ESCLUSIVO - INCHIESTA/SONDAGGIO
Come ci giudicano gli immigrati musulmani in Italia

Noi visti da loro

   di FULVIO SCAGLIONE
  

   Famiglia Cristiana n.11 del 18-3-2001 - Home Page

Sono venuti per campare, come quando noi andammo in America. E ci giudicano meglio di come potevamo immaginare. Anche se...

Omar pensa tutti i giorni a Fatima. Gli mancano i suoi baci, le sue risate, e quelle mani che sgranano il cous cous. Gli mancano Tariq e ’Aischa, i suoi bambini. Omar è in Italia da sette anni. È arrivato, come tanti, in maniera avventurosa. Da Tangeri a Gibilterra su una barchetta carica di disperati, poi aggrappato sotto un camion, per entrare in Spagna. Ah, l’Europa. E poi l’Italia. Milano. I semafori dove ha lavato i vetri, la vita agra di chi si vede rifiutato un alloggio perché è marocchino, perché non parla italiano, perché non ha un lavoro. I primi tre anni sono stati così, tutto un "no". «Ma Allah è immenso e saggio, e, hamdulillah (grazie a Dio) ho trovato un lavoro. Sono in regola solo per una parte delle ore che faccio... Però il muratore lo so fare. Me lo dicono i miei compagni, che non si stupiscono più se non mangio il toast al prosciutto, o se faccio la mia preghiera». La famiglia gli manca da impazzire. Vorrebbe farli venire tutti qui, ma ci sono le pratiche, i pochi soldi, la casa piccola... Per adesso non se ne parla. Quando si favoleggia della poligamia, per la prima volta sorride. Perché, in realtà, il musulmano non può sposare quante donne vuole. Sono pochissimi, e retrogradi, quei Paesi in cui è in vigore il numero di quattro mogli. E intanto Omar resta solo. Di Omar la People/Swg, in collaborazione con la Angelo Costa, ne ha intervistati 400, per questo sondaggio esclusivo per Famiglia Cristiana: 400 immigrati musulmani regolari, sparsi in tutta Italia. Che ci vedono così.

«I miei due occhi ora non servono a nulla / se non quando diventano quattro con l’aiuto degli occhiali dei Franchi». Quanto a versi, diciamolo, si è già letto di meglio. Ma ciò che il poeta persiano ci manda a dire dal lontano 1490 è che già allora, due anni prima della scoperta dell’America, si potevano portare lenti fabbricate in Francia senza sentirsi infedeli o traditori della propria fede. E che quindi noi, che siamo stati non solo in America ma persino sulla Luna, dovremmo forse avere più fiducia nella capacità delle diverse culture di mettersi prima in relazione e infine in sintonia tra loro.

Immigrati islamici in un ristorante arabo di Mazara del Vallo, in Sicilia.
Immigrati islamici in un ristorante arabo di Mazara del Vallo,
in Sicilia (foto Giancarlo Giuliani)
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La presenza di immigrati musulmani, affatto nuova in diversi Paesi d’Europa, solo da poco in Italia ha raggiunto quella soglia critica che apre le coscienze, lancia i dibattiti, scatena le polemiche e attira le speculazioni, anche quelle politiche. Un giusto discutere, ma con due pecche vistose. La prima, la più evidente, è che ci si interessa troppo poco di che cosa pensano loro di noi. Famiglia Cristiana ci prova con il sondaggio e l’inchiesta che pubblichiamo in queste pagine, che offrono risultati non banali e qualche volta francamente (giustamente) sorprendenti.

La seconda pecca è più sottile ma non meno insidiosa, soprattutto se pensiamo che si applica a un fenomeno (i rapporti degli italiani con l’Islam in terra italiana) recente e quindi ancora da approfondire. Ed è la tentazione di trasferire tutto, dalla richiesta di aprire una moschea alla vetrina di una macelleria islamica, su un piano di cultura e religione. Che esistono, e sono importantissimi. E che diventeranno forse ancor più importanti in futuro, secondo l’avvertimento di un libro famoso, ma anche letto assai male, com’è stato Lo scontro delle civiltà di Samuel P. Huntington. Ma che in questa fase sono forse sopravvalutati e, infatti, vissuti con l’ansia e il sentimento di un pericolo incombente.

