Colloqui col padre.

La Lettera della settimana

   Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page

«Gli albanesi, brava gente»
LA CONTRADDIZIONE È NELLA POLITICA DELL’OCCIDENTE

La moglie di un membro della missione interforze, durante i suoi viaggi, scopre la realtà dell’Albania, che è molto diversa dall’idea sempre avuta.

 Mio marito lavora in Albania, nella missione interforze, dal dicembre dello scorso anno. Chi avrebbe mai pensato di fare questa esperienza nuova? Eppure, da sei mesi noi abbiamo avuto il dono di conoscere una realtà nuova, oltre l’Adriatico. Mio padre, mi diceva sempre che «gli albanesi sono cattivi; proprio un popolo cattivo». Chissà dove aveva sentito queste cose? Forse nelle leggende dei racconti "favolosi" dei bambini. Ma poi la cronaca dei nostri tempi aveva fatto il resto. Anch’io non pensavo un gran che bene dell’Albania. Sicuramente era lontanissima dai miei interessi.

Sono andata a Tirana a trovare mio marito, già tre volte: la prima volta da sola, a Pasqua coi figli e di recente per festeggiare il nostro anniversario di matrimonio. Per grazia di Dio ho vissuto una sorta di progressione in queste esperienze, come se Qualcuno avesse voluto dosarmi gradatamente "la medicina amara del dolore".

È quasi impossibile riuscire a esprimere la quantità incredibile di insegnamenti che ho ricevuto in Albania. Ho imparato innanzitutto che è facilissimo, e anche inutile, giudicare le situazioni dall’esterno, figuriamoci se si parla di un popolo, con la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura e le atroci violenze subìte, che poco si conoscono. Com’è facile invece giudicare e dare ricettine per risolvere problemi gravissimi stando nelle nostre comode poltrone, dentro le nostre bellissime case piene di tutto!

La miseria dei quartieri più poveri di Tirana è quella in cui i bambini patiscono la fame, o hanno un’alimentazione del tutto inadatta alla loro crescita: sono più piccoli dei loro coetanei italiani. Hanno spesso eczemi o altre malattie della pelle, se non addirittura parassiti intestinali, o la Tbc. Ho camminato in stradine di pozzanghere, a fianco di fogne a cielo aperto, confinanti con abitazioni fatte di assi di legno, lamiera e carta di giornali come stucco per le fessure per difendersi dal freddo. Tutto questo a Tirana, la capitale dell’Albania, a 75 chilometri dalle coste pugliesi, in Europa e nell’anno 2001! Difficile crederci, ma io queste cose le ho viste. E ho pianto.

Alcune meravigliose e "normalissime" suore hanno permesso che io le accompagnassi nelle loro attività quotidiane e ho potuto godere della diffusione autentica del messaggio evangelico incarnato nella loro umile e laboriosa presenza. Non le nomino perché so che non ce n’è bisogno. Mi permetta però di dire almeno questo: «Com’è bella la Chiesa in terra di missione!».

Sono stata nell’inferno di un orfanotrofio statale, dove la sporcizia si miscela strettamente con la mancanza di speranza e in cui sembra che le persone non abbiano alcuna dignità. Ragazzi e ragazze di vent’anni, belli nella loro età, hanno però gli occhi spenti per la mancanza di tutto. E qui da noi "il troppo" appanna e annoia gli occhi dei nostri figli, sempre più arrabbiati e stanchi. Quanto dolore!

I proprietari dell’appartamentino in cui vive mio marito sono albanesi di Tirana, persone stupende e piene di tante attenzioni verso di lui. Come dappertutto, anche in questo Paese ci sono tante bravissime persone che lavorano molto per vivere dignitosamente, e tanti sfortunati senza lavoro, facilmente corruttibili e preda della delinquenza! Ci sono poi ville magnifiche accanto a misere capanne: anche questa è la tipica contraddizione di ogni Paese in difficoltà, in un mondo costruito a misura dei ricchi

