Franca Zambonini.

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di FRANCA ZAMBONINI

   

   Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page Monsignor Antonio Riboldi festeggia i cinquant’anni di sacerdozio. Parroco di Santa Ninfa, ha lottato per i baraccati del Belice e contro la mafia. Vescovo di Acerra, è stato in prima linea contro la camorra.

Monsignor Antonio Riboldi festeggia il cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale. Mezzo secolo da scomodo testimone degli ultimi, i piccoli del Vangelo. Prima da Santa Ninfa nel Belice, dove per vent’anni è stato parroco e faceva il diavolo a quattro, se così si può dire di un prete, perché finisse lo scandalo dei baraccati e della mafia degli appalti. Poi da Acerra, dove è stato vescovo per 22 anni e tuonava contro la camorra, ricavandone minacce e attentati. Lo hanno definito "comunista" e pure "terrorista", lo hanno accusato di coltivare una smania di protagonismo. Ora che ha 78 anni e ne compie 50 di sacerdozio, si può concludere che è stato un prete-coraggio.

Con monsignor Riboldi il titolo di eccellenza non mi è mai venuto bene, sono rimasta al "don Antonio" del primo incontro. Erano i giorni del terremoto che distrusse il Belice il 15 gennaio 1968. Tra le macerie, i morti appena recuperati, i sopravvissuti che vagavano sotto la neve, quel parroco alto nella tonaca nera spiccava da lontano. I parrocchiani gli si stringevano intorno come un gregge smarrito, e lui, forse per la prima e l’ultima volta nella vita, non sapeva dare né aiuto né risposte. In una intervista mi dirà che da giovane voleva fare il professore in seminario, ma dopo sei anni tranquilli da viceparroco a Montecompatri, nei Castelli Romani, venne catapultato in Sicilia: «Ho pianto, ho cercato di ribellarmi con le ragioni del brianzolo sbattuto tanto lontano. Ma sono un religioso rosminiano e la nostra regola è consegnare la vita nelle mani di Dio. Dopo i primi anni a Santa Ninfa, avevamo costruito una comunità così bella che il superiore generale la definì una perla e decise di spostarmi, però Dio mi disse: "Resta qui che ce ne sarà bisogno". Restai e ne capii il perché col terremoto».

Il terremoto del Belice ha prodotto un altro disastro oltre a quello naturale. Baracche che sembravano eterne, soldi per la ricostruzione che non arrivavano oppure finivano nelle mani della mafia, miliardi sperperati per costruire ponti, autostrade, piazze da fantascienza invece delle case. Dopo quasi un decennio di invocazioni e proteste inutili, don Antonio lascia la sua chiesa-baracca e con una cinquantina di bambini e quattro madri cala a Roma, si fa ricevere da Paolo VI, da Sandro Pertini, da Aldo Moro. Spedizione clamorosa e scandalosa: «A San Pietro si facevano il segno della croce come davanti a scomunicati», mi dirà in seguito. Ma il Papa gli dà tutto l’appoggio, Pertini definisce il Belice «la vergogna d’Italia» e Moro dispone l’invio di 300 miliardi con l’obbligo di stretti controlli sul loro impiego.

Ai giornalisti che gli imputavano la smania di protagonismo, don Antonio rispondeva: «Di fronte all’ingiustizia, non puoi star zitto e fare il morto. Devi smuovere le acque perché la gente non vive senza speranza». Regola che vale anche quando lo fanno vescovo della diocesi di Acerra, dove l’avversario è la camorra. Il vescovo incita i giovani a scegliere tra l’essere talpe nascoste sotto terra o uomini liberi nelle strade. Ripete: «Qui c’è un campo arato, o lo semina il lavoro o lo semina la camorra». Per la festa del patrono, Santo Cuomo, proibisce la processione perché c’è lo zampino dei boss ed espone il manifesto del NO, scritto grosso, che comincia così: «Sì alla festa e al pane, no alla prepotenza». Il giorno dopo è affrontato in piazza da Nicola Nuzzo detto ’O Carusiello che gli intima di piantarla con chille fesserie. Lui lo piglia per il bavero, gli urla: «Come osi contro un vescovo?». In seguito molti camorristi andranno a cercarlo per cambiar vita.

Ho telefonato a don Antonio per gli auguri. Dall’anno scorso non è più vescovo in carica, ma emerito, cioè in pensione: per modo di dire, perché tra conferenze e incontri non sta mai fermo. Abita ad Acerra, in un monastero di ottanta stanze che fra poco ospiteranno le mamme di piccoli degenti, ed eccoci all’ultimo suo avversario: la mancanza nel Sud di ospedali pediatrici. Dopo cinque anni di battaglie sta nascendo ad Acerra il "polo pediatrico", cittadella all’avanguardia. Mi ha detto, come bilancio della sua vita: «Quando la sera arriva priva di spine, non va, non ci siamo. La vita è un intreccio di dolore e di amore. Se non stanno insieme, è come la croce senza Cristo».

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