UCRAINA - Le divisioni religiose e politiche che complicano la visita del Papa

Il Paese delle cento frontiere

   di FULVIO SCAGLIONE - foto di Albino Scalcione
  

   Famiglia Cristiana n.25 del 24-6-2001 - Home Page

Il mondo ortodosso e quello greco-cattolico. La fioritura economica e le ferite politiche. Le lacerazioni di una società che ha subìto un decennio di traumi e scossoni. L’eredità pesante del disastro nucleare e il contrastato rapporto con la Russia. Paradossi di una nazione nel cuore dell’Europa.

Kyiv

Bisogna farla sulle strade per intuirla, l’Ucraina. Per accorgersi che questo Paese grande come la Francia e popoloso come l’Italia non è un’ex Repubblica sovietica, ma il cuore d’Europa. Parti da Kyiv (in ucraino, Kiev è versione russofona) verso Sud, passi l’ex granaio dell’Urss e sbuchi sul Mar Nero, dov’erano grandi comunità ebraiche e i tatari di Crimea. Viaggi verso Est, attraversi la piana di Poltava (tomba dei cavalieri svedesi massacrati da Pietro il Grande nel 1709) e finisci tra le miniere e le acciaierie di Dnipropetrovsk e Donetsk. Qui senti la Russia.

Se invece scegli l’Ovest, procedi per i boschi di Zhytomir, feudo partigiano nell’ultima guerra, noti sperdersi l’uso del russo, ti trovi in Galizia e Volinia e a L’viv (o L’vov o Lemberg o Leopoli), fondata dal principe Danyl, che nel 1253 accettò dal Papa una corona (evento unico nella storia della Rus’), e poi mandò il figlio Roman (occhio al nome!) a sposare una giovane della casa reale d’Austria. Città che fu grande di traffici e commerci e oggi connette Est e Ovest anche come capitale dei greco-cattolici detti Uniati, la Chiesa d’Oriente che nel 1596 scelse l’unione al soglio di Pietro.

Paese dalle cento frontiere, l’Ucraina, e Giovanni Paolo II ne attraversa molte. Ogni frontiera ha le sue sentinelle. Una è Sergej Zigankov, fondatore di Put’ pravoslavnikh (La via ortodossa), movimento che ha per guida spirituale l’arcivescovo Avgustin di L’viv. Nel corso di un’ottima cena, offerta con impeccabile cortesia, Zigankov pronostica per il dopo-Papa persino azioni violente («Noi non le auspichiamo, perché siamo buoni cristiani, ma sono possibili») e il rapido declino del mondo cattolico, denatalizzato, omosessualizzato, islamizzato.

Risuona, forse, nelle parole di Zigankov, l’enfasi dell’ex ideologo («Ero responsabile per il Pcus degli studi cinematografici di Kiev», Kiev alla russa) che ora riconosce di essere stato seguace di Satana? Forse. Ma c’è una logica: quando dovrebbe rinascere l’idea di "Mosca terza Roma", se non in un’epoca di globalizzazione e comunicazione totale, di espansione dell’Ovest (la Nato, l’Unione europea, le mode, i consumi) verso Est? E dove dovrebbe farsi sentire, se non dove 150 chilometri dividono i cosacchi dall’Austria-Ungheria?

Cartina.

La benedizione delle fotografie

Maksim Nurmahomedov, per esempio: nome greco, cognome tataro (in arabo significa "Luce di Maometto"), futuro («Ma non sono sicuro») da monaco nella Lavra delle Grotte di Kyiv, fulcro della spiritualità ortodossa e residenza del metropolita Vladimir. Maksim ci guida alle Grotte, dove 4-5 mila fedeli venerano ogni giorno le spoglie di 120 beati e santi, e spiega ai custodi che le nostre fotografie hanno la "benedizione" del vescovo Pavel’, priore del monastero. 

«Non faremo nulla per ostacolare la visita», dice il vescovo, che cura le giornate di 126 religiosi e le attività di 600 ettari di campi, due allevamenti, una tipografia, un atelier per la pittura di icone, «ma nessuno di noi vedrà il Papa. Se Giovanni Paolo II incontrerà l’eretico Filaret, poi, mostrerà ancora una volta di non rispettare le regole canoniche dell’Ortodossia e di avere fini politici e non religiosi».

Politica, religione. Tutti ne parlano come se fossero mondi separati. Tutti sanno che da mille anni qui non è così. È religiosa o politica l’idea di trasmettere sul primo canale della Tv di Stato due liturgie di Pentecoste identiche, prima quella della Chiesa ortodossa russa celebrata da Vladimir, e poi quella della Chiesa ortodossa russa-Patriarcato di Kyiv di quel Filaret che Alessio II da Mosca ha scomunicato?

