Mio marito lavora in Albania, nella missione interforze, dal
dicembre dello scorso anno. Chi avrebbe mai pensato di fare questa
esperienza nuova? Eppure, da sei mesi noi abbiamo avuto il dono di
conoscere una realtà nuova, oltre l’Adriatico. Mio padre, mi diceva
sempre che «gli albanesi sono cattivi; proprio un popolo cattivo».
Chissà dove aveva sentito queste cose? Forse nelle leggende dei
racconti "favolosi" dei bambini. Ma poi la cronaca dei
nostri tempi aveva fatto il resto. Anch’io non pensavo un gran che
bene dell’Albania. Sicuramente era lontanissima dai miei interessi.
Sono andata a Tirana a trovare mio marito, già tre
volte: la prima volta da sola, a Pasqua coi figli e di recente per
festeggiare il nostro anniversario di matrimonio. Per grazia di Dio ho
vissuto una sorta di progressione in queste esperienze, come se
Qualcuno avesse voluto dosarmi gradatamente "la medicina amara
del dolore".
È quasi impossibile riuscire a esprimere la
quantità incredibile di insegnamenti che ho ricevuto in Albania. Ho
imparato innanzitutto che è facilissimo, e anche inutile, giudicare
le situazioni dall’esterno, figuriamoci se si parla di un popolo,
con la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura e le atroci
violenze subìte, che poco si conoscono. Com’è facile invece
giudicare e dare ricettine per risolvere problemi gravissimi stando
nelle nostre comode poltrone, dentro le nostre bellissime case piene
di tutto!
La miseria dei quartieri più poveri di Tirana è
quella in cui i bambini patiscono la fame, o hanno un’alimentazione
del tutto inadatta alla loro crescita: sono più piccoli dei loro
coetanei italiani. Hanno spesso eczemi o altre malattie della pelle,
se non addirittura parassiti intestinali, o la Tbc. Ho camminato in
stradine di pozzanghere, a fianco di fogne a cielo aperto, confinanti
con abitazioni fatte di assi di legno, lamiera e carta di giornali
come stucco per le fessure per difendersi dal freddo. Tutto questo a
Tirana, la capitale dell’Albania, a 75 chilometri dalle coste
pugliesi, in Europa e nell’anno 2001! Difficile crederci, ma io
queste cose le ho viste. E ho pianto.
Alcune meravigliose e "normalissime" suore
hanno permesso che io le accompagnassi nelle loro attività quotidiane
e ho potuto godere della diffusione autentica del messaggio evangelico
incarnato nella loro umile e laboriosa presenza. Non le nomino perché
so che non ce n’è bisogno. Mi permetta però di dire almeno questo:
«Com’è bella la Chiesa in terra di missione!».
Sono stata nell’inferno di un orfanotrofio
statale, dove la sporcizia si miscela strettamente con la mancanza di
speranza e in cui sembra che le persone non abbiano alcuna dignità.
Ragazzi e ragazze di vent’anni, belli nella loro età, hanno però
gli occhi spenti per la mancanza di tutto. E qui da noi "il
troppo" appanna e annoia gli occhi dei nostri figli, sempre più
arrabbiati e stanchi. Quanto dolore!
I proprietari dell’appartamentino in cui vive mio
marito sono albanesi di Tirana, persone stupende e piene di tante
attenzioni verso di lui. Come dappertutto, anche in questo Paese ci
sono tante bravissime persone che lavorano molto per vivere
dignitosamente, e tanti sfortunati senza lavoro, facilmente
corruttibili e preda della delinquenza! Ci sono poi ville magnifiche
accanto a misere capanne: anche questa è la tipica contraddizione
di ogni Paese in difficoltà, in un mondo costruito a misura dei
ricchi
Non ho mai scritto al giornale, nonostante lo legga
con piacere da tanti anni, ma questa volta ho sentito forte il
desiderio di raccontare la mia esperienza, per condividere con tanti
il poco che ho compreso. Ringrazio Dio per aver dato alla mia famiglia
il dono di questa "scoperta": in Albania abbiamo toccato la
povertà e vissuto contatti umani autentici. Mi auguro di poter
continuare questo rapporto fino a che mi sarà possibile. Vi prego di
evitare tutto quanto potrebbe, in qualche modo, individuare la nostra
famiglia, perché i miei suoceri, abbonati a Famiglia Cristiana,
potrebbero "capire" quello che, invece, abbiamo preferito
non sapessero del loro figlio in Albania, per lasciarli tranquilli.
Viviamo in città lontane, e mio marito è spesso al lavoro
"fuori orario" e "fuori sede", per cui i suoceri
non sono preoccupati per la sicurezza del loro amato figlio.
Vi ringrazio per la vostra presenza nel panorama
editoriale italiano e per tutto il bene che fate. Sono disponibile a
dare altre notizie o informazioni a chi le richiedesse, tramite voi.