Se la
patria non è morta l’8 settembre e nei successivi 50 anni, lo si deve
anche ai Caduti della Acqui: a noi, in una stagione politica orfana di
princìpi, tocca conservare gelosamente la loro memoria.
Di là dalla ormai
stanca disputa su che cosa sia veramente stata la Resistenza, una cosa
colpisce, intorno all’omaggio portato dal presidente Ciampi ai Caduti di
Cefalonia: il silenzio del mondo politico. Non mancano ragioni, per quel
silenzio, nel nostro recente passato ideologico a egemonia culturale
comunista e nel nostro presente pre-elettorale. Ma siccome quell’onore
reso agli eroi della Divisione Acqui ha voluto significare un omaggio all’amor
di patria, proprio il richiamo all’unità nazionale implicito in quel
gesto "fa problema" agli occhi di una classe politica che sembra
rifiutare qualsiasi coinvolgimento comune in un "principio
superiore" di natura civile.
Tale coinvolgimento comune esigerebbe una scelta di
campo, difficile da compiere per politici che si sono trovati a dover
conciliare un progetto federalista più "urlato" che meditato e
condiviso, ma usato da entrambi i poli a scopi di propaganda elettorale,
con un’idea di patria non proposta accademicamente, ma riferita a un
episodio reale, tragico e insieme eroico, in cui uomini comuni,
appartenenti a tutte le regioni italiane, offrirono le loro vite come
riscatto della dignità nazionale offesa e tradita dalla classe dirigente
di allora, incapace di gestire un armistizio che lasciava isolati, lontani
dalla penisola, centinaia di migliaia di soldati del Regio Esercito, senza
ordini precisi, né preparazione, né possibilità di ricevere
rifornimenti e di rimpatriare rapidamente.
A Cefalonia, la maggiore delle Isole Ionie,
l’8 settembre del 1943 erano dislocati reparti di fanteria, di
artiglieria e del genio militare della Divisione Acqui, più una compagnia
di carabinieri e una di guardie di finanza e unità dell’Aeronautica e
della Marina. In tutto, 525 ufficiali e 11 mila sottufficiali e soldati.
Li comandava il generale Gandin. I tedeschi vi avevano tremila uomini con
25 ufficiali. Vi furono alcuni giorni di trattative fra i due comandi,
finché fu chiaro che i tedeschi cercavano solo di prendere tempo, mentre
continuavano a ricevere rinforzi, quando invece i nostri non avevano da
Brindisi (dove il re e il Governo si erano rifugiati) o da Atene (sede del
Comando dell’11ª Armata) che ordini contraddittori e nessun aiuto. La
situazione diventava di ora in ora drammaticamente più chiara per gli
uomini della truppa, in mezzo ai quali agivano ufficiali coraggiosi, ben
determinati a non cedere le armi.
Accadde un fatto davvero inedito nella storia militare
di guerra: fu indetto un referendum fra i reparti "su tre punti:
contro i tedeschi, con i tedeschi, cessione delle armi". Scrive
Alfonso Bartolini nel suo documentatissimo libro Per la patria e la
libertà (Mursia, 1986): «L’esito del referendum giunse al Comando
nelle prime ore del 14: "contro i tedeschi" si era pronunciato
quasi il cento per cento dei soldati. La coscienza di Gandin, travagliata
da mille dubbi, poté placarsi».
Dal giorno successivo, per una
settimana, fu una lotta senza quartiere in gran parte dell’isola.
Nonostante molti episodi di autentico eroismo da parte dei nostri, la
sorte fu decisa dagli attacchi aerei incessanti che gli Stukas portarono
contro di loro: nei combattimenti morirono 65 ufficiali e 1.250 fra
sottufficiali e soldati italiani. Il generale Gandin mise fine all’inutile
strage alle ore 11 del 22 settembre, innalzando bandiera bianca.
I tedeschi dettero subito inizio a uno spietato massacro
di prigionieri: ne fucilarono, a gruppi o isolatamente, ovunque ne
trovassero, oltre cinquemila, di cui 189 ufficiali (fra i quali lo stesso
Gandin). Il racconto del cappellano don Formato ha tratti di particolare
orrore, ma anche di straordinaria grandezza d’animo, come le parole del
tenente Clerici ai suoi uomini, davanti al plotone d’esecuzione: «Coraggio,
sarà un attimo, ma almeno moriremo da forti e questa canaglia non potrà
dire che siamo dei vigliacchi».
Il presidente Ciampi ha detto a Cefalonia che la
Resistenza è nata in quell’isola, grazie a quegli uomini. Nel libro di
Bartolini ci sono anche le cifre di un’altra Resistenza, non meno
coraggiosa: quella dei militari italiani, circa 700 mila, che i tedeschi
catturarono dopo l’8 settembre in Francia, nei Balcani, in Grecia, nelle
isole del Mediterraneo, e internarono nei loro lager. Ne morirono di
malattie, di stenti, di fame, cinquantamila.
Se la patria non è morta né l’8 settembre, né nei
cinquant’anni successivi (come sostengono alcuni storici, e come nega il
presidente Ciampi) lo si deve anche a loro e alla loro memoria, che a noi
italiani di oggi tocca conservare gelosamente. Senza retorica, ma anche
senza compiacenze per una stagione politica orfana di princìpi.
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