TESTIMONI DELLA CHIESA NEL TERZO MILLENNIO / 3
Il cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo greco-cattolico di Leopoli, 
in Ucraina

Dall’Est segnali di pace

di ALBERTO BOBBIO
   
    

   Famiglia Cristiana n.11 del 18-3-2001 - Home Page

Le persecuzioni comuniste, il muro con gli ortodossi, e poi le divisioni tra greco-cattolici e latini. Elevando alla porpora entrambi i pastori di Leopoli, l’orientale Husar e il latino Jaworsky, il Papa ha indicato la strada della collaborazione.

La cattedrale gliel’hanno restituita dieci anni fa. È intitolata a San Giorgio e sorge su una collina a pochi passi dal centro della città.

La città è Leopoli. Il vescovo è Lubomyr Husar, cardinale e patriarca dei cattolici di rito greco. La regione è l’Ucraina occidentale, a una manciata di chilometri appena dal confine polacco, terra dove le questioni sono assai aggrovigliate, tanto che molti parlano di "fattore ucraino".

Eppure questa è una terra speciale e Leopoli è una città speciale: è l’unica al mondo ad avere due cardinali, uno per i cattolici di rito greco (i greco-cattolici), Husar, e uno dei cattolici di rito latino (i romano-cattolici), Jaworsky, compagno di studi di Papa Wojtyla. Entrambi sono grandi eroi della resistenza al furore dell’ateismo, entrambi hanno saputo – con un paziente, silenzioso, a volte incompreso, lavoro di tessitura del dialogo – salvare la Chiesa. E il fatto che Giovanni Paolo II abbia elevato entrambi alla porpora nell’ultimo Concistoro dice della saggezza storica del Papa.

L’incontro tra il Papa e il cardinale Husar.
L’incontro tra il Papa e il cardinale Husar (foto Reuter).

Lui, Leopoli e il "fattore ucraino" li conosce bene. Il suo primo incarico vescovile fu proprio per Leopoli, come ausiliare dei latini. Ma non ci mise mai piede, a causa della presenza dell’Unione Sovietica.

Per capire la situazione, occorre ripercorrere la storia lunga e tormentata della Chiesa da queste parti. Non ci sono solo le persecuzioni comuniste, gli anni del martirio e del sangue, ma anche le incomprensioni tra fratelli. Così, non tutte le ferite sono rimarginate, ma il dialogo, con il tempo, ha spento molti conflitti.

Una parte del merito va anche al cardinale Husar, che per anni è stato responsabile delle comunità greco-cattoliche della diaspora, presenti soprattutto in America. Non ha mai risposto polemicamente alle accuse degli ortodossi russi, è intervenuto serenamente e ha cercato sempre di costruire qualcosa di nuovo: «Sono convinto che c’è bisogno di incontri franchi e sinceri. Il clima deve essere quello dell’amore di Cristo che tutti ci unisce».

La cattedrale di San Giorgio a Leopoli.
La cattedrale di San Giorgio a Leopoli (foto Giancarlo Giuliani).

Quando parla, sta attento sempre a considerarsi per primo peccatore: «Tutti dobbiamo essere convinti di disattendere al comando evangelico dell’amore fraterno». Gli hanno annunciato la porpora mentre era in viaggio nelle Americhe a incontrare le sue comunità. Lui ha finito il viaggio e poi è venuto a Roma. All’aeroporto di Fiumicino lo hanno accolto con i costumi tradizionali dell’Ucraina e lui si è commosso: «Non voglio niente per me. Sono solo pane per voi e per la Chiesa».

È un uomo di grande spiritualità e questa è la caratteristica delle Chiese cattoliche di rito orientale. Qualcuno dice che sono passate di moda, che hanno fatto il loro tempo. Ma forse queste Chiese hanno resistito alla persecuzione anche per questo motivo: tanta spiritualità, tanta preghiera. Spiega Husar: «La persecuzione al tempo del comunismo ateo arrivava a ondate. C’era più o meno severità. All’inizio era una persecuzione anche sanguinosa, ma poi si sono accorti che ciò era controproducente, così la persecuzione diventò morale. Si cercava di degradare l’uomo, di farlo vivere nella paura. Ci finivano in mezzo preti e laici. Per i laici era peggio, perché perdevano il lavoro, la casa, gli affetti. Venivano deportati da altre parti dell’Unione Sovietica, gli veniva impedito di studiare. I racconti della gente sono terribili, a volte non si può credere a tanta crudeltà. Eppure, la gente ha sopportato con la preghiera e non ha perso la fede. Intendiamoci, molti l’hanno persa. E ciò è umano. Ma più numerosi sono coloro che l’hanno mantenuta, nonostante, e qualche volta anche a causa, delle persecuzioni».

