Donne islamiche in Italia: prima del lavoro viene la religione

«Siamo fiere del Corano»

   di ALBERTO LAGGIA
  

   Famiglia Cristiana n.11 del 18-3-2001 - Home Page

Alcune si coprono il capo, altre no: «È un falso problema», dicono. «La vostra società è più maschilista della nostra».

«La libertà della donna nell’Islam sarebbe inficiata dall’obbligo di portare il velo sul capo? Mi dà molto più fastidio la mercificazione del corpo femminile sbattuto nei vostri calendari. Dite che in Italia la donna ha ormai le stesse opportunità di lavorare dell’uomo? Perché, allora, quando facevo la cameriera per pagarmi gli studi di medicina, tutti mi dicevano che dovevo lasciar perdere, perché era "un lavoro da maschi"? È vero in Iran siamo sottomesse, ma da un regime, non da una religione».

Roya Assadi, giovane iraniana che lavora a Padova presso una casa di cura come psicoterapeuta, vive da oltre 15 anni in Italia. Qui si trova bene, ma non è disposta a fare sconti alla società occidentale.

Non frequenta la moschea, non si copre il capo col hijab, ma non lo reputa un’imposizione umiliante: «Non ho sofferto in Iran, quando fuori casa dovevo coprirmi il capo, e non sarà l’obbligo del velo a impedirmi di tornare nel mio Paese, quando lo deciderò». Anche sulla richiesta di interrompere il lavoro per pregare nel periodo del Ramadan, Roya ha le idee precise: «Sono in Italia e devo rispettare le leggi italiane. Il Corano dice che l’importante è pregare. Non conta l’ora. Ma rispetto e stimo le mie amiche che lo fanno».Sondaggio 3.

Assadi è attiva nell’associazione multietnica "Colori di donna", della quale fa parte anche Sofia Ali Gaal, somala, 37 anni, residente a Rubano, nella cintura urbana di Padova. In Italia dal 1989, è sposata con un somalo che, dopo essersi laureato a Padova in ingegneria, ha trovato lavoro qui. È di fede musulmana e, al contrario di Roya, si copre sempre il capo col foulard. È madre di due bambini nati in Italia.

«Prima di sposarmi ho lavorato in Arabia Saudita come analista biologa. Poi è scoppiata la guerra del Golfo e sono stata costretta ad abbandonare il Paese», dice. Qui, col suo titolo di studio non è riuscita a trovar lavoro e allora ha iniziato a produrre in casa oggetti artigianali tradizionali. «Da qualche anno ho ottenuto una regolare licenza di ambulante, così adesso giro i mercati e i mercatini dell’antiquariato del Veneto con il mio banchetto».

La giornata di Sofia inizia prima che s’alzi il sole. «Mio marito? Mi aiuta. Senza il suo conforto non riuscirei a conciliare il ruolo di mamma e lavoratrice». E gli italiani? «Ogni tanto trovi qualche maleducato, o l’ignorante di turno, che fa la battuta stupida sulla gente di colore, o che non considera il tuo lavoro e si mette a trattare sul prezzo in modo arrogante. A volte, magari, mi riservano i posti meno frequentati del mercato».

Sofia e marito sono musulmani praticanti, i figli frequentano con loro la moschea: «Non ho mai trovato difficoltà nell’osservare i precetti della mia fede», afferma, ma aggiunge anche: «Rispetto a qualche anno fa, mi pare che siano cresciuti i segnali di intolleranza nei nostri confronti: se accade qualcosa di grave, c’è subito qualcuno che dà la colpa agli immigrati».

Forse è anche per questo che il desiderio di tornare in Somalia è grande: «Sto bene qui: ma pur essendo cittadina italiana, mi sento sempre una straniera. Sarà perché mi mancano il sole e il caldo della mia terra...».

Anche Fouzia Ez-zerqti, 39 anni, marocchina di Tangeri, in Italia dal 1985, denuncia un malessere nuovo: «L’intolleranza è cresciuta anche da voi. Si vive peggio rispetto a qualche anno fa; e, soprattutto, non sono più disposta a tollerare il trattamento che a Padova ci riservano Questura e altre istituzioni pubbliche».

Figlia di un teologo musulmano, dopo aver frequentato due anni di Farmacia a Tangeri, è venuta a Padova per completare gli studi. Nel frattempo, ha iniziato a lavorare come cameriera, poi è diventata cuoca in un ristorante italiano. Oggi frequenta una scuola serale per estetiste e fa la "mediatrice linguistica" presso alcuni istituti della provincia, insegnando l’italiano a ragazzi marocchini.

