno del controcanto di altre voci, sennò
rischia di rimanere scompagnata per non dire altezzosa. Tra gli ultimi
argomenti hanno calamitato più lettere la legge sulle cure al dolore
fisico, il disagio dei giovani, la "mucca pazza", e credo di
capirne il perché: sono tutt’e tre legati dal filo delle nostre paure e
incertezze sul futuro. Resto per ora al primo argomento.
Da Firenze, il professor Anton Giulio Sesti, già
primario di medicina, mi manda un suo scritto dal titolo Sedare il
dolore, e peccato che manchi lo spazio per tutto (ma se qualcuno me lo
chiederà, gliene manderò copia). Scrive Sesti: «Ero un giovane medico,
44 anni fa, quando uscì il discorso di Pio XII in risposta a quesiti
morali sull’analgesia. Da allora ho sempre seguito nel mio lavoro questa
indicazione del Papa: "L’uomo conserva, anche dopo la caduta, il
diritto di dominare le forze della natura..., di mettere dunque a profitto
tutte le risorse che essa gli offre per evitare o sopprimere il dolore
fisico"». Il professore mi comunica poi tre notizie buone: il
primo "Centro del dolore" fu fondato a Firenze dal professor
Paolo Novelli già negli anni Ottanta e oggi è noto anche in campo
internazionale; la Giunta regionale toscana si è impegnata a creare
almeno una unità di cure palliative per ogni Asl; il 22 marzo verrà
consegnato il "Premio Testimonianza" del Rotary Club Firenze Est
ai volontari del Camo specializzati in queste cure.
Da Torino, Adriana Perlino
Tanga: «È tutta una mentalità che dovrebbe cambiare, perché la
medicina deve avere una componente spirituale per dare sollievo non solo
al fisico, ma a tutto l’essere umano che soffre. È una battaglia da
combattere affinché i medici per primi imparino a considerare persone e
non corpi i loro pazienti». Questo vale per le sofferenze diciamo così d’ordinanza,
legate a malattie di passaggio. Ma vale infinitamente di più per chi
patisce infermità irrimediabili che distruggono insieme corpo e spirito.
Prosegue Adriana: «Recentemente ho letto il libro La morte amica
di Marie de Hennezel (ed. Rizzoli). Il titolo originale è La mort
intime, dove quell’aggettivo la dice lunga sulla delicatezza con cui
viene trattato un tema così straziante. Nel centro di cui si parla, ci
sono persone che vivono i problemi di ogni singolo malato come propri. Si
arriverà mai a tanto?».
Tra le lettere di medici più
o meno d’accordo su una legge che renda obbligatorie le cure del dolore,
alcune esprimono dubbi. Come quella del dottor Stefano Giani dell’ospedale
di Varese: «Non vedo la necessità di una legge che debba codificare ciò
che già dovrebbe essere buona pratica della medicina. Temo che dovremo
avere un avvocato per ogni prescrizione e forse attenderemo i tempi di un
processo per stabilire diagnosi e cure secondo le leggi, non secondo
scienza e coscienza. Comunque negli ospedali ci sono équipes che
si occupano di terapia del dolore. Bisogna valorizzare le associazioni
volontarie che assistono i malati anche a casa. Le segnalo una della mia
città che ho avuto modo di apprezzare: "Varese con te", via
Cola di Rienzo 2, Varese».
Mi sono anche arrivate testimonianze su dolori patiti e
su come sono stati superati con l’aiuto di medici dotati di
"scienza e coscienza", o di persone care e soccorrevoli. Da
Palermo, Nadia F., già malata di un tumore ora sconfitto, dice che non ce
l’avrebbe fatta senza sua madre: «Stava al mio capezzale e mi faceva
parlare. Tante volte avrei voluto che mi lasciasse sola, ma poi succedeva
che le parole riuscivano a distrarmi da quel pensiero fisso del dolore».
Infine, la lettera breve e arguta di Beppe Lucca, da Grandate, Como: «Vorrei
complimentarmi per il suo pezzo sul dolore fisico, ma lo farò domani. Sa
com’è, oggi la coxartrosi mi rende nervoso». Non so com’è, caro
Beppe, ma me l’immagino e spero che domani potrai raccontarmela. Il
silenzio si addice alla felicità, non al dolore. Chi riesce a descrivere
il suo dolore, pur tra le lacrime è vicino a consolarsi. Il balsamo delle
parole può soccorrere i mali fisici e i mali dell’anima.
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