Editoriale.  di Beppe Del Colle

    
SCENARI MONDIALI E FIBRILLAZIONI POLITICHE
Quel che c’è dietro la "Tobin tax"

   

   Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page Sulla tassazione del cambio di capitali per aiutare i Paesi poveri si è diviso il Centrosinistra. E il Centrodestra è in tensione per la devolution di Umberto Bossi, che potrebbe spaccare il Paese.

Con la preparazione del G8 di Genova si è intrecciata in Italia una doppia prefigurazione di che cosa potrebbe essere, nei prossimi mesi, la lotta politica fra e dentro i due blocchi di Centrodestra e Centrosinistra. Casa delle Libertà e Ulivo si sono accordati alla Camera per votare ciascuno una propria mozione, astenendosi su quella dell’altra parte e rinunciando a un punto significativo della propria posizione: il Polo a un riferimento all’energia nucleare, l’Ulivo a quello relativo alla "Tobin tax", cavallo di battaglia del movimento "antiglobalizzazione".

Ma non erano la stessa cosa. E infatti, mentre i deputati del Centrodestra votavano compatti secondo gli accordi, ben 80 deputati del Centrosinistra votavano "no", per protesta contro la rinuncia alla "Tobin tax" da parte dei loro capigruppo. Il fatto esige una spiegazione. La "Tobin tax" non esiste, e molto probabilmente non esisterà mai, almeno nella forma proposta nel lontano 1972 dall’economista americano James Tobin, Premio Nobel, al preciso scopo di frenare la crescita incontrollata della speculazione finanziaria sui capitali, liberi di spostarsi da un punto all’altro della Terra attraverso fulminee operazioni di cambio in valuta estera a breve, rese possibili dai progressi delle telecomunicazioni.

Basterà qualche cifra per dimostrare l’entità del fenomeno e il suo rapporto con l’economia "reale". Nel 1975, l’ammontare delle contrattazioni di cambio estero giornaliero era di 1.300 miliardi di dollari; nel 1992 era aumentato del 50 per cento. Ma nel 1995 il volume annuale delle operazioni sui mercati azionari di tutto il mondo era di 21.000 miliardi di dollari, equivalenti a soli 17 giorni di contrattazioni sul mercato dei cambi esteri. Gli scambi commerciali globali annuali di merci e servizi erano ammontati a 4.300 miliardi di dollari: appena tre giorni e mezzo di contrattazioni sul mercato dei cambi (cifre e confronti sono tratti dal libro del canadese Alex C. Michalos Un’imposta giusta: la Tobin tax, edito nel 1999 dal Gruppo Abele).

La proposta di James Tobin fu questa: tassiamo le operazioni di cambio in valuta estera, in modo da frenare un fenomeno dalle conseguenze facilmente prevedibili: corsa alla speculazione, continuo squilibrio sui mercati finanziari, possibilità di gravissime crisi monetarie; con i proventi della tassa finanziamo spesa pubblica, interna o internazionale, o riduciamo le imposte dirette. Perché non è mai stato fatto niente?

Nel libro di Michalos tutto è spiegato con grande chiarezza, a cominciare dalle obiezioni più naturali: per organizzare la "Tobin tax" bisogna che tutti gli Stati siano d’accordo (il che non è, ovviamente, a cominciare dagli Stati "paradisi fiscali" off shore); chi la raccoglie?, chi e come redistribuisce i proventi?, non si contraddice il sacro principio della libertà di circolazione dei capitali?

Ma con il passare del tempo il tema si è allargato, la "Tobin tax" è stata individuata come uno strumento straordinario per raccogliere enormi somme di denaro in favore delle economie dei popoli più poveri della Terra. Secondo una Commissione indipendente statunitense, con un’imposta dello 0,01 per cento su ogni transazione il rendimento supererebbe, secondo stime prudenti, i 150 miliardi di dollari su base annua. Il che vuol dire risolvere in pochi anni alcuni fra i più drammatici problemi dell’Africa.

Il G7 dei ministri finanziari, riuniti a Roma il 7 luglio, ha bocciato l’idea che della "Tobin tax" si possa parlare, né a Genova né altrove, né ora né mai. Ma tutte le idee di questo genere (ne sapeva qualcosa John Maynard Keynes, quando proponeva il suo sistema di deficit spending con cui, poi, Roosevelt trasse l’America fuori dalla tremenda crisi post-’29) suscitano pesanti opposizioni; però a Genova, e non solo a Genova, si continuerà a parlarne, se non altro come stimolo a far uscire il mondo da una situazione di crescente ingiustizia cui la "Tobin tax", o qualcosa del genere, può contribuire a porre rimedio. Si capisce, dunque perché, a 80 parlamentari dell’Ulivo la rinuncia – in omaggio a un equivoco spirito "bipartisan"– a un simbolo così identificante sia spiaciuta: e, soprattutto, all’interno dei Ds la cosa peserà non poco nei prossimi mesi.

Ma, nel frattempo, ecco il Centrodestra entrare in fibrillazione perché la Lega vuole in fretta la devolution secondo i suoi progetti, e gli altri (soprattutto Alleanza nazionale) non la vogliono. Se poi la riforma costituzionale del federalismo preparata da Umberto Bossi passasse con i soli voti della Casa della Libertà, dovrebbe essere sottoposta a referendum confermativo, ed è facile immaginare che cosa accadrebbe: il Nord direbbe sì, il Centro-Sud direbbe no.

Ed ecco il Paese spaccato in due.

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