DONNE SOLDATO - Nel 2000 il boom di domande per entrare nelle Forze armate. Nel 2001 il crollo. Storia di quelle che restano.

Ufficiale e gentildonna

   di ROSANNA BIFFI - foto di Fausto Tagliabue
  

   Famiglia Cristiana n.25 del 24-6-2001 - Home Page
Per le Forze armate, il 2000 è stato "l’anno delle donne": entravano per la prima volta nei ranghi, le domande erano moltissime. Il 2001, invece, sembra "l’anno della crisi": sono state molte meno le domande femminili (ma anche quelle maschili). Si è esaurito l’effetto novità? La realtà della dura vita militare ha preso il sopravvento sui sogni romantici di una vita avventurosa? Si considera incompatibile questo tipo di vita con un futuro che comprenda anche marito e figli? Per gli alti gradi delle accademie dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, un simile calo è normale: dopo il clamore e l’entusiasmo del primo anno, solo le ragazze veramente motivate scelgono la carriera militare. Non bastano i momenti pubblici di omaggio: l’affetto della gente per le donne soldato alla parata del 2 giugno; il sottotenente dell’Aeronautica Debora Corbi che comanda il drappello d’onore a Palazzo Chigi passato in rassegna dal neopresidente del Consiglio Berlusconi. La scelta militare sembra ora di una piccola minoranza di donne. Piccola ma determinatissima. Proprio nei giorni scorsi, le rappresentanti di reclute e ufficiali donne della Nato hanno chiesto di poter andare anche in prima linea. Noi abbiamo intervistato alcune allieve ufficiali del primo corso al quale sono state ammesse in Italia. In questo periodo affrontano gli esami: sono giovani destinate a ruoli di comando, che fanno un bilancio della "loro" vita militare. Incontrandole, ci è venuto in mente un film che abbiamo visto tutti, Ufficiale e gentiluomo, e un personaggio femminile secondario di quel film, l’allieva ufficiale Seeger: graziosa ma normale, nessuna tentazione da Rambo, niente bicipiti da culturista. Seeger non riusciva a superare a forza di braccia il muro del percorso d’addestramento, e si fermava in caserma durante i week-end per allenarsi ed essere all’altezza dei più forti colleghi maschi. Non sappiamo voi, ma noi ci commuovevamo, alla fine, quando riceveva il suo primo saluto da ufficiale: perché ce l’aveva fatta ed era rimasta "normale". Proprio come le cadette che abbiamo intervistato.

  

Esercito.
  
Michela Ciprietti e Daniela Ricci

Signora tenente

A19 anni, l’allieva ufficiale Michela Ciprietti ha un piglio e un’autorevolezza che quasi intimidiscono. Non per nulla è diventata capoplotone tra i cadetti del suo corso, all’Accademia militare di Modena, che forma gli ufficiali dell’Esercito e dei Carabinieri. Ma quando le chiedi se a una donna futura ufficiale serve l’aggressività, nega: «L’aggressività non è adatta: ci vogliono piuttosto decisione e coerenza. Non bisogna imporsi, ma far valere idee giuste». La parola che ricorre più spesso, parlando con lei e con la sua collega Daniela Ricci, di 21 anni, è «determinazione». Ecco l’opinione di Daniela: «Dobbiamo essere persone che dimostrano determinazione e decisione; il secondo passo è il rispetto. L’aggressività non serve neppure agli uomini».

Vedendole, composte e ordinate, nelle storiche stanze dell’Accademia, risulta difficile immaginarle mentre manovrano armi sofisticate, o si rotolano in esercitazioni su terreni impervi, o mentre si lanciano con un paracadute. Eppure il loro addestramento è, e soprattutto sarà, anche questo. Un giorno potrebbero trovarsi in situazioni di combattimento, a comandare un plotone di soldati, a prendere decisioni di vita o di morte per sé e per gli altri. Se la guerra da più di cinquant’anni non tocca il nostro Paese, sono però frequenti le missioni internazionali, di imposizione o mantenimento della pace, nelle quali sono impegnati i nostri reparti. «L’addestramento sistematico a prendere decisioni nei momenti di stress si ottiene anche dalla vita un po’ costretta, molto disciplinata, che si imposta qui», rileva il colonnello Rinaldo Rinaldin, comandante del reggimento allievi.

