Arrivato in Italia nell’84
come amministratore delegato di un’industria bresciana, ha dato l’assalto
alla Falck e poi a Montedison. D’intesa con Edf.
Diavolo
d’un polacco. Doveva finire nell’angolo il 30 luglio dello scorso
anno, cacciatovi da Vincenzo Maranghi, numero uno di Mediobanca, grande
regista dell’Opa Montedison su Falck, e invece, da principale quanto
"congelato" azionista della società milanese di Alberto Falck,
è diventato la miccia a doppio innesco che ha fatto prima esplodere la
polveriera di piazzetta Bossi e rischia ora di far deflagrare anche l’intera
galassia di piazzetta Cuccia.
Stiamo parlando di Romain Zaleski, sessantottenne
ingegnere minerario di origine franco-polacca, salito di recente alla
ribalta delle cronache economico-finanziarie italiane, ma per lungo tempo
avvolto da una cortina di misterioso riserbo, nonostante sia un
personaggio prestigioso, dal curriculum chilometrico, e sia pure il
59° uomo più ricco di Francia, con un patrimonio personale stimato
intorno ai 974 miliardi di lire.
Cattolico, filantropo, campione di bridge, già
collaboratore dal ’69 al ’72 del ministro dell’Industria francese
François Xavier-Ortoli e poi del presidente della Repubblica Valery
Giscard d’Estaing, con all’attivo alcune missioni in Gabon per lo
sfruttamento di miniere di manganese, il poliedrico Zaleski ha due sole,
vere, brucianti passioni: la finanza e l’energia elettrica.
Nel ping pong obbligato fra le due sponde di questa
filosofia imprenditoriale sono raccolti tutti i gradini delle scalate che
il finanziere polacco ha condotto negli ultimi anni, fino all’impresa
più recente ed eclatante: fare da "mosca cocchiera" ai francesi
di Edf (Electricité de France) per la conquista di Montedison e
del suo "gioiello elettrico" Edison. Del resto, il fratello di
Romain ha lavorato per anni nel gigante dell’energia francese: l’elettricità
e un po’ nel Dna di tutta la famiglia, così come interessi, amicizie e
sintonie risiedono in permanenza al di là delle Alpi.
Nel 1984 il vulcanico Zaleski sbarca in Italia per
diventare amministratore delegato della Carlo Tassara, una stagnante
azienda siderurgica di Breno, nel Bresciano. Il polacco s’innamora del
luogo, delle quiete valli circostanti e soprattutto mette gli occhi su una
società ex leader nell’acciaio, riconvertitasi all’energia, dai buoni
bilanci, ma incredibilmente sottostimata: appunto la Falck.
Zaleski inizia la scalata e arriva a possedere fino a
44.426.982 azioni Falck, pari al 38,51 per cento del capitale ordinario. L’intraprendenza
del raider spaventa Alberto Falck, che chiede aiuto a Mediobanca
per stoppare Zaleski. Viene così concepita l’Opa Montedison su Falck.
Zaleski resiste per un po’ e alla fine conferisce le sue azioni all’Opa,
ricavandone circa 600 miliardi di lire: una buona base per cominciare a
rastrellare titoli della società di piazzetta Bossi (all’inizio è un 6
per cento, tanto per gradire).
Il piano di Maranghi prevede, dopo il successo dell’Opa,
la fusione fra Montedison e Falck, ma l’operazione è bocciata, lo
scorso 27 febbraio, dagli azionisti, perché il valore del concambio
azionario tende a favorire sfacciatamente la famiglia Falck. L’inatteso
e imprevedibile schiaffo dato a Mediobanca fa comprendere a Zaleski che la
ricca (di partecipazioni) Montedison è scalabile.
Il finanziere continua a rastrellare titoli e il 30
aprile risulta essere il primo azionista dell’ex regina della chimica,
con il 15,14 per cento del capitale ordinario. In quegli stessi giorni di
un’apparente pigra primavera, invisibili e non dimostrabili contatti fra
Breno e Parigi rendono frenetico il mercato di Piazza Affari e addirittura
rovente il mese di maggio: il giorno 10 spunta Edf; il 21 Zaleski
vende il 5 per cento del capitale; il 23 Edf dichiara di possedere
il 20 per cento di Montedison; il 24, ricorrenza della battaglia del
Piave, il Governo dice no allo "straniero" e blocca il
monopolista francese, declassandone la partecipazione (come diritto di
voto) a un misero 2 per cento.
Il problema è ovviamente anche politico: non si può
consentire che una holding blasonata e ricca di storia come
Montedison cada in mani "straniere".
È così che entrano in gioco Giovanni Agnelli e la
Fiat. Si può dire di no ai francesi, non è possibile opporre veti all’Avvocato.
Il progetto messo a punto da Torino fa perno su Italenergia Spa, una
società con partner industriali e finanziari: la stessa Fiat (40 per
cento del capitale sociale), Edf (18), Carlo Tassara (circa il 20) e un
consorzio di banche – Roma, Intesa e San Paolo Imi – (con oltre il
20). Italenergia lancia la sua Opa su Montedison ed Edison: l’energia
italiana resta, almeno per ora, al di qua delle Alpi.
Zaleski esprime giudizi carichi di entusiasmo su
François Roussely, presidente di Edf, e sulla sua società. «Roussely è
veramente brillante», afferma il finanziere di Breno. «E Edf è potente
come un elefante, capace però di muoversi con l’agilità di una
ballerina».
Ora i riflettori illuminano le strategie industriali di
Torino, ma il grande tessitore di tutta l’operazione, abile a muoversi
nell’ombra, resta lui, il polacco con il "pallino" della
scossa elettrica.
Silvano Guidi
| E l’Avvocato, prudente, si
fermò al portone del Corrierone
«La conquista di Montedison da
parte di Agnelli e soci è un affare, almeno fin qui». L’ex
ministro dell’Industria Enrico Letta, che fece della
liberalizzazione del mercato energetico il cavallo di battaglia della
sua permanenza al dicastero di via Vittorio Veneto, non è campione di
polemiche: «Di certezza ne ho solo una», aggiunge Letta, «il vero
affare lo hanno fatto i consumatori, che debbono guardare a questa
vicenda come a una riedizione della nascita di Omnitel nei telefonini.
La concorrenza porterà nelle nostre case bollette meno care. Poi,
certo, questa vicenda cambierà la mappa del potere economico in
Italia, ma questo è normale».
Il Governo Berlusconi è stato a
guardare, come già D’Alema durante la scalata alla Telecom. Ma
anche l’opposizione non ha alzato scudi contro Agnelli e i suoi
alleati lanciati alla conquista di Montedison: Agnelli rientra sulla
scena ridimensionando l’influenza di Cesare Romiti e di Mediobanca,
che appoggiarono l’elezione di D’Amato al vertice di Confindustria.
Romiti e D’Amato hanno sostenuto Berlusconi. Quel che non si è
detto abbastanza è che Agnelli ha conquistato Montedison in compagnia
del presidente di Banca Intesa Bazoli e con l’accordo di Falck,
esponenti di spicco dell’area industriale e finanziaria cattolica,
vicini al Centrosinistra. E infine: l’assalto si è fermato sotto i
portoni del Corriere della Sera, che rimane di Romiti e
Mediobanca, per ora. Varcare quella soglia, forse, avrebbe significato
la fine della neutralità del Governo. Ma Agnelli non esagera mai.
Guglielmo Nardocci |