L’AFFARE MONTEDISON

La scalata

di FRANCESCO ANFOSSI
   
    

  Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page

L’assalto al colosso italiano dell’energia da parte di una cordata che si muove sull’asse Torino-Parigi, capitanata dall’avvocato Agnelli, cambierà il volto del capitalismo italiano. Declina definitivamente l’era di Mediobanca, costretta a difendersi con le unghie e coi denti, a un anno dalla morte del suo "padrone" Enrico Cuccia. La guerra sotterranea tra l’Avvocato e il suo ex braccio destro Cesare Romiti.

Si è conclusa con una tregua armata la guerra finanziaria scatenata da Gianni Agnelli e i suoi alleati contro Mediobanca, il tempio ormai in declino del capitalismo finanziario. Come in ogni assedio che si rispetti, i tempi saranno molto lunghi. Ma, qualunque piega prenderanno gli eventi, una cosa è certa: a un anno dalla morte di Enrico Cuccia, il signore della Galassia Mediobanca, che per quarant’anni aveva deciso le sorti dell’economia italiana, nulla rimarrà come prima.

La settimana di passione della finanza italiana, che ha sconvolto Piazza Affari come la tromba d’aria che si è abbattuta in Val Padana, inizia lunedì 2 luglio, con la presentazione ufficiale alla Consob di un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) su Montedison, il terzo polo industriale italiano, da parte di una cordata che si muove tra Torino e Parigi.

L’Opa è come una tessera destinata a cambiare forma e struttura del domino della finanza italiana. Ne fanno parte Fiat, Edf (l’Enel francese), il gruppo Tassara del finanziere Zaleski e tre giganti bancari: Banca di Roma, San Paolo Imi e Intesa-Comit. Sono proprio gli istituti di credito, attraverso un sottile e segreto lavorio diplomatico, a congegnare la presa dell’ex colosso della chimica Montedison, riconvertito da tempo nei settori dell’energia, con grosse partecipazioni nel campo agroalimentare. I tre istituti di credito posseggono insieme il 13 per cento delle azioni di Montedison, Zaleski ha il 10 per cento. Poi c’è il gruppo Edf, che aveva rastrellato il 20 per cento della holding italiana con l’intenzione di conquistarla per fini strategici, ma che è stata "stoppata" da un decreto del Governo Amato (riconvertito anche dall’attuale Parlamento). Il rischio è infatti che in Italia si crei un duopolio con l’Enel, a tutto svantaggio della concorrenza, con la conseguente lievitazione delle bollette. Non a caso l’Opa italo-francese è al vaglio della Commissione europea.

Tabella.

Gli istituti di credito sanno che Mediobanca, che ha una partecipazione in Montedison del 15 per cento, non ha più i mezzi per controllare piazzetta Bossi. In questo piano manca giusto il tassello vincente, il volano che dovrà guidare quest’alleanza, il cavallo di Troia all’interno del quale nascondere le truppe di Edf, un nome che dia lustro e autorevolezza a tutta l’operazione. E lo trovano a Torino, dall’Avvocato. Che, alla bell’età di ottant’anni, conclude l’ennesimo affare della sua vita.

Il Lingotto cede ai francesi una società strategicamente marginale del gruppo, La Fenice, poi, d’intesa con i suoi alleati, crea una società-veicolo, Italenergia, in cui riversa le azioni Montedison della cordata e che si presenta in Borsa per l’Offerta pubblica di acquisto. Italenergia possiede il 52 per cento di Montedison. L’Opa, che cadrà a cascata anche su Edison, la controllata specializzata nel settore dell’energia, è vincente in partenza.

Ma nel mirino della Fiat (il cui titolo, la settimana scorsa, è volato) non c’è soltanto Montedison.

L’Avvocato vuole da tempo regolare i conti all’interno di Hdp, la holding che controlla settori della moda e dell’editoria (il Corriere della Sera), di cui è amministratore delegato Maurizio Romiti, figlio di Cesare. Hdp è un altro terreno di scontro tra Mediobanca e l’ex alleato Fiat. Solo una parte degli azionisti vicini a Mediobanca hanno rinnovato il patto di sindacato che governa la holding (la principale è Gemina, in mano alla famiglia Romiti, insieme con Generali, Italmobiliare, Lucchini e Bertazzoni). Gli altri (Fiat, Pirelli&C di Tronchetti Provera, Intesa e Mittel) chiedono di ridefinire i rapporti di forza.

In Hdp vige una tregua armata. Ma le voci di Piazza Affari paventano l’ennesima guerra per il controllo della società. Fiat e soci hanno chiesto da tempo a Romiti di abbandonare gli asset della moda per puntare sull’editoria. Ma Cesare e Maurizio Romiti non ne vogliono sapere. Una guerra che potrebbe arrivare alla stessa Mediobanca, l’ex banca d’affari della famiglia Agnelli, ormai in rotta di collisione con il Lingotto.

