Stefano Allievi, sociologo, esperto di Islam in Europa

«Ormai questo è il loro Paese»

   di FULVIO SCAGLIONE
  

   Famiglia Cristiana n.11 del 18-3-2001 - Home Page

Vogliono integrarsi, ma anche conservare le loro tradizioni: «È normale, vivono qui e vogliono vivere il meglio possibile».

Ricerche, serie o pasticciate, se ne fanno molte. Ipotesi e polemiche sul comportamento degli italiani, anche. Molto più rari sono, invece, i tentativi di sondare in presa diretta i sentimenti degli immigrati di fede islamica. Il che fa del sondaggio di Famiglia Cristiana un caso quasi unico.

Lo conferma Stefano Allievi, sociologo presso l’Università di Padova e autore di molti studi sull’Islam in Italia e in Europa. Che subito nota: «Emerge in modo evidente che i musulmani non ci considerano un popolo chiuso ai rapporti con le altre culture, anzi. Fatto che, in effetti, trova conferma anche nelle indagini "sul campo" degli specialisti. Larghe fasce del campione definiscono gli italiani buoni, amichevoli, accoglienti, a differenza forse di quanto qualcuno si ostina a credere. D’altra parte, l’anno scorso, con altri ricercatori, ho concluso per l’Unione europea un rapporto sull’Islam in Europa: i risultati mostrano che, a parte situazioni particolari, non ci sono problemi di rilievo, né singoli Paesi problematici. I Paesi del Sud Europa, poi, come Italia, Spagna e Portogallo, affrontano un’immigrazione più recente, più articolata, non identificabile con un solo Paese d’origine. Questo impedisce polarizzazioni come quella che si ha in Francia con gli algerini, in Germania con i turchi, in Gran Bretagna con gli indo-pakistani, e quindi anche la demonizzazione di gruppi e Paesi specifici. Ed evita, inoltre, che venga importato "qua" ciò che succede "là", con le ansie e le paure che ne derivano».

Un panettiere egiziano.
Un panettiere egiziano (foto Giancarlo Giuliani).

  • L’Italia continua ad avere una percentuale di immigrati tra le più basse in tutta l’Europa...

«Sì, e di nuovo è un dato che vale in genere per i Paesi del Sud Europa. Fino agli anni Settanta esportavamo lavoratori nelle Americhe e nell’Europa del Nord. Il flusso si è invertito nel 1973, l’anno in cui da Paese di emigrazione siamo diventati Paese di immigrazione. Altrove, in Europa, l’immigrazione risale almeno agli anni della ricostruzione dopo la guerra, o al boom degli anni Sessanta».

  • Tornando ai rapporti tra immigrati di fede islamica e italiani: le relazioni con i vicini di casa sono "buone" per il 49 per cento, ma inesistenti per il 26. Che cosa ne pensa?

«Sarebbe interessante vedere qual è l’opinione dei vicini di casa. In tutte le ricerche si registra una tendenza dell’intervistato a dare risposte positive verso le esigenze dell’intervistatore. È difficile che uno dica di avere rapporti difficili con i vicini, semmai inesistenti, come appunto vediamo anche qui. D’altra parte, anche noi abbiamo spesso rapporti inesistenti con i nostri vicini. Noterei piuttosto, in questo ambito, un altro dato, quel 52 per cento di immigrati che vive in Italia solo oppure con amici. Rispecchia la realtà odierna, ma la nuova immigrazione è legata ai ricongiungimenti familiari, che negli ultimi anni sono aumentati moltissimo. In poche parole: avremo sempre più famiglie».

  • Alla domanda se sia più importante rimanere fedeli alle tradizioni del proprio Paese o integrarsi nella cultura italiana, le risposte si dividono quasi equamente in due. Una contraddizione?Sondaggio 2.

«No, al contrario. I due meccanismi vanno di pari passo. Un immigrato che va allo stadio o in discoteca non necessariamente è più integrato di uno che va in moschea. E lo stesso vale per una donna che porta il foulard rispetto a una che non lo porta. Quando scoppiò il caso della moschea di Lodi, si insistette molto su questo ragionamento: fanno le moschee, quindi tendono a stare tra loro, dunque non si integrano. Il desiderio di costruire moschee in Italia manifesta, invece, da parte dei musulmani, proprio un desiderio di integrazione. Prima di tutto da un punto di vista spirituale e culturale: considerano ormai l’Italia il loro Paese, non vivono più (come invece succedeva con la prima ondata migratoria) con la testa voltata verso il proprio Paese d’origine. E poi anche da un punto di vista tecnico, perché costruire una moschea significa avere rapporti con la gente, informarsi sui regolamenti, parlare con l’assessore, consultare il notaio…».

  • A proposito di integrazione: abitudini alimentari e tradizioni sembrano le cose cui i musulmani d’Italia sarebbero più disposti a rinunciare per meglio integrarsi...

«Anche qui vale, almeno in parte, il discorso appena fatto. In realtà è possibile, per un musulmano, vivere in Italia e in Europa senza rinunciare quasi a niente, dal punto di vista della vita quotidiana. Ed è proprio questo che ha fatto cambiare ai musulmani la definizione stessa di Europa. La concezione classica divide il mondo tra dar al Islam (terra dell’Islam) e dar al harb (terra del conflitto, cioè dei non musulmani). È una concezione elaborata molti secoli fa, riaffiorata in diversi momenti della storia, ma contestata oggi, sia nei Paesi d’origine degli immigrati sia dai musulmani che sono in Europa, i quali dicono: non è più vero. E infatti ci sono delle fatwa, cioè dei pronunciamenti giuridici, che stabiliscono che anche l’Europa è dar al Islam, perché ci si può vivere da musulmani».