La cadetta dell’Esercito Michela Ciprietti, 19 anni, con la divisa storica. È capoplotone tra gli allievi del suo corso, all’Accademia di Modena.
La cadetta dell’Esercito Michela Ciprietti, 19 anni, con la divisa storica.
È capoplotone tra gli allievi del suo corso, all’Accademia di Modena.

Sono 38, a Modena, le ragazze che stanno concludendo il primo anno di corso, su un totale di 288 allievi; solo tre si sono ritirate: una aveva 25 anni e una quasilaurea in Odontotecnica, altre hanno rinunciato perché questa vita era "troppo dura". La formazione degli allievi comprende studi universitari, materie militari, formazione ginnico-sportiva e preparazione etico-militare. Durante l’estate, terminato l’anno di studi, si intensificano i campi di addestramento. «Ho trovato qualità uguali in uomini e donne», continua il colonnello Rinaldin. «Sono persone molto motivate, per una vita e una carriera che non sono di tutti i giorni».

Le due allieve negano di avere avuto difficoltà in quanto donne: «In tutti gli ambienti ormai ci si trova a interagire con i maschi; sul piano professionale, la differenza poi non è tra uomini e donne, ma tra un individuo e l’altro. E alla parata del 2 giugno ero emozionata, onorata, ma non per il fatto di essere una donna», rileva Michela Ciprietti. La passione che le ha mosse (per la vita militare, per gli ideali di onore e servizio alla patria) è stata importante di fronte alle difficoltà dei primi momenti. In futuro, a Michela piacerebbe entrare nei Bersaglieri, mentre Daniela sceglierà un ruolo amministrativo. Non considerano incompatibili carriera e famiglia: solo, ci vorrà un po’ di «determinazione».
    

Aeronautica.
  
Claudia Bacci

L’altra metà del cielo

Alta, un bel viso illuminato dagli occhi chiari e dai corti capelli biondi: femminile lo è, Claudia Bacci, 22 anni, anche nella divisa unisex dell’Accademia aeronautica di Pozzuoli (vicino a Napoli). Ma l’aspetto e la voce gradevole non devono trarre in inganno: questa ragazza è ben decisa a diventare pilota militare. «Il mio obiettivo è riuscire ad avere una carriera che mi soddisfi, a pilotare i nuovi aerei militari. Vedo il mio futuro in volo», racconta. Durante il primo corso di addestramento sugli aerei a elica SS260, non ha avuto «nessun problema, nessuna paura. Quando ho volato da sola senza istruttore accanto, ho avuto una sensazione bellissima. Ero proprio io che riuscivo a controllare quell’aereo». E pensare che nella sua vita aveva volato una sola volta, da bambina. Ma l’esperienza era stata così entusiasmante da crearle un sogno duraturo.

Spiega: «Fin da piccola avevo la passione per gli aerei, soprattutto per le esibizioni delle Frecce tricolori. Ma pilotare aerei militari era un desiderio irrealizzabile per una donna». Così aveva scelto la sua strada, iscrivendosi a Giurisprudenza. Però, quando la legge del 20 ottobre ’99 ha aperto le porte delle Forze armate alle donne, Claudia Bacci non ha avuto dubbi: superate le prove del concorso, ha lasciato la sua città, Cremona, per volare verso il suo sogno di sempre. C’erano in lei anche «la passione per la vita militare, il desiderio di condividere una simile esperienza con altre persone, il senso della disciplina».

Claudia Bacci con due colleghi, all’Accademia di Pozzuoli.
Claudia Bacci con due colleghi, all’Accademia di Pozzuoli (foto Carbone e Nicois).

L’inizio non è stato in discesa: «Era dura. La vita è molto diversa da quella di prima, la formazione impegnativa. Avevo dubbi sia sull’oggi sia sul futuro. Ma, a contatto con il mondo militare, acquisti una forma mentis. Adesso mi trovo bene. Ho capito che è questo che voglio». Con le colleghe, e i colleghi, si sono creati amicizia e sostegno. Con i maschi, un briciolo di competizione in più, per la sfida a dimostrare che una donna può farcela a conquistare il cielo. «Maschi e femmine, abbiamo gli stessi profili caratteriali: grinta, voglia di riuscire, equilibrio». Il rischio, certo più alto che per chi sta a una scrivania? «Bisogna metterlo in preventivo, se si fa una scelta matura», risponde, pacata. «Ma non mi ferma. E anche se si dovesse partecipare ad azioni di guerra, è nostro compito difendere il Paese. Se scegliamo la vita militare, dobbiamo essere consapevoli di questa eventualità».

