Monsignor
Antonio Riboldi festeggia i cinquant’anni di sacerdozio. Parroco di
Santa Ninfa, ha lottato per i baraccati del Belice e contro la mafia.
Vescovo di Acerra, è stato in prima linea contro la camorra.Monsignor
Antonio Riboldi festeggia il cinquantesimo della sua ordinazione
sacerdotale. Mezzo secolo da scomodo testimone degli ultimi, i piccoli del
Vangelo. Prima da Santa Ninfa nel Belice, dove per vent’anni è stato
parroco e faceva il diavolo a quattro, se così si può dire di un prete,
perché finisse lo scandalo dei baraccati e della mafia degli appalti. Poi
da Acerra, dove è stato vescovo per 22 anni e tuonava contro la camorra,
ricavandone minacce e attentati. Lo hanno definito "comunista" e
pure "terrorista", lo hanno accusato di coltivare una smania di
protagonismo. Ora che ha 78 anni e ne compie 50 di sacerdozio, si può
concludere che è stato un prete-coraggio.
Con monsignor Riboldi il titolo di eccellenza non mi è
mai venuto bene, sono rimasta al "don Antonio" del primo
incontro. Erano i giorni del terremoto che distrusse il Belice il 15
gennaio 1968. Tra le macerie, i morti appena recuperati, i sopravvissuti
che vagavano sotto la neve, quel parroco alto nella tonaca nera spiccava
da lontano. I parrocchiani gli si stringevano intorno come un gregge
smarrito, e lui, forse per la prima e l’ultima volta nella vita, non
sapeva dare né aiuto né risposte. In una intervista mi dirà che da
giovane voleva fare il professore in seminario, ma dopo sei anni
tranquilli da viceparroco a Montecompatri, nei Castelli Romani, venne
catapultato in Sicilia: «Ho pianto, ho cercato di ribellarmi con le
ragioni del brianzolo sbattuto tanto lontano. Ma sono un religioso
rosminiano e la nostra regola è consegnare la vita nelle mani di Dio.
Dopo i primi anni a Santa Ninfa, avevamo costruito una comunità così
bella che il superiore generale la definì una perla e decise di
spostarmi, però Dio mi disse: "Resta qui che ce ne sarà
bisogno". Restai e ne capii il perché col terremoto».
Il terremoto del Belice ha
prodotto un altro disastro oltre a quello naturale. Baracche che
sembravano eterne, soldi per la ricostruzione che non arrivavano oppure
finivano nelle mani della mafia, miliardi sperperati per costruire ponti,
autostrade, piazze da fantascienza invece delle case. Dopo quasi un
decennio di invocazioni e proteste inutili, don Antonio lascia la sua
chiesa-baracca e con una cinquantina di bambini e quattro madri cala a
Roma, si fa ricevere da Paolo VI, da Sandro Pertini, da Aldo Moro.
Spedizione clamorosa e scandalosa: «A San Pietro si facevano il segno
della croce come davanti a scomunicati», mi dirà in seguito. Ma il Papa
gli dà tutto l’appoggio, Pertini definisce il Belice «la vergogna d’Italia»
e Moro dispone l’invio di 300 miliardi con l’obbligo di stretti
controlli sul loro impiego.
Ai giornalisti che gli
imputavano la smania di protagonismo, don Antonio rispondeva: «Di fronte
all’ingiustizia, non puoi star zitto e fare il morto. Devi smuovere le
acque perché la gente non vive senza speranza». Regola che vale anche
quando lo fanno vescovo della diocesi di Acerra, dove l’avversario è la
camorra. Il vescovo incita i giovani a scegliere tra l’essere talpe
nascoste sotto terra o uomini liberi nelle strade. Ripete: «Qui c’è un
campo arato, o lo semina il lavoro o lo semina la camorra». Per la festa
del patrono, Santo Cuomo, proibisce la processione perché c’è lo
zampino dei boss ed espone il manifesto del NO, scritto grosso, che
comincia così: «Sì alla festa e al pane, no alla prepotenza». Il
giorno dopo è affrontato in piazza da Nicola Nuzzo detto ’O
Carusiello che gli intima di piantarla con chille fesserie. Lui
lo piglia per il bavero, gli urla: «Come osi contro un vescovo?». In
seguito molti camorristi andranno a cercarlo per cambiar vita.
Ho telefonato a don Antonio per gli auguri. Dall’anno
scorso non è più vescovo in carica, ma emerito, cioè in
pensione: per modo di dire, perché tra conferenze e incontri non sta mai
fermo. Abita ad Acerra, in un monastero di ottanta stanze che fra poco
ospiteranno le mamme di piccoli degenti, ed eccoci all’ultimo suo
avversario: la mancanza nel Sud di ospedali pediatrici. Dopo cinque anni
di battaglie sta nascendo ad Acerra il "polo pediatrico",
cittadella all’avanguardia. Mi ha detto, come bilancio della sua vita: «Quando
la sera arriva priva di spine, non va, non ci siamo. La vita è un
intreccio di dolore e di amore. Se non stanno insieme, è come la croce
senza Cristo».
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