Colloqui col padre.

La Lettera della settimana

   Famiglia Cristiana n.25 del 24-6-2001 - Home Page

"Stella", affetta da cancro
IL LEGAME DI SOLIDARIETÀ CHE NASCE TRA DUE AMMALATE

Maria si scontra in ospedale con la dura realtà di "Stella", 42 anni, colpita dal "male del secolo", e che lotta per sopravvivere il più a lungo possibile.

 Caro padre, sono una ragazza di 25 anni. Il 9 febbraio sono stata ricoverata nel reparto di ginecologia oncologica per subire un piccolo intervento. Confesso che, pur riconoscendo la banalità dell’operazione, soffrivo di una profonda crisi, sentendomi vittima di una "cosa" che non volevo.

Durante tutta la giornata fui sottoposta, come da prassi, ad analisi ed esami di accertamento. Nella mia solitudine, non rivolgendo alcuna parola a nessuno, passai tutto il tempo a letto, osservando dalla finestra i muratori che sistemavano la struttura esterna dello stabile, ignara, forse anche egoisticamente, di tutte le persone che, più sofferenti di me, erano nel mio stesso reparto, affette da mali incurabili. Alle 16 fui dimessa e pregata di rientrare la domenica pomeriggio per prepararmi all’intervento che sarebbe stato il lunedì successivo. Trascorsi il mio fine settimana a casa cercando di pensare il meno possibile all’esperienza che stavo attraversando, e rientrai come consigliato.

Fu proprio la domenica che mi scontrai con la realtà più dura dell’ambiente ospedaliero. Conobbi alcune donne ricoverate, tra le quali "Stella", una donnina di 42 anni affetta da cancro. Era minuta, con lineamenti fini e con bellissimi occhi azzurri che risaltavano sul suo viso pallido, davvero sofferente. Mi raccontò, con poche parole, avvolte da una dignità sconvolgente, il suo triste calvario, iniziato per caso mesi prima come per destino e per una casualità che afferra chi, come lei, viene colpito dal male del secolo, a volte incurabile, e lotta ogni giorno per cercare di sopravvivere il più a lungo possibile per non perdere gli affetti più cari che ci legano a questa terra.

Aveva due figli a casa, non ancora ventenni e un marito che, tutti i giorni, appeso a un sottile filo di speranza che nel dolore accomuna qualunque essere umano, dopo una lunga giornata lavorativa percorreva 50 chilometri nel traffico, con l’illusione, contrapposta alla consapevolezza, di chi vorrebbe cambiare le cose.

Ricordo quegli occhi ora più di prima, li vedo innanzi a me anche in questo istante nel quale, con le lacrime che sgorgano, tento di ripercorrere, invano e in modo distaccato, la mia esperienza, la mia piccola sofferenza da ventenne. Rivedo il suo viso che, con un’espressione spontaneamente buona, mi guarda attonito e da cui, anche allora, trapelava la sua richiesta di aiuto. Fui operata il lunedì seguente. Mi svegliai cosciente solo il martedì mattina, non appena cominciava a dolermi l’addome.

Quando presi conoscenza, le mie palpebre socchiuse incontrarono di nuovo quegli occhi. «Come stai?», mi domandò una voce. Nonostante il dolore non la facesse dormire la notte e lo stato influenzale persistesse nel suo corpo a conferma dell’inutilità delle cure antibiotiche, quegli occhi cercavano di nuovo i miei.

Capii solo in quell’istante che la solidarietà fra chi è malato, pur non conoscendosi per nulla, è davvero forte. Si crea un legame così profondo che sovrasta di gran lunga, nella maggior parte dei casi, quello delle persone che si conoscono da anni, quello della gente che fa parte della stessa comunità, quello che vive nella quotidianità "palpabile" del nuovo millennio, così frenetica, così indifferente.

Con un filo di voce trovai anch’io la forza di domandarle come si sentiva, anche se, come risposta, ottenni solo una smorfia di dolore, sicuramente non voluta, ma dettata da una concreta e cruda realtà. A volte la dignità di coloro che soffrono davvero supera di gran lunga quella di chi, nella propria esistenza, riesce fortunatamente a non conoscere il dolore.

Quando il giorno seguente trovai il coraggio di affrontare l’argomento, "Stella" mi confessò che la paura che le attanagliava il cuore era quella di non poter vedere crescere i suoi figli e di non poter continuare ad accudire il marito, con il quale aveva trascorso tanti momenti belli, ma anche incredibili attimi di difficoltà. Sperava che, con l’abbassamento della febbre, il suo fisico avrebbe potuto, nei giorni successivi, accettare le cure chemioterapiche, anche se era consapevole che nel suo caso avrebbero solo prolungato le sofferenze.