Mikola Malomuzh, vice-presidente del comitato (pari a un ministero) per i Rapporti con le organizzazioni religiose, non fa una piega. «In Ucraina ci sono 90 confessioni», dice, «di cui due cattoliche, tre ortodosse, quattro ebraiche e tre musulmane. Lo Stato riconosce le Chiese ortodosse (quella ortodossa russa ha circa il 70 per cento dei fedeli; Filaret il 20; la Chiesa delle catacombe il 10) ma la registrazione al ministero della Giustizia ha valore giuridico. Dal punto di vista canonico, risolvano da sole i loro problemi».

E per il tasso di politica nella visita papale? «Faccio notare che il Vaticano fu tra i primi Stati a riconoscere l’Ucraina indipendente, e che il capo dello Stato vaticano non era mai venuto qui. Si tratta, quindi, di una visita di Stato. Poi aiutiamo volentieri il Papa a incontrare i fedeli della sua Chiesa e tutti coloro che vorranno vederlo». I sondaggi dicono che il 50 per cento degli ucraini lo attende almeno curioso, solo il 4 è ostile.

Torniamo alla politica. Che Ucraina è oggi l’Ucraina? Il 2000 ha segnato la rinascita e il crollo. Per la rinascita, parola a Tatjana Sydnik e Ruslan Piantkovskij, economisti del Centro internazionale degli studi politici di Kyiv: «Per la prima volta dal crollo dell’Urss, nel 2000 il Prodotto interno lordo è cresciuto del 6 per cento. Le esportazioni raddoppiate, l’inflazione ridotta. La riforma dei kolchoz ha dato impulso agli investimenti e la produzione agricola è cresciuta del 5,9 per cento. Le entrate reali delle famiglie sono salite dell’11 per cento, i consumi del 5. Oggi l’economia ucraina è come erba che sbuca dall’asfalto. Se non mettono altro asfalto...». Il salario medio è di 120.000 lire, la disoccupazione all’11,7 per cento. «Sul mercato del lavoro», dice Piantkovskij, «è triste essere un ingegnere laureato in epoca sovietica, in una grande fabbrica. Più allegri sono quelli tra i 30-40 anni che hanno qualche confidenza con il computer e le lingue».

Restano da "misurare" le crepe aperte da dieci anni di traumi e scossoni. Qui la Caritas, spiega Andrij Waskowicz dell’Ufficio nazionale, aiuta i poveri o gli alluvionati in Transcarpazia ma è anche protagonista di Coatnet, rete informatica che copre Ucraina, Germania, Lituania, Svizzera e Repubblica Ceca per agire contro il traffico di donne: via Internet per l’aiuto alle vittime; via Extranet per comunicare in codice tra le organizzazioni; e domani in collegamento diretto con i database delle diverse polizie.

E poi il crollo. Lo scorso inverno un’ondata di manifestazioni ha scosso il Paese dopo il "caso Gongadze", giornalista trovato decapitato fuori Kyiv, forse fatto uccidere dallo stesso presidente Leonid Kuchma. Sospetto solido, perché l’opposizione ha trovato dei nastri, registrati nell’ufficio di Kuchma, in cui il presidente chiedeva di tacitare Gongadze, che lavorava per piccoli giornali e per un sito Internet con poche migliaia di contatti. In più, l’oligarchia di vecchi comunisti e nuovi plutocrati è riuscita a far cadere il Governo di Viktor Jushenko, autore di buone riforme e timidi assalti agli interessi coagulati intorno al potere di Kuchma. Risultato: Kuchma è sempre lì, Jushenko non è più premier, e spesso si rifugia in ospedale per "fastidi alla schiena".

Se il presidente ha tremato, lo si deve a Ucraina senza Kuchma, movimento di protesta trasversale ai partiti. «Le baracche che abbiamo costruito in piazza Indipendenza», spiega Jurij Luzenko, segretario del Partito socialista (di opposizione), coordinatore del movimento e direttore di Grani Plius, uno dei giornali per cui Gongadze scriveva, «avevano una forte carica simbolica: nella stessa piazza, nel 1989 le manifestazioni degli studenti fecero cadere l’ultimo governo comunista. Siamo in tanti e diversi: con me, nella baracca, c’era un uomo della destra che qualche anno prima mi aveva preso a bastonate in campagna elettorale. Io, socialista e figlio di un ex funzionario del Pcus, e lui, nazionalista e figlio di un partigiano antisovietico, contro la mezza dittatura che ci opprime».