Non ho mai scritto al giornale, nonostante lo legga con piacere da tanti anni, ma questa volta ho sentito forte il desiderio di raccontare la mia esperienza, per condividere con tanti il poco che ho compreso. Ringrazio Dio per aver dato alla mia famiglia il dono di questa "scoperta": in Albania abbiamo toccato la povertà e vissuto contatti umani autentici. Mi auguro di poter continuare questo rapporto fino a che mi sarà possibile. Vi prego di evitare tutto quanto potrebbe, in qualche modo, individuare la nostra famiglia, perché i miei suoceri, abbonati a Famiglia Cristiana, potrebbero "capire" quello che, invece, abbiamo preferito non sapessero del loro figlio in Albania, per lasciarli tranquilli. Viviamo in città lontane, e mio marito è spesso al lavoro "fuori orario" e "fuori sede", per cui i suoceri non sono preoccupati per la sicurezza del loro amato figlio.

Vi ringrazio per la vostra presenza nel panorama editoriale italiano e per tutto il bene che fate. Sono disponibile a dare altre notizie o informazioni a chi le richiedesse, tramite voi.

Lettera firmata
   

Ogni volta che si parla di albanesi, il pensiero comune corre immediatamente all’immagine negativa di un popolo "sporco, brutto e cattivo". Pochi pensano, invece, che il vero problema è "la contraddizione" in cui vive questo Paese, assieme a tanti altri, come ben ci ricorda la nostra lettrice. La vera questione morale dell’Albania non riguarda quella minoranza di popolazione che viene in Occidente, che delinque, sfrutta e fa prostituire giovanissime ragazze, e che si organizza in bande malavitose che terrorizzano quartieri e città. Ma è quella di un Occidente che non ha saputo indicare e aiutare realmente l’Albania a trovare una strada per uno sviluppo sostenibile e ha permesso a questo Paese di andare alla deriva.

Interpellato su questo tema, il nostro bravo giornalista Alberto Bobbio, che l’Albania l’ha girata proprio tutta per servizio e in più occasioni, ha confermato quanto ci ha raccontato la nostra lettrice: «Ho percorso tutte le strade dell’Albania: da sud a nord, da ovest a est. Ho risalito laghi con traghetti arrugginiti per arrivare in zone dove non ci sono strade. Ho percorso a piedi i sentieri delle montagne verso il Kosovo. Ho conosciuto criminali veri senza alcuno scrupolo, pronti a tagliarti la gola per rubarti le scarpe e la giacca a vento, ma anche tantissima gente buona e gentilissima, che ti lasciava il proprio letto per dormire la notte».

Tornando alla questione morale, l’Albania è stata ricoperta in questi anni di tantissimi soldi da parte della Comunità internazionale, ma quasi mai questa e tutti noi che ne facciamo parte abbiamo cercato di capire cos’è questo Paese e chi sono gli albanesi. Li abbiamo trattati sempre come delle bestie, anche in passato quando la nostra politica oscillava tra pulsioni coloniali e rifiuto. L’Albania fa comunque parte del nostro spazio geopolitico, anche se a molti gli albanesi non piacciono. La domanda da farsi è: conosciamo la storia di quelle regioni e di quei popoli? Nelle scuole italiane quasi nulla si insegna dei Balcani, e così gli albanesi o sono dei delinquenti oppure gente da sfruttare con una nuova forma di colonialismo. Quando nel 1991 si presentarono davanti alle coste pugliesi le prime navi stracariche di profughi, che scappavano dalla fame, a noi sembrò che avessero aperte le galere di là del mare Adriatico. Invece, quelli erano "normali" albanesi.

Prima o poi si dovrà rispondere anche a un’altra domanda: a chi conviene mantenere questa situazione? Ci sono ventimila albanesi emigrati in Canada e negli Stati Uniti, tutti con titoli universitari. Altri seimila studiano nelle università americane. E anche in Italia c’è una buona presenza di studenti albanesi: non tornano quasi mai a casa. E tutti subiscono il danno di un’immagine sbagliata del loro popolo.

Ma per cambiare le cose, bisogna cambiare politica nei loro confronti: basta coi cordoni sanitari, e più investimenti sul capitale umano. Che, come testimonia la lettrice, è fatto soprattutto di "brava gente".

d.a.

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