  • Secondo lei, è proprio vero che il modo di vivere della donna italiana è accettabile per una donna islamica?

«A esser sincero, credo che questa sia una risposta accomodante. All’interno del mondo islamico c’è un giudizio morale non favorevole alla donna italiana ed europea. Quando vogliono dire qualcosa di male del nostro modo di vivere, è quasi sempre questo il primo argomento citato. I musulmani che da più tempo vivono nei nostri Paesi sono ovviamente in grado di distinguere tra immagine e realtà. Ma il pregiudizio negativo è diffuso».

  • Grandi difficoltà emergono, dal sondaggio, nel rapporto con la Questura e gli organi di Polizia...

«La cosa non mi sorprende. Conoscendo i problemi che ci sono stati con le sanatorie, e quelli che ci sono nel gestire il lavoro quotidiano, e sapendo il fastidio che provano persone che sono qua da anni, hanno sempre lavorato e comunque ogni anno devono ripresentare i documenti per ottenere il permesso di soggiorno, mi sembra un dato oggettivo. Queste istituzioni, inoltre, sono "nemiche" dell’immigrato per il semplice fatto di esistere: hanno il potere su di lui, possono dargli o negargli il permesso di soggiorno. E infatti ho la sensazione che le risposte sarebbero analoghe anche in Paesi in cui la pubblica amministrazione funziona meglio che da noi».

  • E sull’apprezzamento di cui godono la Caritas e le organizzazioni del volontariato cosa può dire?

«È logico che sia così. In primo luogo, perché l’Italia è il Paese in Europa in cui più spesso le strutture di supporto all’immigrazione sono emanazione di organizzazioni religiose, in particolare della Chiesa cattolica. E il giudizio positivo sul loro modo di lavorare è largamente diffuso presso gli immigrati. Questo, però, secondo me dipende anche da un’altra considerazione: in Italia, il mondo cattolico è stato il primo a fare una seria riflessione sull’Islam. Il personale che lavora sulla prima linea dell’accoglienza è in molti casi, come sappiamo, un religioso o un laico con sensibilità religiosa: ebbene, a una persona di questo genere, il fatto che un musulmano chieda un luogo di preghiera o desideri fare il digiuno, non solo non crea problemi, ma suona familiare».

  • Questa è la fotografia della situazione. Ma che cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni?

«Il vero problema è sviluppare l’abitudine alla diversità. E mi spiego: altri Paesi europei hanno fatto da tempo i conti con la pluralità culturale e religiosa. Pensiamo alla Germania (divisa in due tra cattolici e protestanti), alla Gran Bretagna (dove i cattolici sono minoranza), al Belgio, all’Olanda. In Italia, in campo religioso, abbiamo finora vissuto in un clima di monopolio cattolico. Certo, ci sono sempre stati gli ebrei e i protestanti, ma sono pochi e sono stati riconosciuti. Poi, in pochi anni, ecco 700.000 musulmani e l’Islam come seconda religione del Paese. È chiaro che i cattolici italiani sono costretti a fare un cammino più lungo e più in fretta. Qualche reazione di incomprensione e rifiuto è spiegabile».

Una macelleria islamica a Roma.
Una macelleria islamica a Roma (foto Siciliani).

  • Va bene. Ma in pratica?

«Due cose: guardare a ciò che hanno fatto i Paesi di meno recente immigrazione; e guardare a che cosa hanno fatto le Chiese in altri Paesi. Certi problemi che a noi, oggi, paiono insormontabili, altrove sono già da tempo pacificamente risolti. Molti temono che i musulmani in Europa vogliano introdurre la sharia (legge islamica) o la poligamia. In Germania ci sono deputati musulmani, in Gran Bretagna anche, più centinaia di sindaci e consiglieri comunali: mai nessuno di loro ha fatto proposte in quel senso».

  • Come si spiegano allora certe paure?

«Perché alcuni prendono un’idea predefinita dell’Islam e ci buttano dentro i musulmani. Un modo di ragionare che non tiene conto della storia. Definire l’Islam a partire da un manuale o da un testo di teologia medievale è come giudicare i cattolici di oggi sulla base della Summa theologiae di Tommaso d’Aquino. È un modo di ragionare che non tiene conto di un fatto fondamentale: nei Paesi d’origine, i musulmani sono maggioranza, in quelli d’immigrazione no. E in questi Paesi la teologia classica islamica, con le sue conseguenze di tipo legislativo e giuridico, non è applicata. Questo provoca grandi cambiamenti: una parte dei musulmani si secolarizza, un’altra diventa magari ancora più musulmana, ma comunque cambia. E la seconda generazione di immigrati, inoltre, nasce, cresce e viene educata in un contesto pluralista, in cui l’Islam non è religione di maggioranza. Ma certo, se si parla di Islam senza incontrare i musulmani, tutto questo non si vede».

Fulvio Scaglione

 Segue: «Siamo fiere del Corano»

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