Editoriale.  di Beppe Del Colle

    
IL RICHIAMO DEL PRESIDENTE CIAMPI
Perché i politici
non amano Cefalonia

   

   Famiglia Cristiana n.11 del 18-3-2001 - Home Page Se la patria non è morta l’8 settembre e nei successivi 50 anni, lo si deve anche ai Caduti della Acqui: a noi, in una stagione politica orfana di princìpi, tocca conservare gelosamente la loro memoria.

Di là dalla ormai stanca disputa su che cosa sia veramente stata la Resistenza, una cosa colpisce, intorno all’omaggio portato dal presidente Ciampi ai Caduti di Cefalonia: il silenzio del mondo politico. Non mancano ragioni, per quel silenzio, nel nostro recente passato ideologico a egemonia culturale comunista e nel nostro presente pre-elettorale. Ma siccome quell’onore reso agli eroi della Divisione Acqui ha voluto significare un omaggio all’amor di patria, proprio il richiamo all’unità nazionale implicito in quel gesto "fa problema" agli occhi di una classe politica che sembra rifiutare qualsiasi coinvolgimento comune in un "principio superiore" di natura civile.

Tale coinvolgimento comune esigerebbe una scelta di campo, difficile da compiere per politici che si sono trovati a dover conciliare un progetto federalista più "urlato" che meditato e condiviso, ma usato da entrambi i poli a scopi di propaganda elettorale, con un’idea di patria non proposta accademicamente, ma riferita a un episodio reale, tragico e insieme eroico, in cui uomini comuni, appartenenti a tutte le regioni italiane, offrirono le loro vite come riscatto della dignità nazionale offesa e tradita dalla classe dirigente di allora, incapace di gestire un armistizio che lasciava isolati, lontani dalla penisola, centinaia di migliaia di soldati del Regio Esercito, senza ordini precisi, né preparazione, né possibilità di ricevere rifornimenti e di rimpatriare rapidamente.

A Cefalonia, la maggiore delle Isole Ionie, l’8 settembre del 1943 erano dislocati reparti di fanteria, di artiglieria e del genio militare della Divisione Acqui, più una compagnia di carabinieri e una di guardie di finanza e unità dell’Aeronautica e della Marina. In tutto, 525 ufficiali e 11 mila sottufficiali e soldati. Li comandava il generale Gandin. I tedeschi vi avevano tremila uomini con 25 ufficiali. Vi furono alcuni giorni di trattative fra i due comandi, finché fu chiaro che i tedeschi cercavano solo di prendere tempo, mentre continuavano a ricevere rinforzi, quando invece i nostri non avevano da Brindisi (dove il re e il Governo si erano rifugiati) o da Atene (sede del Comando dell’11ª Armata) che ordini contraddittori e nessun aiuto. La situazione diventava di ora in ora drammaticamente più chiara per gli uomini della truppa, in mezzo ai quali agivano ufficiali coraggiosi, ben determinati a non cedere le armi.

Accadde un fatto davvero inedito nella storia militare di guerra: fu indetto un referendum fra i reparti "su tre punti: contro i tedeschi, con i tedeschi, cessione delle armi". Scrive Alfonso Bartolini nel suo documentatissimo libro Per la patria e la libertà (Mursia, 1986): «L’esito del referendum giunse al Comando nelle prime ore del 14: "contro i tedeschi" si era pronunciato quasi il cento per cento dei soldati. La coscienza di Gandin, travagliata da mille dubbi, poté placarsi».

Dal giorno successivo, per una settimana, fu una lotta senza quartiere in gran parte dell’isola. Nonostante molti episodi di autentico eroismo da parte dei nostri, la sorte fu decisa dagli attacchi aerei incessanti che gli Stukas portarono contro di loro: nei combattimenti morirono 65 ufficiali e 1.250 fra sottufficiali e soldati italiani. Il generale Gandin mise fine all’inutile strage alle ore 11 del 22 settembre, innalzando bandiera bianca.

I tedeschi dettero subito inizio a uno spietato massacro di prigionieri: ne fucilarono, a gruppi o isolatamente, ovunque ne trovassero, oltre cinquemila, di cui 189 ufficiali (fra i quali lo stesso Gandin). Il racconto del cappellano don Formato ha tratti di particolare orrore, ma anche di straordinaria grandezza d’animo, come le parole del tenente Clerici ai suoi uomini, davanti al plotone d’esecuzione: «Coraggio, sarà un attimo, ma almeno moriremo da forti e questa canaglia non potrà dire che siamo dei vigliacchi».

Il presidente Ciampi ha detto a Cefalonia che la Resistenza è nata in quell’isola, grazie a quegli uomini. Nel libro di Bartolini ci sono anche le cifre di un’altra Resistenza, non meno coraggiosa: quella dei militari italiani, circa 700 mila, che i tedeschi catturarono dopo l’8 settembre in Francia, nei Balcani, in Grecia, nelle isole del Mediterraneo, e internarono nei loro lager. Ne morirono di malattie, di stenti, di fame, cinquantamila.

Se la patria non è morta né l’8 settembre, né nei cinquant’anni successivi (come sostengono alcuni storici, e come nega il presidente Ciampi) lo si deve anche a loro e alla loro memoria, che a noi italiani di oggi tocca conservare gelosamente. Senza retorica, ma anche senza compiacenze per una stagione politica orfana di princìpi.

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