Tutti i cattolici erano perseguitati in Ucraina, ma lo furono in modo particolare i greco-cattolici, che i russi chiamavano in senso dispregiativo "uniati", sinonimo di traditori.

Il metropolita di Kiev Vladymyir (al centro nella foto), fedele al Patriarcato di Mosca.
Il metropolita di Kiev Vladymyir (al centro nella foto), fedele al Patriarcato di Mosca
è contrario alla visita del Papa (foto Giancarlo Giuliani).

La storia parte da lontano e non va dimenticato che la Rus’ di Kiev è la culla del cristianesimo a Est: anno 988, quando le Chiese di Costantinopoli e Roma erano in piena comunione. Lo scisma è del 1054, ma queste regioni restano sul confine della diatriba teologica ed ecclesiastica. Nella Rus’ (grosso modo l’Ucraina di oggi) la separazione non fu mai completamente assimilata e spesso neppure compresa.

Questa è anche l’opinione di Husar e ciò a causa della vicinanza dei polacchi cattolici di rito latino, delle occupazioni germaniche, che spalmarono di una cultura più latina che bizantina l’area verso occidente. Al punto che la gerarchia della Rus’, a Brest nel 1596, confermò la sua comunione con Roma. Dall’Unione di Brest nacque una giurisdizione di fedeli di rito ortodosso, cioè greco, fedeli alla Santa Sede. È l’inizio del "fattore ucraino" e per gli ortodossi del Patriarcato di Mosca della "questione uniata". A ciò vanno aggiunti i problemi politici: l’Ucraina divisa tra Impero d’Austria e Impero russo. La persecuzione dei greco-cattolici comincia sotto gli zar, ma tocca l’apice con Stalin che, con un decreto personale, l’11 aprile 1945 liquida la Chiesa greco-cattolica e nel 1946 convoca addirittura un falso Concilio a Leopoli per integrare i greco-cattolici nel Patriarcato ortodosso di Mosca. Ai preti venne posta l’alternativa: o ubbidire o 10 anni di carcere.

Il patriarca Filarete, considerato scismatico dagli ortodossi russi favorevole alla visita del Papa.
Il patriarca Filarete, considerato scismatico dagli ortodossi russi
favorevole alla visita del Papa (foto Giancarlo Giuliani).

Tutto il patrimonio della Chiesa fu confiscato dallo Stato. Così, la Chiesa ortodossa russa acquistò un’intera provincia ecclesiastica, al punto da superare per quantità di beni ciò che aveva in altre parti dell’Urss. Molti sacerdoti e laici non accettarono e diedero vita a una Chiesa nelle catacombe, perseguitata fino allo stremo.

La gerarchia venne esiliata: il cardinale Slipij, poi il cardinale Lubachivskyj, di cui Husar fu per anni prezioso collaboratore. Lubachivskyj, morto nello scorso dicembre, tornò in occasione della Pasqua del 1991, solo per via della perestrojka di Gorbaciov. Ma anche i cattolici di rito latino vennero perseguitati. Il 1991, con l’abolizione dei decreti di Stalin, non risolve tutti i problemi e gli attriti si ripresentano. E questa volta anche tra i cattolici.

Si discute su chi ha sofferto di più. I greco-cattolici accusano i latini di non aver mosso un dito davanti al decreto di Stalin. Così, quando Lubachivskyj torna, nelle messe latine non si menziona il fatto, e quando il vescovo Jaworsky riprende possesso della sua cattedrale nessun greco-cattolico vi partecipa. Il merito di aver ripreso la strada del dialogo e dell’unità va proprio a Jaworsky e a Husar. Ma è stato un cammino faticoso, durato 10 anni, che il Papa ha riconosciuto elevando entrambi alla porpora. Vi sono stati anche atti di violenza: greco-cattolici contro ortodossi, a causa della restituzione delle chiese e di altri edifici di culto.

I funerali di Lubachivskyj.
I funerali di Lubachivskyj (foto Giancarlo Giuliani).

Husar lo riconosce: «Non c’è alcun dubbio. Ma non si è trattato di un fenomeno generale. E soprattutto non è stato ispirato dal Vaticano, né dai vescovi. Si è trattato di eccessi locali che abbiamo condannato. La fine del comunismo è stata considerata una liberazione, ma ha lasciato molte ferite aperte nell’animo della gente e dei fedeli. Sicuramente non basterà una generazione per rimarginarle».