Del suo credo musulmano parla volentieri: «Ho rifiutato recentemente di farmi intervistare da una troupe della Rai che mi voleva solo con lo hijab in testa. Non l’ho mai portato e non vedevo il motivo di indossarlo allora. Così hanno cercato un’altra donna! Chi è allora che ha più pregiudizi sulle donne? Noi o voi? Ma con gli italiani, soprattutto con quelli che sanno qualcosa della nostra religione, non ho mai avuto problemi. La sottomissione della donna? Non è un dettato del Corano; anzi, la vera religione musulmana valorizzerebbe molto la donna. Purtroppo il maschilismo ha avuto il sopravvento. Ma ciò non è accaduto, forse, anche nel mondo occidentale cristiano?», afferma. Durante il Ramadan ha sempre lavorato. «Se devo pregare, lo faccio per conto mio».

Fouzia ha deciso di tornarsene in Marocco: «So che piangerò, ma ormai ho deciso: basta con l’Italia».

Alberto Laggia
    

Una veduta della moschea di Roma.
Una veduta della moschea di Roma (foto Siciliani)
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Toscana: il parroco e l’imam

Il parroco e l'imam si sono trovati insieme per benedire i nuovi palazzi nei quali, sullo stesso pianerottolo, potranno giocare, probabilmente senza troppi problemi, bambini cattolici e musulmani.

Don Giulio e l'imam Samb hanno chiesto con le parole della Bibbia e del Corano pace e salute per le giovani famiglie, cattoliche e islamiche, che ogni giorno saliranno e scenderanno i medesimi gradini di casa. È accaduto in Toscana, a Pontedera, città della Piaggio e della mitica Vespa.

Qualche settimana fa, all'inaugurazione di 53 nuovi appartamenti di edilizia popolare, realizzati dall'Azienda per l'edilizia territoriale (Aler) e assegnati sulla base di una graduatoria dal Comune ad altrettante famiglie, sono intervenuti, senza imbarazzo alcuno, don Giulio Giannini, parroco del popoloso quartiere dove sorgono le abitazioni, e Samb Dyibi Ndiaje Ganour, imam della comunità senegalese della Valdera. A entrambi è apparsa naturale la presenza dell'altro: 53 famiglie, 18 sono composte da cittadini extracomunitari di culto islamico. Ci sono marocchini, senegalesi e albanesi.

L'idea della benedizione interreligiosa è venuta al sindaco di Pontedera, Paolo Marconcini, e all'assessore ai Servizi sociali della sua Giunta, Renato Lemmi.

Nella città toscana su circa 27 mila abitanti il 2% sono stranieri regolarizzati, per lo più senegalesi, marocchini e albanesi (ultimamente si è aggiunto anche qualche cinese). «Lavorano nelle aziende dell'indotto della Piaggio, alcuni risiedono qui ma sono impiegati nelle fabbriche del distretto del cuoio, a Santa Croce sull'Arno», spiega il sindaco Marconcini.

Problemi di convivenza non ce ne sono mai stati. «Qualche anno fa, a Pontedera è stato fondato "Africa insieme", un gruppo in cui si sono ritrovati a lavorare rappresentanti dell'associazionismo laico e cattolico e cittadini senegalesi. L'obiettivo era promuovere l'integrazione, risolvendo anche alcuni problemi concreti degli immigrati come la casa e il lavoro».

Tra i fondatori di "Africa insieme" c'era anche Samb Dyibi Ndiaje Ganour, appena arrivato dal Senegal. «A Pontedera mi sento come a casa, nella mia patria», racconta l'imam, 37 anni, che abita con la moglie, ha tre figli in Africa e vive del suo lavoro di portiere di notte in un albergo. La sua comunità conta circa 200 appartenenti, che si ritrovano a pregare nella moschea di Fornacette o in quella di Pisa.

Quando ha partecipato all'inaugurazione delle nuove case, l'imam ha letto un brano del Corano e ha invocato salute e protezione sulle famiglie. «Per la prima volta mi sono trovato ufficialmente a fianco di un sacerdote cattolico. Contatti con la Chiesa cattolica noi musulmani senegalesi ne abbiamo spesso. I rapporti sono molto cordiali e c'è sempre stato molto rispetto nei nostri confronti, direi anzi che i rapporti sono migliorati nel corso degli anni. Personalmente, ho sperimentato la solidarietà di associazioni come la Caritas e la Misericordia. Ancora conservo la coperta che mi è stata regalata dalla Caritas quando, con l'aiuto di "Africa insieme", ho potuto avere una casa».

Don Giulio Giannini è parroco di San Giuseppe, nel quartiere Oltrera, da 14 anni. Nella zona, cresciuta vertiginosamente a partire dagli anni Sessanta, vivono molti stranieri. La Caritas parrocchiale aiuta tutti gli indigenti, italiani e no. Quando distribuisce i pacchi di alimentari e i libri per i bambini che frequentano la scuola media, don Giulio non chiede la religione di appartenenza. «Qualcuno mi ha criticato per aver partecipato alla cerimonia di inaugurazione insieme all'imam, perché avrei dimenticato le guerre e le divisioni storiche tra le due religioni», dice, «ma io credo debbano prevalere, insieme al rispetto reciproco, la capacità di dialogo e la solidarietà».

Caterina Fanfani

 Segue: Il dottore e il "mediatore"

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