Sulla
tassazione del cambio di capitali per aiutare i Paesi poveri si è diviso
il Centrosinistra. E il Centrodestra è in tensione per la devolution di
Umberto Bossi, che potrebbe spaccare il Paese.
Con la
preparazione del G8 di Genova si è intrecciata in Italia una doppia
prefigurazione di che cosa potrebbe essere, nei prossimi mesi, la lotta
politica fra e dentro i due blocchi di Centrodestra e Centrosinistra. Casa
delle Libertà e Ulivo si sono accordati alla Camera per votare ciascuno
una propria mozione, astenendosi su quella dell’altra parte e
rinunciando a un punto significativo della propria posizione: il Polo a un
riferimento all’energia nucleare, l’Ulivo a quello relativo alla
"Tobin tax", cavallo di battaglia del movimento "antiglobalizzazione".
Ma non erano la stessa cosa. E infatti, mentre i
deputati del Centrodestra votavano compatti secondo gli accordi, ben 80
deputati del Centrosinistra votavano "no", per protesta contro
la rinuncia alla "Tobin tax" da parte dei loro capigruppo. Il
fatto esige una spiegazione. La "Tobin tax" non esiste, e molto
probabilmente non esisterà mai, almeno nella forma proposta nel lontano
1972 dall’economista americano James Tobin, Premio Nobel, al preciso
scopo di frenare la crescita incontrollata della speculazione finanziaria
sui capitali, liberi di spostarsi da un punto all’altro della Terra
attraverso fulminee operazioni di cambio in valuta estera a breve, rese
possibili dai progressi delle telecomunicazioni.
Basterà qualche cifra per
dimostrare l’entità del fenomeno e il suo rapporto con l’economia
"reale". Nel 1975, l’ammontare delle contrattazioni di cambio
estero giornaliero era di 1.300 miliardi di dollari; nel 1992 era
aumentato del 50 per cento. Ma nel 1995 il volume annuale delle operazioni
sui mercati azionari di tutto il mondo era di 21.000 miliardi di dollari,
equivalenti a soli 17 giorni di contrattazioni sul mercato dei cambi
esteri. Gli scambi commerciali globali annuali di merci e servizi erano
ammontati a 4.300 miliardi di dollari: appena tre giorni e mezzo di
contrattazioni sul mercato dei cambi (cifre e confronti sono tratti dal
libro del canadese Alex C. Michalos Un’imposta giusta: la Tobin tax,
edito nel 1999 dal Gruppo Abele).
La proposta di James Tobin fu questa: tassiamo le
operazioni di cambio in valuta estera, in modo da frenare un fenomeno
dalle conseguenze facilmente prevedibili: corsa alla speculazione,
continuo squilibrio sui mercati finanziari, possibilità di gravissime
crisi monetarie; con i proventi della tassa finanziamo spesa pubblica,
interna o internazionale, o riduciamo le imposte dirette. Perché non è
mai stato fatto niente?
Nel libro di Michalos tutto è spiegato con grande
chiarezza, a cominciare dalle obiezioni più naturali: per organizzare la
"Tobin tax" bisogna che tutti gli Stati siano d’accordo (il
che non è, ovviamente, a cominciare dagli Stati "paradisi
fiscali" off shore); chi la raccoglie?, chi e come
redistribuisce i proventi?, non si contraddice il sacro principio della
libertà di circolazione dei capitali?
Ma con il passare del tempo il
tema si è allargato, la "Tobin tax" è stata individuata come
uno strumento straordinario per raccogliere enormi somme di denaro in
favore delle economie dei popoli più poveri della Terra. Secondo una
Commissione indipendente statunitense, con un’imposta dello 0,01 per
cento su ogni transazione il rendimento supererebbe, secondo stime
prudenti, i 150 miliardi di dollari su base annua. Il che vuol dire
risolvere in pochi anni alcuni fra i più drammatici problemi dell’Africa.
Il G7 dei ministri finanziari, riuniti a Roma il 7
luglio, ha bocciato l’idea che della "Tobin tax" si possa
parlare, né a Genova né altrove, né ora né mai. Ma tutte le idee di
questo genere (ne sapeva qualcosa John Maynard Keynes, quando proponeva il
suo sistema di deficit spending con cui, poi, Roosevelt trasse l’America
fuori dalla tremenda crisi post-’29) suscitano pesanti opposizioni;
però a Genova, e non solo a Genova, si continuerà a parlarne, se non
altro come stimolo a far uscire il mondo da una situazione di crescente
ingiustizia cui la "Tobin tax", o qualcosa del genere, può
contribuire a porre rimedio. Si capisce, dunque perché, a 80 parlamentari
dell’Ulivo la rinuncia – in omaggio a un equivoco spirito "bipartisan"–
a un simbolo così identificante sia spiaciuta: e, soprattutto, all’interno
dei Ds la cosa peserà non poco nei prossimi mesi.
Ma, nel frattempo, ecco il Centrodestra entrare in
fibrillazione perché la Lega vuole in fretta la devolution secondo i suoi
progetti, e gli altri (soprattutto Alleanza nazionale) non la vogliono. Se
poi la riforma costituzionale del federalismo preparata da Umberto Bossi
passasse con i soli voti della Casa della Libertà, dovrebbe essere
sottoposta a referendum confermativo, ed è facile immaginare che cosa
accadrebbe: il Nord direbbe sì, il Centro-Sud direbbe no.
Ed ecco il Paese spaccato in due.
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