Si è conclusa
con una tregua armata la guerra finanziaria scatenata da Gianni Agnelli
e i suoi alleati contro Mediobanca, il tempio ormai in declino del
capitalismo finanziario. Come in ogni assedio che si rispetti, i tempi
saranno molto lunghi. Ma, qualunque piega prenderanno gli eventi, una
cosa è certa: a un anno dalla morte di Enrico Cuccia, il signore della
Galassia Mediobanca, che per quarant’anni aveva deciso le sorti dell’economia
italiana, nulla rimarrà come prima.
La settimana di passione della finanza italiana, che ha
sconvolto Piazza Affari come la tromba d’aria che si è abbattuta in Val
Padana, inizia lunedì 2 luglio, con la presentazione ufficiale alla
Consob di un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) su Montedison, il terzo
polo industriale italiano, da parte di una cordata che si muove tra Torino
e Parigi.
L’Opa è come una tessera destinata a cambiare forma e
struttura del domino della finanza italiana. Ne fanno parte Fiat, Edf (l’Enel
francese), il gruppo Tassara del finanziere Zaleski e tre giganti bancari:
Banca di Roma, San Paolo Imi e Intesa-Comit. Sono proprio gli istituti di
credito, attraverso un sottile e segreto lavorio diplomatico, a congegnare
la presa dell’ex colosso della chimica Montedison, riconvertito da tempo
nei settori dell’energia, con grosse partecipazioni nel campo
agroalimentare. I tre istituti di credito posseggono insieme il 13 per
cento delle azioni di Montedison, Zaleski ha il 10 per cento. Poi c’è
il gruppo Edf, che aveva rastrellato il 20 per cento della holding
italiana con l’intenzione di conquistarla per fini strategici, ma che è
stata "stoppata" da un decreto del Governo Amato (riconvertito
anche dall’attuale Parlamento). Il rischio è infatti che in Italia si
crei un duopolio con l’Enel, a tutto svantaggio della concorrenza, con
la conseguente lievitazione delle bollette. Non a caso l’Opa
italo-francese è al vaglio della Commissione europea.

Gli istituti di credito sanno che Mediobanca, che ha una
partecipazione in Montedison del 15 per cento, non ha più i mezzi per
controllare piazzetta Bossi. In questo piano manca giusto il tassello
vincente, il volano che dovrà guidare quest’alleanza, il cavallo di
Troia all’interno del quale nascondere le truppe di Edf, un nome che dia
lustro e autorevolezza a tutta l’operazione. E lo trovano a Torino, dall’Avvocato.
Che, alla bell’età di ottant’anni, conclude l’ennesimo affare della
sua vita.
Il Lingotto cede ai francesi una società
strategicamente marginale del gruppo, La Fenice, poi, d’intesa con i
suoi alleati, crea una società-veicolo, Italenergia, in cui riversa le
azioni Montedison della cordata e che si presenta in Borsa per l’Offerta
pubblica di acquisto. Italenergia possiede il 52 per cento di Montedison.
L’Opa, che cadrà a cascata anche su Edison, la controllata
specializzata nel settore dell’energia, è vincente in partenza.
Ma nel mirino della Fiat (il cui titolo, la settimana
scorsa, è volato) non c’è soltanto Montedison.
L’Avvocato vuole da tempo regolare i conti all’interno
di Hdp, la holding che controlla settori della moda e dell’editoria (il Corriere
della Sera), di cui è amministratore delegato Maurizio Romiti, figlio
di Cesare. Hdp è un altro terreno di scontro tra Mediobanca e l’ex
alleato Fiat. Solo una parte degli azionisti vicini a Mediobanca hanno
rinnovato il patto di sindacato che governa la holding (la principale è
Gemina, in mano alla famiglia Romiti, insieme con Generali, Italmobiliare,
Lucchini e Bertazzoni). Gli altri (Fiat, Pirelli&C di Tronchetti
Provera, Intesa e Mittel) chiedono di ridefinire i rapporti di forza.
In Hdp vige una tregua armata. Ma le voci di Piazza
Affari paventano l’ennesima guerra per il controllo della società. Fiat
e soci hanno chiesto da tempo a Romiti di abbandonare gli asset della
moda per puntare sull’editoria. Ma Cesare e Maurizio Romiti non ne
vogliono sapere. Una guerra che potrebbe arrivare alla stessa Mediobanca,
l’ex banca d’affari della famiglia Agnelli, ormai in rotta di
collisione con il Lingotto.
Con l’operazione Montedison, l’Avvocato si toglie
anche alcuni sassolini dalla scarpa. I suoi dissapori con Cesare Romiti
sono noti da tempo, fin da quando l’Olivetti, nel gennaio del 1999,
lancia un’Opa gestita da Mediobanca su Telecom, di cui l’Ifil della
famiglia Agnelli è azionista (chissà se l’Avvocato oggi sorride
assistendo ai guai giudiziari in cui sono coinvolti Roberto Colaninno e i
suoi alleati). L’ex amministratore delegato Romiti, in quell’occasione,
rilascia dichiarazioni in cui approva tutta l’operazione.
