Franca Zambonini.

ARRIVEDERCI...

di FRANCA ZAMBONINI

   

   Famiglia Cristiana n.25 del 24-6-2001 - Home Page Buon viaggio a due amiche non più giovani che vanno lontano. Ritroveranno dolori, pericoli, nugoli di insetti, ma anche tanta umanità e scambio di amicizia. Il loro bagaglio è una bisaccia per poter donare e ricevere.

Auguro buon viaggio a due amiche in partenza. Vanno lontano. C’è quella vecchia battuta tra due amici insoddisfatti delle loro vite: «Voglio andare lontano», dice uno, e l’altro gli chiede: «Lontano da dove?». Si può arrivare ai confini del mondo lasciandosi alle spalle insoddisfazioni e noia, ma senza sapere cosa si cerca. Questo succede con le vacanze esotiche, dalle quali a volte si torna delusi. Le mie amiche non vanno in vacanza, il loro "lontano" è l’Africa. Ritroveranno quel che vi hanno lasciato: corpicini di bambini denutriti, occhi di malati, villaggi spianati dalla siccità o dalla guerra; ma anche l’umanità della gente africana, l’allegria, lo scambio di amicizia. Avrete capito che le mie amiche sono missionarie.

Non si conoscono tra di loro, appartengono a differenti Congregazioni, tutt’e due hanno un’anzianità di servizio africano intorno ai vent’anni. Come si usa tra i missionari, sono state richiamate in Italia dai loro superiori per incontrare i familiari, aggiornarsi, riposare un po’. Hanno vissuto la pausa rinfrescandosi all’aria di casa, ma con la smania del ritorno, come piccioni viaggiatori chiusi in gabbia nell’attesa di librarsi di nuovo. Ne coglievo l’impazienza al telefono o in qualche frase di lettera. Ora rimettono in moto i piedi cantati dal profeta Isaia: Come sono belli sulle montagne / i piedi del messaggero... / che reca una buona notizia.

Suor Adriana Prevedello, 53 anni, padovana, francescana elisabettiana, ha annunciato la partenza con una circolare agli amici. Sul foglio ha disegnato un mappamondo tenuto su da due mani unite a coppa: una mano è bianca, l’altra nera. Sul mappamondo una freccia indica il Kenya, la sua destinazione. Forse qualche lettore ricorderà suor Adriana perché ho già scritto di lei nell’Arrivederci... del 22 ottobre 2000. L’avevo incontrata al suo arrivo in Italia e ne aveva da raccontare: sulla tribù dei Kikuyu che sopravvivono di caccia alle pendici del Monte Kenya; sulla tribù degli Embu che coltivano fagioli e quando la siccità brucia i campi resta solo la risorsa del latte delle capre, che trovano sempre qualche erba secca da brucare...

Suor Renata Pulici, 60 anni, brianzola di Casatenovo, della Famiglia del Sacro Cuore di Gesù, torna nel Congo. Rivedrà il Paese distrutto da una guerra fomentata dai potentati economici mondiali; un Paese ricchissimo di minerali che però non ha strade, ospedali, elettricità, acqua potabile; dove le scuole chiudono perché non si sa come pagare gli insegnanti e lo Stato non esiste: «In Italia ho sentito ripetere che l’Africa non interessa a nessuno. Non è vero, sono gli africani che non interessano a nessuno. L’Africa interessa alle nazioni ricche, agli uomini d’affari, a chi vuol fare soldi. Mi disse un ragazzo che lavora nella missione: "Il nostro male viene dall’oro e dai diamanti. Abbiamo tutto e non ci resta niente. Come vorrei distruggere questa ricchezza che per noi è una maledizione"...».

La missione di suor Renata sta a Neisu, presso la tribù dei Mangbetu: «Sono partita 16 anni fa per salvare gli africani e gli africani mi hanno salvata due volte». Successe nel Natale del ’96 e nel settembre del ’98, quando la guerra nel Nord del Congo infuriava e i militari saccheggiavano i villaggi lasciandosi dietro la morte. Gli uomini Mangbetu corsero in aiuto: ripararono le quattro suore della missione nella foresta equatoriale, costruendo rifugi di foglie per nasconderle di giorno, guidandole di notte negli spostamenti; mentre i pigmei «dal cuore d’oro» provvedevano a nutrirle con i cibi selvatici, erbe, miele, funghi. Dei pericoli, suor Renata ha paura «propi nagött», che in meneghino vuol dire per niente. Però teme gli insetti: «Ce ne sono di ogni tipo, volatili, invisibili, striscianti; pulci penetranti, mosche rosse; e millepiedi, che quando si arrotolano mi ricordano le liquirizie dell’oratorio».

Mi chiedo che cosa spinga due donne di età non più fresca, acciaccate da anni di fatiche e climi impossibili, a rimettere in moto i piedi invece di riposarsi nella quiete dei loro conventi italiani. E trovo una probabile risposta nelle parole che don Tonino Bello, vescovo e profeta scomparso troppo presto, disse ad alcuni missionari in partenza: «Portatevi come bagaglio una bisaccia, per poter donare e ricevere».

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