«I miei due occhi
ora non servono a nulla / se non quando diventano quattro con l’aiuto
degli occhiali dei Franchi». Quanto a versi, diciamolo, si è già letto
di meglio. Ma ciò che il poeta persiano ci manda a dire dal lontano 1490
è che già allora, due anni prima della scoperta dell’America, si
potevano portare lenti fabbricate in Francia senza sentirsi infedeli o
traditori della propria fede. E che quindi noi, che siamo stati non solo
in America ma persino sulla Luna, dovremmo forse avere più fiducia nella
capacità delle diverse culture di mettersi prima in relazione e infine in
sintonia tra loro.

Immigrati islamici in un
ristorante arabo di Mazara del Vallo,
in Sicilia (foto Giancarlo Giuliani).
La presenza di immigrati musulmani, affatto nuova in
diversi Paesi d’Europa, solo da poco in Italia ha raggiunto quella
soglia critica che apre le coscienze, lancia i dibattiti, scatena le
polemiche e attira le speculazioni, anche quelle politiche. Un giusto
discutere, ma con due pecche vistose. La prima, la più evidente, è che
ci si interessa troppo poco di che cosa pensano loro di noi. Famiglia
Cristiana ci prova con il sondaggio e l’inchiesta che pubblichiamo
in queste pagine, che offrono risultati non banali e qualche volta
francamente (giustamente) sorprendenti.
La seconda pecca è più sottile ma non meno insidiosa,
soprattutto se pensiamo che si applica a un fenomeno (i rapporti degli
italiani con l’Islam in terra italiana) recente e quindi ancora da
approfondire. Ed è la tentazione di trasferire tutto, dalla richiesta di
aprire una moschea alla vetrina di una macelleria islamica, su un piano di
cultura e religione. Che esistono, e sono importantissimi. E che
diventeranno forse ancor più importanti in futuro, secondo l’avvertimento
di un libro famoso, ma anche letto assai male, com’è stato Lo
scontro delle civiltà di Samuel P. Huntington. Ma che in questa fase
sono forse sopravvalutati e, infatti, vissuti con l’ansia e il
sentimento di un pericolo incombente.
Guardiamo all’esito del sondaggio. Quasi tutti gli
interpellati mettono il lavoro (per sé, per offrire un sostegno alla
famiglia lontana, perché trovarne uno qualunque in patria è impossibile)
quale motivazione fondamentale della propria emigrazione.
Questa gente viene da noi per campare meglio, ma
soprattutto per campare. In fondo, non sono affatto diversi dalle
centinaia di migliaia di italiani cattolici (oppure russi, ucraini,
bulgari e rumeni ortodossi) che all’inizio del secolo scorso si
trasferirono negli Stati Uniti, e che adesso sono onorati nel Museo dell’immigrazione
di Ellis Island, l’isoletta che sta di fronte a Manhattan. Anche loro
emigrati per campare, certo non per convertire i discendenti protestanti
del Mayflower.
In altre parole: alla base della presenza dei musulmani
in Italia c’è ancora un formidabile problema di esclusione sociale ed
emarginazione economica. Che non annulla le altre forme di approccio al
problema ma dovrebbe comunque restare la nostra prima preoccupazione. Nell’elenco
dei 25 Paesi con il più alto Prodotto interno lordo pro capite, musulmani
sono solo il Qatar (numero 19 in classifica) e gli Emirati Arabi Uniti
(24), da cui infatti non riceviamo immigrati. Nella lista dei 25 Paesi con
il miglior indice di sviluppo umano (elaborata dall’Onu a partire dal
1990 sulla base di criteri non solo economici) c’è solo il Brunei (25).
Da cui, di nuovo, non riceviamo immigrati. In compenso, tra i 25 Paesi con
il più alto tasso di disoccupazione ci sono Algeria (2) e Marocco (6) da
cui, guarda caso, l’Italia e i Paesi vicini ricevono molti immigrati.
Sono dati che ci parlano di "loro" ma, a
saperli leggere, dicono molto anche di "noi". Perché finora in
Italia sono arrivate persone in cerca di un lavoro qualunque, o persone
qualificate disposte ad accontentarsi. Negli Usa in dieci anni (1989-1999)
è quasi triplicato (da 48.820 a 116.695) il numero di permessi di
soggiorno concessi ogni anno a laureati o tecnici qualificati provenienti
dall’estero, soprattutto Africa e Asia. Il che spiega anche qual è il
posto dell’Italia nel mondo della scienza, della tecnologia e dell’economia
globale.
È giusto, e inevitabile, che ci preoccupiamo di
"chi" importiamo e di che cosa ne nascerà. Anche perché
assistiamo alla crisi dei due grandi modelli di gestione dei flussi
migratori: quello assimilazionista, tipico per esempio della Francia, per
cui le differenze etniche, nazionali o religiose vivono solo nella sfera
privata, mentre in pubblico esiste l’uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge dello Stato; e quello pluralista, tipico delle nazioni
anglosassoni, in cui le differenze etniche, nazionali e religiose sono
protagoniste della vita pubblica, quasi lasciate a contendersi il primato
sul libero mercato delle influenze culturali. Gli assimilazionisti sono
diventati più pluralisti, e viceversa.
Anche l’Italia avrà questi problemi, forse li sta
già avendo. Ma non sarebbe male continuare a preoccuparci di "che
cosa" esportiamo noi, dei modelli culturali che contribuiamo a
diffondere (per esempio con le nostre televisioni, viste in molti Paesi
islamici del Mediterraneo), di quelli politici (anche l’Europa ha le sue
guerre etniche), di quelli economici. Sarebbe anche questo un modo di
costruire un rapporto con l’Islam che vuol vivere tra noi.
Fulvio Scaglione