A giugno il Papa visiterà questa Chiesa e dovrà affrontare anche molti problemi dal punto di vista ecumenico. Oggi in Ucraina ci sono tre Chiese ortodosse: una di osservanza moscovita e due autocefale. Esse si sono scomunicate a vicenda, rendendo il groviglio ancor più inestricabile e riproponendo una nuova "questione ucraina".

Husar non commenta. Il Papa, nominando cardinali entrambi i vescovi, latino e greco, ha indicato la strada della collaborazione come unica via dell’unità. E Husar spiega che «le persecuzioni erano contro il cattolicesimo per la fedeltà al successore di Pietro. Il Papa viene per pregare con tutto il popolo senza distinzioni».

La visita è osteggiata dal metropolita di Kiev fedele a Mosca, Vladymyr, mentre è favorita dal patriarca Filarete, considerato scismatico da Mosca, e dal patriarca Larema, anche lui scomunicato. Ma gli ultimi due non vanno d’accordo: Larema accusa Filarete di essere al soldo di Vladymyr. Dieci anni fa, in un’intervista a Jesus, Filarete definiva il cattolicesimo «un’armata che sta sul confine dell’Oriente pronta a invaderlo». Così, chiunque incontrerà il Papa rischia di essere un problema. Ma il viaggio, al di là delle questioni ecumeniche, serve per rincuorare i fedeli cattolici e per risolvere contenziosi antichi e nuovi. Oggi è un fatto da tutti riconosciuto che è il cattolicesimo di rito greco a essere maggiormente cresciuto: sei milioni di fedeli, oltre tremila comunità. I latini hanno 751 comunità.

Ma oggi ciò non è più, come 10 anni fa, sintomo di divisione. Anzi, può essere un bene per la Chiesa: un cattolicesimo più vicino ai bizantini, agli slavi, anche nei riti, può aiutare ancora di più il dialogo ecumenico e sollecitare la diffusione del messaggio evangelico nelle antiche terre della Rus’.

Alberto Bobbio

L’arcivescovo greco-cattolico di Leopoli al Concistoro.
L’arcivescovo greco-cattolico di Leopoli al Concistoro (foto Reuter).
  

Una Repubblica presidenziale
Ma la democrazia è un’altra cosa

Cinquanta milioni di abitanti e un futuro incerto. Questo è lo scenario ucraino, dove la maggioranza della popolazione vive in condizioni economiche disastrose. È una Repubblica presidenziale, ma molti si chiedono quanta parte vi abbia la democrazia. Il presidente Leonid Kuchma è legato a centri forti di potere economico e molti suoi stretti collaboratori sono stati accusati di corruzione e addirittura di essere coinvolti in episodi di riciclaggio.

L’Ucraina, tra le ex Repubbliche sovietiche, è quella che riceve la quota maggiore di benefici dagli Stati Uniti. La particolare posizione geopolitica del Paese giustifica investimenti così alti. Più volte, in questi anni, Kuchma si è dovuto discolpare da varie accuse. L’ultima è quella di complicità, per lo meno morale, nell’uccisione di un giornalista scomodo, conosciuto e rispettato: Georgiy Gongadze, fondatore e caporedattore del giornale on-line www.pravda.com.ua, molto critico nei confronti del potere. È sparito il 16 settembre e a novembre è stato trovato un corpo decapitato, che potrebbe essere il suo. Alcune intercettazioni portano al presidente. Secondo Reporters sans frontières, l’Ucraina è nella lista dei Paesi in cui la libertà di stampa è fortemente compromessa ed è peggiorata sensibilmente nel corso del 2000.

Il presidente ucraino Kuchma.
Il presidente ucraino Kuchma (foto Reuter).

In un rapporto redatto al termine di una missione in Ucraina vengono denunciati «il regime fiscale e le pesanti multe per i reati di diffamazione che continuano ad asfissiare la stampa indipendente». Il presidente Kuchma ha accettato il principio che sia una commissione internazionale a far luce sull’omicidio del giornalista. Ma, secondo il finanziere George Soros, che ha erogato più di 100 milioni di dollari in aiuti e ha avviato la Fondazione per la rinascita dell’Ucraina già nel 1989, due anni prima dell’indipendenza del Paese, «non si avranno risultati reali se Kuchma non si fa da parte». Soros ha appoggiato negli anni scorsi il presidente, ma ora «con sgomento» dice di assistere al suo declino come leader e parla di «eccessi» nella sua politica.

a.bo.

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