Il raffreddamento tra i due prosegue in Confindustria:
per la successione di Giorgio Fossa al vertice dell’associazione degli
industriali il candidato della Fiat è Carlo Callieri, ma vince D’Amato,
il candidato sponsorizzato, tra gli altri, da Romiti. Nel quaderno degli
"sgarri" va segnalata la sostituzione al vertice del Sole 24
Ore, il quotidiano di Confindustria, di Ernesto Auci (appoggiato e
stimato da Agnelli) con Guido Gentili, gradito a Romiti.
Tutti nodi venuti al pettine con l’affare Montedison.
E Mediobanca? L’amministratore delegato, il coriaceo Vincenzo Maranghi,
ha intenzione di vender cara la pelle. Assistito dal suo ufficio legale e
dagli advisors della Goldman Sachs, ha predisposto le sue
contromosse. Paventando un attacco a piazzetta Cuccia, ha venduto in mani
sicure i gioielli Montedison Burgo e Fondiaria, che hanno in portafoglio
la banca d’affari. Poi ha predisposto una battaglia legale sull’Opa
Montedison (rifiutando di convocare il Consiglio di amministrazione per il
rinnovo dei vertici). E, infine, ha predisposto le sue mosse per salvare
il diamante Generali, il fiore all’occhiello di Mediobanca. Su questo
fronte, naturalmente, le mosse sono segrete e imprevedibili.
Secondo le ipotesi circolate in Piazza Affari, Maranghi
ha persino ipotizzato, in caso di necessità, di vendere Mediobanca a
Unicredito, suo principale alleato, affidandogli l’imponente portafoglio
delle partecipazioni, per dedicarsi alle tradizionali attività di banca d’affari.
Inoltre, da qualche tempo a questa parte, le Fondazioni che posseggono
Unicredito (il principale azionista della banca di piazza Cordusio è la
Cariverona) stanno discretamente rastrellando sul mercato grossi
quantitativi di azioni del vecchio e glorioso Leone di Trieste. Fiat e
soci affonderanno il colpo? La guerra è appena cominciata.
Francesco Anfossi
Nasce Montedison, il colosso
della chimica italiana
La Montedison nasce nel 1967 dalla
fusione di Montecatini, il gruppo chimico del conte Faina, ed
Edison, società dell’energia elettrica. Nasce il maggior polo
industriale italiano, che controlla l’80 per cento della chimica.
La guida è affidata al presidente dell’Edison Giorgio Valerio. L’idea
della fusione fu di Leopoldo Pirelli, allora nel consiglio di
amministrazione Edison.
Inizia l’era del padre-padrone
Eugenio Cefis
Il presidente dell’Eni (che appartiene allo Stato) Eugenio Cefis
conquista Montedison e ne diviene di fatto il padre-padrone, con l’aiuto
del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia. Cuccia predispone un
sistema di partecipazioni incrociate che gli
permette di restare indipendente dai partiti e dal Governo.
Il tessitore all’ombra di Foro
Bonaparte
Il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia (nella foto) ha sempre
fatto ruotare gran parte delle sue strategie finanziarie intorno a
Montedison. Negli anni ’80 la diede in mano alle Grandi Famiglie,
riportandola nell’area della grande Gemina, nonostante la
maggioranza delle partecipazioni azionarie provenisse da istituti di
credito e società riconducibili allo Stato.
L’"affronto" di Mario
Schimberni
Nel 1980 Michele Sindona tenta la scalata al pacchetto azionario
privato di Montedison. Lo ferma Enrico Cuccia, che affida la guida
del gruppo a Mario Schimberni. Schimberni conduce Montedison a
scalare la Bi-Invest di Carlo Bonomi e assale Fondiaria, trovandosi
di fronte tutto il Gotha dei privati (tra cui Agnelli), che se ne
vanno sbattendo la porta.
La fusione Enimont finisce in
tragedia
Raul Gardini con alle spalle la famiglia Ferruzzi, prende il timone di
Foro Bonaparte. Nel 1988 Gardini vara la fusione con l’Eni, dando
vita a Enimont. Con l’arrivo di Tangentopoli, Enimont si rivela
essere stata la «madre di tutte le tangenti». Le vicende giudiziarie
sfociano in tragedia con il suicidio del presidente dell’Eni
Gabriele Cagliari nel carcere di San Vittore e di Gardini, a distanza
di tre giorni, nel suo appartamento di via Belgioioso, a Milano.
La stagione del risanamento
Dopo la morte di Gardini, Montedison vive il momento più cruciale
della sua storia, con un’esposizione bancaria di 16 mila miliardi.
Con Guido Rossi ed Enrico Bondi, amministratore delegato della holding
che ha riconvertito le sue attività nel settore energetico e
agro-alimentare e ha la sua nuova sede in piazzetta Bossi, guidati
dietro le quinte da Cuccia, i conti tornano in attivo. |
Segue: Il polacco che rastrellò nell'ombra
Segnala
questo articolo