Una delle chiese del grande monastero delle Grotte di Kyiv.
Una delle chiese del grande monastero delle Grotte di Kyiv.

«Le parole del Papa possono fare molto»

Del Papa e della visita Luzenko dice: «È bene che venga. Non gli chiediamo di schierarsi, ma le sue parole possono fare molto. E poi non sarà per caso che ha ricevuto la madre di Gongadze... Contrari alla visita sono solo i comunisti: vogliono dividere la gente, i cattolici dagli ortodossi, gli ucraini dai russi, per riavvicinarsi alla Russia, dove hanno amici potenti e vecchie abitudini».

Giusto, comunque, ricordare altri fatti. Primo: quando l’Ucraina divenne indipendente, la Russia aumentò il prezzo di gas e petrolio di quasi dieci volte, mettendo al collo produttivo del Paese un cappio che ha poi stretto o allargato secondo necessità politica. Secondo: l’Ucraina è l’unico Paese al mondo che cita nella Costituzione una tragedia (umana? tecnologica? politica?) come Chornobyl, cioè Cernobyl.

«Dal disastro del 26 aprile del 1986», spiega Volodimir Loginov, generale e viceministro alle Situazioni d’emergenza, «lo Stato ha speso 100 miliardi di dollari per rimediare ai danni, soprattutto umani. Tre milioni e mezzo di ucraini, tra cui 1,3 milioni di bambini, hanno sofferto per Chornobyl, 120 centri sono stati evacuati. Nel 1999-2000 abbiamo assistito 900 mila persone, sapendo che i bisogni sono molto superiori ma non avendo le risorse per colmarli. Nella zona di 30 chilometri intorno alla centrale, poi, ci sono 800 depositi di materiale radioattivo costruiti nei primi giorni dopo l’esplosione. Il ricordo della tragedia sfuma, ma i problemi non sono finiti».

Per cui, quando il Papa traverserà la frontiera del mondo ortodosso per entrare in quello greco-cattolico di L’viv, troverà anche lì una Chiesa in piena fioritura (è la diocesi cattolica al mondo con il maggior numero di ordinazioni sacerdotali, per dirne una) ma non ancora soddisfatta di sé. E nemmeno di Roma.

Padre Borys Gudziak è il rettore dell’Accademia teoligica di L’viv, nel 1994 rinata dalle ceneri della persecuzione e oggi ricca di 1.200 studenti (cattolici di rito greco e latino, ortodossi delle tre Chiese, ebrei), 200 collaboratori e di un progetto: costruire la prima Università cattolica del Paese. «Il mondo della Chiesa parla molto ma non parla per tutti. E spero che il Papa riuscirà a testimoniare l’amore e la speranza perché un ucraino, oggi, giovane o vecchio che sia, vuole ricevere la benedizione del Signore, sentirsi suo figlio prediletto, capire di avere una dignità personale. Non credo che il Vangelo in Italia abbia parole come "territorio canonico" o "proselitismo". Quando la gerarchia usa troppo poco le parole del Vangelo, si riduce, diventa quasi irrilevante. E la gerarchia ortodossa reagisce così perché ha paura: nel mondo libero a certe riflessioni si è arrivati nei decenni, qui è successo tutto di colpo».

All’Accademia lavora anche padre Mychailo Dymyd, nato in Belgio da un ucraino deportato dai nazisti, studi in Italia, sposato con la signora Ivanka, e padre di quattro figli. Lui è forse ancor meno paziente di padre Borys con la diplomazia ecclesiale. «La Chiesa greco-cattolica ha una grande storia», dice, «ma con aspetti non solo positivi. L’attuale gerarchia riconosce il Concilio Vaticano II, che però qui non è ancora stato promulgato in modo canonico; molti sacerdoti sono ancora "sovietici", operatori del culto più che missionari; il livello degli studi è pessimo. E certi punti della preparazione della visita del Papa non ci lasciano tranquilli».

Per esempio? «La Chiesa cattolica di Roma sembra non avere piena fiducia in noi. Siamo la più grande Chiesa orientale unita a Roma ma non abbiamo il Patriarcato. Perché? Il Papa farà beati i martiri ma la nostra Chiesa ha già la sindrome del martirio: avremmo bisogno di una famiglia santa, di uomini d’affari santi, come quelli che qui da noi fondarono cooperative e banche. Se siamo una Chiesa autocefala perché non possiamo farceli da soli, i santi? Gli ortodossi guardano a tutto questo e parlano di "uniatismo" in senso spregiativo. E se avessero ragione loro?».

