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La
società italiana assicura: «Ce la faremo, offrendo anche migliori
garanzie di sicurezza».
Il
loro è un lavoro che non distingue una stagione dall’altra,
indifferente al fatto che, fuori, ci sia bello o brutto tempo. Ci si danna
l’anima nell’alta Valle d’Aosta, una manciata di chilometri sopra
Courmayeur, a circa 1.300 metri d’altezza, sotto il Monte Bianco. In
tutto, entrano ed escono 300 persone destinate in breve tempo a diventare
900, 1.000.
Uomini e mezzi non si concedono soste per rispettare una
scadenza. Il 29 gennaio, infatti, al Vertice italo-francese svoltosi a
Torino, i ministri dei Trasporti dei due Paesi hanno deciso di riaprire il
tunnel «nel settembre 2001, in condizioni di sicurezza e di regolazione
del traffico ottimali».
«Ce la possiamo fare, certo non bisogna perdere tempo»,
assicura Franco Colombo, amministratore delegato della Società italiana
per il traforo del Monte Bianco, rispondendo così implicitamente al
sindacato dei vigili del fuoco francesi che, per bocca di un suo leader,
Didier Mansot, aveva definito «fantasiosa» la data indicata dai Governi.
«Lavoriamo con lena e, pur essendo partiti dopo di noi,
lavorano con lena anche i francesi. Ciò che è andato perso a causa dell’incendio
sarà completamente rifatto. In più, adotteremo una serie di misure di
sicurezza che renderanno il Traforo del Monte Bianco all’avanguardia in
Europa e nel mondo», insiste Colombo.
Due anni fa, la tragedia. Era il 24 marzo 1999. Più o
meno a metà del tunnel, in territorio francese (cosa che spiega perché l’inchiesta,
tuttora in corso, sia in mano alla magistratura d’oltralpe), prese fuoco
un Tir belga che trasportava farina e margarina. L’enorme calore (oltre
mille gradi) e i fumi tossici provocarono la morte di 39 persone. Il 24
marzo, sul versante francese, sarà inaugurato un monumento che ricorderà
le vittime. Affiancherà un analogo monumento scoperto lo scorso anno in
Italia, a Courmayeur.
La forzata chiusura ha causato seri danni all’economia
italiana, e a quella valdostana in particolare. Quest’ultima ha fatto i
calcoli: tra certezze (dati 1999 e 2000) e proiezioni future (nove mesi
del 2001), dichiara di averci rimesso 608 miliardi, 450 per le perdite del
valore aggiunto e 158 miliardi per le mancate entrate fiscali lamentate
dal bilancio regionale. Da tempo, si capisce, Aosta, Torino e Roma
premevano per riaprire. Chamonix e soprattutto Parigi sembravano frenare.
Il vertice di fine gennaio sembra aver rimesso tutti d’accordo. È
così?

L’ingresso del traforo del Monte
Bianco sul versante italiano
(foto Lobera).
«Per la Francia è utile, per noi indispensabile»
Bianca Vetrino, presidente della Società italiana per
il traforo del Monte Bianco, spiega: «All’epoca dell’incendio, la
Francia stava aggiornando le proprie leggi in materia di sicurezza. Le
nuove norme sono entrate in vigore solo nell’agosto 2000. Basta guardare
una cartina geografica: se per la Francia il traforo è utile, per l’Italia
è indispensabile. Da lì passava il 16 per cento del totale delle nostre
esportazioni e oltre il 50 per cento degli scambi attraverso i valichi
alpini occidentali. Il tunnel del Bianco, insomma, serviva e serve, all’Europa,
ma soprattutto all’Italia. Il nostro Paese era ed è dunque il più
smanioso di riaprirlo, anche per ridurre il sovraccarico di traffico sul
Frejus. Inoltre, nella vallata che fa capo a Chamonix l’opposizione ai
Tir è fortissima. La Valle d’Aosta, invece, ha stoppato la via di un
referendum anti-camion e, mentre preme fortemente per un traforo
ferroviario con la Svizzera (l’Aosta-Martigny), ha adottato una
posizione articolata sul trasporto su gomma: non punta al divieto
assoluto, ma sollecita una regolamentazione e maggiori controlli. Entro
maggio saranno noti i protocolli che disciplineranno velocità, distanza
tra i veicoli, merci accettate e merci vietate, tariffe».
