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Il mondo visto da
una provetta LETTERA APERTA DI UN EMBRIONE AI "POSSIBILI" GENITORI «Sono nato in "provetta". Non ho sentito il battito del cuore di mia madre. Cari genitori, salvatemi. Non soffocate il vostro amore in un laboratorio».
Una lettera scritta da... un bimbo in provetta: espediente retorico che fa tornare in mente un antecedente famoso, quella Lettera a un bambino mai nato della giornalista Oriana Fallaci, che ha riscosso un meritato successo di pubblico. In comune le due lettere – fatte salve tutte le differenze – hanno lo stesso intento: portare in evidenza la condizione della vita umana prima della nascita e mettere a fuoco le scelte etiche che incombono sulle persone alle quali spetta la decisione che può mettere fine a una vita iniziata. In comune hanno anche il ricorso alla figura retorica di una lettera impossibile: quella di Oriana Fallaci il bambino non nato non la potrà mai leggere, così come il bambino in provetta non può scrivere ai suoi "possibili" genitori. Quando si parla di retorica in genere non lo si intende come un complimento. Spesso si qualifica come retorico un discorso falso, in cui conta di più il modo come si dicono le cose che le cose dette. Non era così per gli antichi. La retorica era essenzialmente l’arte di convincere. Talvolta un artificio – come in questi casi cambiare il punto di vista, "mettendosi nei panni" di chi non è in grado di esprimersi – svolge una funzione molto utile. Ci trasporta al di fuori di cliché e modi abituali di pensare, mostrandoci volti nascosti della realtà. Nessuna esclusione a priori, quindi, di una fittizia lettera che venga dalla provetta, se serve a far intendere le buone ragioni che ci portano a riconsiderare gli inizi di una vita umana. Ma, al di là della figura retorica – e anche poetica, se vogliamo – di un bambino che fa sentire la sua voce dalla provetta, possiamo attribuire un "io" a un essere umano in quello stadio? È corretto stabilire un’equivalenza tra embrione e bambino («Io sono una persona, ho dei sentimenti...», afferma la voce attribuita all’embrione)? Ci accorgiamo che la retorica, se non la teniamo sotto controllo, ci porta ad affermazioni audaci, al di fuori del quadro di riferimento costituito dalla ragione comune. Soprattutto è importante considerare che, anche senza un consenso sulla questione filosofica (e teologica) di quando inizia la vita umana, si può raggiungere un accordo sulla protezione da garantire al concepito. È esemplare, a questo proposito, il parere del Comitato nazionale per la bioetica relativo alle tecniche di procreazione assistita, che risale al giugno 1994. Pur registrando il pluralismo delle opinioni, il Comitato nazionale esprimeva un accordo unanime nel proscrivere alcune pratiche di procreazione assistita (come la produzione di embrioni al solo scopo di farne oggetto di sperimentazione e ricerca, lo sfruttamento commerciale di gameti, embrioni e tessuti fetali, oppure la procreazione assistita ispirata a pregiudizi razziali). Come si vede, alcune delle pratiche previste in questa lettera – per esempio, la distruzione di embrioni – vengono già escluse da un’etica che si ispira ad alcuni grandi princìpi condivisi nella nostra società, anche se non è possibile ricondurre tutte le posizioni etiche a un denominatore comune. Su altre, invece, il dibattito deve continuare con impegno e serenità, senza inutili e controproducenti crociate. Ed evitando soprattutto di far cadere sulle coppie che ricorrono all’aiuto della medicina per riuscire a concepire un figlio un’accusa generica di "consumismo" procreativo. Non tutte meritano i rilievi critici contenuti in questa lettera. Molte coppie sanno fermarsi in tempo, senza essere risucchiate da una specie di ostinazione a procreare, costi quello che costi: provano, riprovano, e se non ottengono l’esito sperato sanno canalizzare il loro desiderio frustrato di avere un figlio su altri obiettivi. Così pure sanno distinguere tra pratica e pratica: non tutte le coppie che sono disponibili per una fecondazione in vitro si spingono fino ad accettare un utero surrogato. Molti si arrestano anche di fronte alla fecondazione artificiale con seme di donatore. Già altre volte in questa rubrica abbiamo ospitato la voce di coppie che si sentono offese a causa di condanne sommarie, in quanto vengono equiparate ai comportamenti estremisti e provocatori di alcune persone che amano sfidare ogni limite e ogni forma di pudore e di decenza. La difesa della vita umana fin dagli inizi è una causa sacrosanta; ma non ci deve autorizzare – retorica o non retorica – a far cadere giudizi morali ingiusti su persone per le quali la sterilità è una grande sofferenza. Gli spericolati utilizzatori di tecnologie riproduttive fuori da ogni limite, compresi i limiti posti dal buon senso, sono pochi. Non vanno demonizzate a causa loro le tante coppie per le quali la medicina svolge una funzione semplice e preziosa: offre un aiuto per venire a capo di una patologia – in questo caso la sterilità – che getta un’ombra nera sulla vita. d.a. |
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