Fulvio Scaglione

Una manifestazione contro il presidente Kuchma.
Una manifestazione contro il presidente Kuchma. 
  

Quartiere Dniprovskij: prima di tutto i bisogni della gente

Padre Ihor Onyshkevych è un sacerdote greco-cattolico ma poche cose, oggi, lo preoccupano meno delle polemiche tra le Chiese. Non solo perché è reduce dalla conferenza interconfessionale sull’assistenza ai carcerati convocata da Avgustin, arcivescovo ortodosso di L’viv e oppositore aggressivo della visita del Papa. Padre Ihor pensa al Centro Caritas che dirige (il primo aperto a Kyiv, dieci anni fa) e al destino della sua gente. Ecco la situazione: il Centro si trova nel quartiere popolare Dniprovskij, 395 mila anime, 2.883 famiglie in cui la madre riceve 7 hrivnie (3.000 lire) al mese di assegno per figlio, 2.455 madri sole, 806 bambini invalidi e 14 mila "bambini di Chornobyl". Nel quartiere ci sono 6 scuole e 2 orfanotrofi ma gli unici computer su cui i ragazzi possono completare un’istruzione che porti al lavoro sono al Centro.

Ma il futuro è lontano dal Dniprovskij. «La nostra mensa offre 120 pasti al giorno a bambini e ragazzi scelti tra le famiglie più povere», spiega Jaroslava Ryblovska, che collabora con padre Ihor. «Purtroppo dobbiamo scegliere, l’anno scorso le domande erano 250. E poi ripariamo scarpe, laviamo panni, tagliamo i capelli. Gratis, certo. Da sei anni facciamo assistenza alle donne carcerate, 2.000 a Chernihiv e 1.500 a Ternopil. Lo Stato stanzia 0,8 hrivnie al giorno (circa 300 lire, ndr) per detenuta, hanno bisogno di cibo, vestiti, medicine, alimenti per i bambini. A Ternopil, poi, sono concentrate le detenute malate di tubercolosi, più di 400. Le visitiamo, scriviamo. Ma i bisogni sono enormi».

Ecco che cosa preoccupa padre Ihor: i bisogni della povera gente. Il Centro non ce la fa più, mancano i fondi. Qualcuno può fare qualcosa? Si può telefonare e scoprire come: 00380.44.512.74.39.

f.s.

   

Orsmond: «Finalmente si è rotta la catena dei debiti»

David Orsmond è il resident representative in Ucraina del Fondo monetario internazionale, che è il più grande creditore del Paese. Sul suo tavolo è almeno simbolicamente transitato l’assegno (per nulla simbolico) di 247 milioni di dollari che nel dicembre 2000 il Fondo ha elargito dopo 15 mesi di gelo creditizio. «Nel 2000», spiega Orsmond, «il sistema economico ucraino ha lanciato molti segnali positivi. Una più accorta politica fiscale ha fatto crescere le entrate dello Stato e permesso il controllo di quell’orribile tassa sui poveri che è l’inflazione. Sono state ridotte drasticamente le transazioni non monetarie. Quelle in moneta sono oggi il 55 per cento del totale, nel primo trimestre del 2000 erano l’8 per cento. Importante è stata anche l’uscita dello Stato dal settore agricolo. La ristrutturazione su base privata delle fattorie collettive ha incrementato la produttività, incentivato il settore del credito e, soprattutto, limato in modo significativo l’influenza dei poteri locali che, con il sistema del baratto, potevano influenzare quasi ogni aspetto della vita e del lavoro dei contadini. Io ti dò le sementi ma tu dai a me il latte, io ti procuro il trattore ma tu voti per questo o per quello...».

  • In che punto economia e finanza si sono incontrate con la politica?

«C’è stata molta più trasparenza nel Governo. Le decisioni ora vengono prese in sede di Consiglio dei ministri e poi pubblicate; prima non c’era obbligo di farlo e quindi mancava il controllo sul processo decisionale. Con questo è arrivata più attenzione per gli aspetti sociali. Stipendi e pensioni sono pagati con puntualità e, soprattutto, con regolarità. Il che genera fiducia: la gente riceve poco ma sa che su quel poco può contare».

  • Il nuovo Governo è nato discutendo una drastica riduzione delle aliquote fiscali. Che ne pensa?

«Il Fondo non è contrario alla riforma, ma per ridurre le aliquote bisogna allargare la base contribuente. E per adesso il sistema fiscale ucraino non ha la flessibilità per farlo. Ma la cosa più importante è la rimonetarizzazione dell’economia. Si sta rompendo la catena del debito tra azienda e azienda, tra Stato e cittadini. È una gran buona notizia».

f.s.

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