Guardiamo all’esito del sondaggio. Quasi tutti gli interpellati mettono il lavoro (per sé, per offrire un sostegno alla famiglia lontana, perché trovarne uno qualunque in patria è impossibile) quale motivazione fondamentale della propria emigrazione.Sondaggio 1.

Questa gente viene da noi per campare meglio, ma soprattutto per campare. In fondo, non sono affatto diversi dalle centinaia di migliaia di italiani cattolici (oppure russi, ucraini, bulgari e rumeni ortodossi) che all’inizio del secolo scorso si trasferirono negli Stati Uniti, e che adesso sono onorati nel Museo dell’immigrazione di Ellis Island, l’isoletta che sta di fronte a Manhattan. Anche loro emigrati per campare, certo non per convertire i discendenti protestanti del Mayflower.

In altre parole: alla base della presenza dei musulmani in Italia c’è ancora un formidabile problema di esclusione sociale ed emarginazione economica. Che non annulla le altre forme di approccio al problema ma dovrebbe comunque restare la nostra prima preoccupazione. Nell’elenco dei 25 Paesi con il più alto Prodotto interno lordo pro capite, musulmani sono solo il Qatar (numero 19 in classifica) e gli Emirati Arabi Uniti (24), da cui infatti non riceviamo immigrati. Nella lista dei 25 Paesi con il miglior indice di sviluppo umano (elaborata dall’Onu a partire dal 1990 sulla base di criteri non solo economici) c’è solo il Brunei (25). Da cui, di nuovo, non riceviamo immigrati. In compenso, tra i 25 Paesi con il più alto tasso di disoccupazione ci sono Algeria (2) e Marocco (6) da cui, guarda caso, l’Italia e i Paesi vicini ricevono molti immigrati.

Sono dati che ci parlano di "loro" ma, a saperli leggere, dicono molto anche di "noi". Perché finora in Italia sono arrivate persone in cerca di un lavoro qualunque, o persone qualificate disposte ad accontentarsi. Negli Usa in dieci anni (1989-1999) è quasi triplicato (da 48.820 a 116.695) il numero di permessi di soggiorno concessi ogni anno a laureati o tecnici qualificati provenienti dall’estero, soprattutto Africa e Asia. Il che spiega anche qual è il posto dell’Italia nel mondo della scienza, della tecnologia e dell’economia globale.

È giusto, e inevitabile, che ci preoccupiamo di "chi" importiamo e di che cosa ne nascerà. Anche perché assistiamo alla crisi dei due grandi modelli di gestione dei flussi migratori: quello assimilazionista, tipico per esempio della Francia, per cui le differenze etniche, nazionali o religiose vivono solo nella sfera privata, mentre in pubblico esiste l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge dello Stato; e quello pluralista, tipico delle nazioni anglosassoni, in cui le differenze etniche, nazionali e religiose sono protagoniste della vita pubblica, quasi lasciate a contendersi il primato sul libero mercato delle influenze culturali. Gli assimilazionisti sono diventati più pluralisti, e viceversa.

Anche l’Italia avrà questi problemi, forse li sta già avendo. Ma non sarebbe male continuare a preoccuparci di "che cosa" esportiamo noi, dei modelli culturali che contribuiamo a diffondere (per esempio con le nostre televisioni, viste in molti Paesi islamici del Mediterraneo), di quelli politici (anche l’Europa ha le sue guerre etniche), di quelli economici. Sarebbe anche questo un modo di costruire un rapporto con l’Islam che vuol vivere tra noi.

Fulvio Scaglione
  

 Segue: «Ormai questo è il loro Paese»

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