«A ogni buon conto», prosegue Bianca Vetrino, «la
Società francese per il traforo del Monte Bianco ha riconosciuto il
ritardo con cui sono stati avviati i lavori oltralpe, assicurando nel
contempo che rispetterà i termini di consegna. Italia e Francia hanno
dato vita a un organismo comune che possa meglio rispondere agli obiettivi
d’unicità di concezione, realizzazione dei lavori e gestione del
traforo. Con la riapertura, funzionerà una sala comando unica, sul
versante francese. Su quello italiano ne sarà attrezzata un’altra,
pronta a subentrare alla prima».
Il tunnel che sta prendendo forma (i cui costi sfiorano
complessivamente i 500 miliardi di lire), presenta numerose novità
rispetto al passato. «Stiamo realizzando 37 ampi rifugi (prima erano 18),
uno ogni 300 metri, preceduti da una stanzetta di "decantazione"»,
precisa Michele Tropiano, direttore d’esercizio. «Tutti saranno
collegati al condotto d’aria fresca che corre sotto il piano stradale,
largo più di un metro e alto mediamente due metri: in caso di emergenza
servirà da via di fuga. L’eventuale evacuazione rapida sarà garantita
da personale appositamente formato e bilingue, che si avvarrà anche di
piccoli mezzi di trasporto elettrici appositamente studiati».
Fino al 1999, i rifugi erano isolati, privi di
collegamento. «Si pensava che bastasse renderli resistenti al fuoco per
qualche ora, giusto il tempo che arrivassero le squadre di soccorso»,
riprende Bianca Vetrino: «Nessuno poteva pensare che, per la somma di
sfortunate coincidenze, si dovessero impiegare due giorni e mezzo per
domare l’incendio, com’è accaduto nel marzo del 1999. Questa tragica
esperienza ha necessariamente cambiato anche la concezione di sicurezza».
«Ogni cento metri ci saranno nicchie di sicurezza con
telefoni d’emergenza, estintori e pulsanti di allarme», sottolinea
ancora Michele Tropiano. «Ogni 1.200 metri posizioneremo barriere per l’arresto
dei veicoli, integrate con semafori rossi d’arresto. Rinnoveremo,
potenziandolo, il sistema di riprese televisive a circuito chiuso. E,
fuori, installeremo portali termografici per individuare e per bloccare,
prima che imbocchino il tunnel, i veicoli che presentino temperature
anomale».
Il tramonto arrossa il Monte Bianco. Dentro c’è chi
si prepara all’ennesima notte di lavoro.
Alberto Chiara

Le nuove vie di fuga.
| Il grande sogno del
Mercantour
C’è chi si lamenta del traforo che
già esiste (sono i francesi, che sognano il tunnel autostradale del Monte
Bianco senza più un Tir); c’è chi combatte il traforo virtuale, che
per ora è solo una riga sulla cartina geografica in attesa di diventare
– chissà quando – realtà (sono gli abitanti della Bassa Valle di
Susa, che non vogliono l’Alta velocità ferroviaria sul loro
territorio). E infine c’è chi il traforo non ce l’ha, ma lo vorrebbe
a patto che sia rigorosamente ferroviario. È il caso di chi vive in
provincia di Cuneo.
Spiega Josetta Saffirio, presidente dell’associazione
Nuova PolEtica, un piccolo frammento di società civile con sede ad
Alba: «Le nostre zone sono da troppo tempo tenute "ai confini dell’impero".
Eppure la provincia di Cuneo ha la più elevata densità di piccole e
medie imprese di tutta Italia, interessate più che mai a risparmiare sui
costi di trasporto. Noi chiediamo che venga realizzato un nuovo
collegamento ferroviario tra il Sudovest del Piemonte e la Francia
meridionale. Così facendo, la linea ad alta velocità Lisbona-Kiev, al
posto della contestata tratta Torino-Lione, potrebbe contare sul
collegamento rapido fra Torino, Cuneo e Nizza attraverso un nuovo tunnel
di 31 chilometri da scavare sotto le Alpi Marittime a partire dall’Alta
Valle Stura, sopra Vinadio, il Comune noto per le terme, fino alla Valle
della Tinée, nel Parco del Mercantour (da cui il nome del progetto) e,
più giù ancora, fino a Nizza».
«Con 156 chilometri di strada ferrata,
di cui complessivamente solo 59 in galleria, la Torino-Nizza diventerebbe
la via più breve per unire la Penisola iberica e il Mezzogiorno francese
con il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e i Paesi dell’Europa orientale»,
assicura Josetta Saffirio.
a.ch. |
Segue: Alta capacità, alta litigiosità
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