Mercoledì mattina mi confermarono la mia dimissione. Ero felice perché tutto per me si era concluso per il meglio. Mentre mi vestivo e preparavo la borsa, rividi quegli occhi... non c’erano veramente, ma li rividi. Qualcosa mi spinse ad entrare in quella stanza che "sapeva" di un sapore amaro. Eccoli quegli occhi. Il loro colore azzurro intenso dava un tocco di colore a quell’ambiente cupo. Questa volta l’intensità del suo sguardo non mi fece più impressione, stranamente mi rasserenò. Una lacrima solcò la mia guancia mentre lei, coraggiosamente, trattenne la sua, quasi per mascherare un’emozione forte. Quasi per rassicurare me. Nessuna delle due conosceva realmente nulla dell’altra; eravamo all’apparenza totalmente estranee. Ma qualcosa mi aveva unito a quella donnina, lo sentivo dentro di me. Era così piena di coraggio che avrei voluto che mi insegnasse a essere forte come lei, come tutte quelle persone che lottano ogni giorno contro questo male così aggressivo.

Dopo dieci giorni tornai a togliere i punti. Ripercorsi gli attimi vissuti e, quasi d’istinto, guardai nuovamente in quella stanza. Volevo presentare "Stella" al mio ragazzo. Il mio sguardo cercò spasmodicamente quegli occhi, ma il letto era ormai vuoto. Il loro colore non schiariva più quella stanza, non dava più quel tocco di azzurro. Forse "Stella" era tornata a casa dalla sua famiglia.

Grazie, "Stella", piccola amica mia. Anche se non ci conoscevamo bene, mi hai lasciato nel cuore un profondo e significativo ricordo di te. Con queste poche righe ti penso, ti ricordo e ti ringrazio, sperando che, non potendoti contattare di persona, la mia preghiera ti accompagni sempre e la tua vita possa essere, d’ora in poi, meno sofferente e più lunga possibile.

Maria R. (Brescia)
   

Ogni commento è superfluo per questa lettera così eloquente. La condizione di malattia rischia talvolta di chiudere le persone in sé stesse, scatenando feroci egoismi. Ma quando si è malati può emergere anche il meglio di noi. Soprattutto se si ha di fronte una persona cara. È il momento della verità, il momento in cui gli affetti e i sentimenti sono messi alla prova, "purificati". Talora, accanto a un ammalato si passano i momenti più veri, più belli e sinceri della vita, segnati sì dal dolore ma anche dalla gioia di un’intimità cui nulla può più fare da velo. È un’esperienza che ho provato in prima persona, accanto alla persona più cara, che si è spenta in ospedale, dopo una lunga degenza.

Il dolore fisico, la perdita dell’equilibrio garantito dalla salute, la minaccia della morte possono farci scoprire quella che un filosofo ha chiamato "la carne comune", ovvero la condizione di esseri umani, fragili e provvisori, che condividiamo con tutti, con i simpatici e gli antipatici, con coloro che ci sono intimi e con quelli che sentiamo estranei, con le persone più materialiste come con quelle più sensibili ai valori spirituali.

Sono valutazioni astratte, che giustamente impallidiscono di fronte alla lucida e calda testimonianza diretta della nostra Maria R.

Vorrei aggiungere solo una considerazione. Mi piacerebbe che questa lettera giungesse sul tavolo di chi disegna gli ospedali del futuro. Con il lodevole intento di migliorare le condizioni alberghiere – che qualche volta sono sotto il minimo della decenza – l’ex ministro della Sanità, Umberto Veronesi, aveva affidato l’incarico per un progetto standard di un nuovo ospedale a un architetto di gran nome. La proposta che ne è uscita prevedeva camere di degenza singole. Come in un hotel. Intento lodevole, qualche volta anche auspicato, soprattutto per particolari situazioni di necessità. Solo che l’ospedale risponde a esigenze diverse rispetto a un albergo e non rispecchia solo la cultura borghese, che considera la privacy come un alto valore.

Per Maria R. e per "Stella" l’ospedale-albergo sarebbe stato un’occasione mancata di incontro, di solidarietà vissuta, di scoperta gioiosa della comune pasta umana da cui deriva ogni corpo, destinato prima o poi alla fine, ma anche il lievito, che si trasmette trionfalmente da una persona all’altra. Quel che più amareggia in un ospedale è la mancanza di attenzioni e di umanità. Che a volte fa soffrire più dello stesso dolore.

d.a.

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