Con l’operazione Montedison, l’Avvocato si toglie anche alcuni sassolini dalla scarpa. I suoi dissapori con Cesare Romiti sono noti da tempo, fin da quando l’Olivetti, nel gennaio del 1999, lancia un’Opa gestita da Mediobanca su Telecom, di cui l’Ifil della famiglia Agnelli è azionista (chissà se l’Avvocato oggi sorride assistendo ai guai giudiziari in cui sono coinvolti Roberto Colaninno e i suoi alleati). L’ex amministratore delegato Romiti, in quell’occasione, rilascia dichiarazioni in cui approva tutta l’operazione.

Il raffreddamento tra i due prosegue in Confindustria: per la successione di Giorgio Fossa al vertice dell’associazione degli industriali il candidato della Fiat è Carlo Callieri, ma vince D’Amato, il candidato sponsorizzato, tra gli altri, da Romiti. Nel quaderno degli "sgarri" va segnalata la sostituzione al vertice del Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria, di Ernesto Auci (appoggiato e stimato da Agnelli) con Guido Gentili, gradito a Romiti.

Tutti nodi venuti al pettine con l’affare Montedison. E Mediobanca? L’amministratore delegato, il coriaceo Vincenzo Maranghi, ha intenzione di vender cara la pelle. Assistito dal suo ufficio legale e dagli advisors della Goldman Sachs, ha predisposto le sue contromosse. Paventando un attacco a piazzetta Cuccia, ha venduto in mani sicure i gioielli Montedison Burgo e Fondiaria, che hanno in portafoglio la banca d’affari. Poi ha predisposto una battaglia legale sull’Opa Montedison (rifiutando di convocare il Consiglio di amministrazione per il rinnovo dei vertici). E, infine, ha predisposto le sue mosse per salvare il diamante Generali, il fiore all’occhiello di Mediobanca. Su questo fronte, naturalmente, le mosse sono segrete e imprevedibili.

Secondo le ipotesi circolate in Piazza Affari, Maranghi ha persino ipotizzato, in caso di necessità, di vendere Mediobanca a Unicredito, suo principale alleato, affidandogli l’imponente portafoglio delle partecipazioni, per dedicarsi alle tradizionali attività di banca d’affari. Inoltre, da qualche tempo a questa parte, le Fondazioni che posseggono Unicredito (il principale azionista della banca di piazza Cordusio è la Cariverona) stanno discretamente rastrellando sul mercato grossi quantitativi di azioni del vecchio e glorioso Leone di Trieste. Fiat e soci affonderanno il colpo? La guerra è appena cominciata.

Francesco Anfossi
    

Montedison story.

Nasce Montedison, il colosso della chimica italiana
La Montedison nasce nel 1967 dalla fusione di Montecatini, il gruppo chimico del conte Faina, ed Edison, società dell’energia elettrica. Nasce il maggior polo industriale italiano, che controlla l’80 per cento della chimica. La guida è affidata al presidente dell’Edison Giorgio Valerio. L’idea della fusione fu di Leopoldo Pirelli, allora nel consiglio di amministrazione Edison.

Inizia l’era del padre-padrone Eugenio Cefis
Il presidente dell’Eni (che appartiene allo Stato) Eugenio Cefis conquista Montedison e ne diviene di fatto il padre-padrone, con l’aiuto del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia. Cuccia predispone un sistema di partecipazioni incrociate che gli permette di restare indipendente dai partiti e dal Governo.Enrico Cuccia (foto Olympia).

Il tessitore all’ombra di Foro Bonaparte
Il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia (nella foto) ha sempre fatto ruotare gran parte delle sue strategie finanziarie intorno a Montedison. Negli anni ’80 la diede in mano alle Grandi Famiglie, riportandola nell’area della grande Gemina, nonostante la maggioranza delle partecipazioni azionarie provenisse da istituti di credito e società riconducibili allo Stato.

L’"affronto" di Mario Schimberni
Nel 1980 Michele Sindona tenta la scalata al pacchetto azionario privato di Montedison. Lo ferma Enrico Cuccia, che affida la guida del gruppo a Mario Schimberni. Schimberni conduce Montedison a scalare la Bi-Invest di Carlo Bonomi e assale Fondiaria, trovandosi di fronte tutto il Gotha dei privati (tra cui Agnelli), che se ne vanno sbattendo la porta.

La fusione Enimont finisce in tragedia
Raul Gardini con alle spalle la famiglia Ferruzzi, prende il timone di Foro Bonaparte. Nel 1988 Gardini vara la fusione con l’Eni, dando vita a Enimont. Con l’arrivo di Tangentopoli, Enimont si rivela essere stata la «madre di tutte le tangenti». Le vicende giudiziarie sfociano in tragedia con il suicidio del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari nel carcere di San Vittore e di Gardini, a distanza di tre giorni, nel suo appartamento di via Belgioioso, a Milano.

La stagione del risanamento
Dopo la morte di Gardini, Montedison vive il momento più cruciale della sua storia, con un’esposizione bancaria di 16 mila miliardi. Con Guido Rossi ed Enrico Bondi, amministratore delegato della holding che ha riconvertito le sue attività nel settore energetico e agro-alimentare e ha la sua nuova sede in piazzetta Bossi, guidati dietro le quinte da Cuccia, i conti tornano in attivo.

Segue: Il polacco che rastrellò nell'ombra

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