Sono 25 le donne che stanno portando a termine gli esami del corso di quest’anno, che si chiama Aquila V. 25, su 144 allievi. Tra esse, 14 (compresa Claudia Bacci) hanno scelto di diventare piloti.

«Le potenzialità in volo si vedono solo sull’aereo, non c’è test preventivo che le dimostri. Il volo, bisogna averlo nel Dna», spiega il generale Giulio Mainini, comandante dell’Accademia. «Le ragazze hanno dato prova di perfetto equilibrio e integrazione completa. Mi sembrano determinate, cocciute, serene. Noi pretendiamo gli stessi risultati da maschi e femmine: non possiamo regalare niente a nessuno, perché da qui escono i quadri dirigenti che educheranno le nuove generazioni. Ma puntiamo più sull’autodisciplina che sulla disciplina». Il generale Mainini considera fisiologico il calo delle domande femminili; secondo lui si arriverà a un 5-7 per cento di allieve all’anno. Come succede già all’estero.
   

Marina.
    
Maria Annunziata Vadruccio
Una vita in alto mare

Alla fine del primo anno di corso il 20 per cento dei cadetti non supera gli esami. Considerato che la selezione per entrare nell’Accademia navale di Livorno ha già decimato gli aspiranti, ci si rende conto della spada di Damocle che pende sul capo dei 124 ragazzi e delle 31 ragazze che sono arrivati al corso che si sta chiudendo. Ma se superano gli esami, li aspetta il mare aperto: partiranno il 30 giugno per cento giorni nel Mediterraneo sul mitico veliero Amerigo Vespucci.

«Penso che sarà un’esperienza molto formativa, perché ci farà vivere i vari aspetti della vita su una nave e conosceremo posti nuovi». Maria Annunziata Vadruccio, 22 anni, è proiettata come tutti i suoi compagni verso il dopo-esami: «La mia aspettativa principale, ora, è di arrivare in seconda classe, e un domani diventare ufficiale di Marina». Ha abbandonato gli studi di Biologia che frequentava quando viveva a Surano, un paesino in provincia di Lecce, per seguire quelli di Giurisprudenza in Accademia. Continua: «Ho manifestato preferenza per un futuro nelle Capitanerie di porto, quindi sono piuttosto proiettata verso una vita a terra. Per adesso l’idea della carriera in Marina mi piace e conto di portarla avanti. Se mi farò una famiglia, cercherò di conciliarla con la vita lavorativa».

Secondo il cadetto Vadruccio, il senso della famiglia dev’essere uno dei valori di un ufficiale, insieme alla difesa della patria, al rispetto per gli altri, al sentimento dell’onore. Alla vita militare la porta anche il suo carattere ordinato, concreto; la passione per il mare gliel’ha trasmessa il padre, e ce l’ha nel sangue fin da piccola. L’intensa giornata dei cadetti (che procede quasi senza soste dalle 6.30 del mattino fino al "silenzio" delle 22.30) l’ha aiutata a superare l’iniziale nostalgia per la famiglia e gli amici.

«Qui i cadetti "galoppano": la loro motivazione è messa alla prova», conferma il comandante dell’Accademia, l’ammiraglio Giuseppe Lertora. Aggiunge: «Certo, la selezione è stata dura, ma abbiamo preso la "crema". Le ragazze stanno andando bene almeno quanto i ragazzi. Ma non sono amazzoni, né tendiamo a farle diventare tali: non diventano uomini solo perché entrano in Accademia; devono mantenere la loro femminilità». Solo tre ragazze si sono ritirate dopo l’ammissione. Una di loro ha detto all’ammiraglio Lertora: «Io ho 25 anni, e mi manca un anno alla laurea. Se resto qui, mi aspettano 5 anni di Accademia e poi 10-15 per mare. E io devo decidere adesso se farmi una famiglia».

Rosanna Biffi

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