Ritratto di Romain Zaleski, l’uomo che è stato all’origine dell’Opa

Il polacco che rastrellò nell’ombra

   di SILVANO GUIDI
  

   Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page

Arrivato in Italia nell’84 come amministratore delegato di un’industria bresciana, ha dato l’assalto alla Falck e poi a Montedison. D’intesa con Edf.

Diavolo d’un polacco. Doveva finire nell’angolo il 30 luglio dello scorso anno, cacciatovi da Vincenzo Maranghi, numero uno di Mediobanca, grande regista dell’Opa Montedison su Falck, e invece, da principale quanto "congelato" azionista della società milanese di Alberto Falck, è diventato la miccia a doppio innesco che ha fatto prima esplodere la polveriera di piazzetta Bossi e rischia ora di far deflagrare anche l’intera galassia di piazzetta Cuccia.

Stiamo parlando di Romain Zaleski, sessantottenne ingegnere minerario di origine franco-polacca, salito di recente alla ribalta delle cronache economico-finanziarie italiane, ma per lungo tempo avvolto da una cortina di misterioso riserbo, nonostante sia un personaggio prestigioso, dal curriculum chilometrico, e sia pure il 59° uomo più ricco di Francia, con un patrimonio personale stimato intorno ai 974 miliardi di lire.

Cattolico, filantropo, campione di bridge, già collaboratore dal ’69 al ’72 del ministro dell’Industria francese François Xavier-Ortoli e poi del presidente della Repubblica Valery Giscard d’Estaing, con all’attivo alcune missioni in Gabon per lo sfruttamento di miniere di manganese, il poliedrico Zaleski ha due sole, vere, brucianti passioni: la finanza e l’energia elettrica.

Nel ping pong obbligato fra le due sponde di questa filosofia imprenditoriale sono raccolti tutti i gradini delle scalate che il finanziere polacco ha condotto negli ultimi anni, fino all’impresa più recente ed eclatante: fare da "mosca cocchiera" ai francesi di Edf (Electricité de France) per la conquista di Montedison e del suo "gioiello elettrico" Edison. Del resto, il fratello di Romain ha lavorato per anni nel gigante dell’energia francese: l’elettricità e un po’ nel Dna di tutta la famiglia, così come interessi, amicizie e sintonie risiedono in permanenza al di là delle Alpi.

Nel 1984 il vulcanico Zaleski sbarca in Italia per diventare amministratore delegato della Carlo Tassara, una stagnante azienda siderurgica di Breno, nel Bresciano. Il polacco s’innamora del luogo, delle quiete valli circostanti e soprattutto mette gli occhi su una società ex leader nell’acciaio, riconvertitasi all’energia, dai buoni bilanci, ma incredibilmente sottostimata: appunto la Falck.

Zaleski inizia la scalata e arriva a possedere fino a 44.426.982 azioni Falck, pari al 38,51 per cento del capitale ordinario. L’intraprendenza del raider spaventa Alberto Falck, che chiede aiuto a Mediobanca per stoppare Zaleski. Viene così concepita l’Opa Montedison su Falck. Zaleski resiste per un po’ e alla fine conferisce le sue azioni all’Opa, ricavandone circa 600 miliardi di lire: una buona base per cominciare a rastrellare titoli della società di piazzetta Bossi (all’inizio è un 6 per cento, tanto per gradire).

Il piano di Maranghi prevede, dopo il successo dell’Opa, la fusione fra Montedison e Falck, ma l’operazione è bocciata, lo scorso 27 febbraio, dagli azionisti, perché il valore del concambio azionario tende a favorire sfacciatamente la famiglia Falck. L’inatteso e imprevedibile schiaffo dato a Mediobanca fa comprendere a Zaleski che la ricca (di partecipazioni) Montedison è scalabile.

Il finanziere continua a rastrellare titoli e il 30 aprile risulta essere il primo azionista dell’ex regina della chimica, con il 15,14 per cento del capitale ordinario. In quegli stessi giorni di un’apparente pigra primavera, invisibili e non dimostrabili contatti fra Breno e Parigi rendono frenetico il mercato di Piazza Affari e addirittura rovente il mese di maggio: il giorno 10 spunta Edf; il 21 Zaleski vende il 5 per cento del capitale; il 23 Edf dichiara di possedere il 20 per cento di Montedison; il 24, ricorrenza della battaglia del Piave, il Governo dice no allo "straniero" e blocca il monopolista francese, declassandone la partecipazione (come diritto di voto) a un misero 2 per cento.

Il problema è ovviamente anche politico: non si può consentire che una holding blasonata e ricca di storia come Montedison cada in mani "straniere".

È così che entrano in gioco Giovanni Agnelli e la Fiat. Si può dire di no ai francesi, non è possibile opporre veti all’Avvocato. Il progetto messo a punto da Torino fa perno su Italenergia Spa, una società con partner industriali e finanziari: la stessa Fiat (40 per cento del capitale sociale), Edf (18), Carlo Tassara (circa il 20) e un consorzio di banche – Roma, Intesa e San Paolo Imi – (con oltre il 20). Italenergia lancia la sua Opa su Montedison ed Edison: l’energia italiana resta, almeno per ora, al di qua delle Alpi.

Zaleski esprime giudizi carichi di entusiasmo su François Roussely, presidente di Edf, e sulla sua società. «Roussely è veramente brillante», afferma il finanziere di Breno. «E Edf è potente come un elefante, capace però di muoversi con l’agilità di una ballerina».

Ora i riflettori illuminano le strategie industriali di Torino, ma il grande tessitore di tutta l’operazione, abile a muoversi nell’ombra, resta lui, il polacco con il "pallino" della scossa elettrica.

Silvano Guidi

 

E l’Avvocato, prudente, si fermò al portone del Corrierone

«La conquista di Montedison da parte di Agnelli e soci è un affare, almeno fin qui». L’ex ministro dell’Industria Enrico Letta, che fece della liberalizzazione del mercato energetico il cavallo di battaglia della sua permanenza al dicastero di via Vittorio Veneto, non è campione di polemiche: «Di certezza ne ho solo una», aggiunge Letta, «il vero affare lo hanno fatto i consumatori, che debbono guardare a questa vicenda come a una riedizione della nascita di Omnitel nei telefonini. La concorrenza porterà nelle nostre case bollette meno care. Poi, certo, questa vicenda cambierà la mappa del potere economico in Italia, ma questo è normale».

Il Governo Berlusconi è stato a guardare, come già D’Alema durante la scalata alla Telecom. Ma anche l’opposizione non ha alzato scudi contro Agnelli e i suoi alleati lanciati alla conquista di Montedison: Agnelli rientra sulla scena ridimensionando l’influenza di Cesare Romiti e di Mediobanca, che appoggiarono l’elezione di D’Amato al vertice di Confindustria. Romiti e D’Amato hanno sostenuto Berlusconi. Quel che non si è detto abbastanza è che Agnelli ha conquistato Montedison in compagnia del presidente di Banca Intesa Bazoli e con l’accordo di Falck, esponenti di spicco dell’area industriale e finanziaria cattolica, vicini al Centrosinistra. E infine: l’assalto si è fermato sotto i portoni del Corriere della Sera, che rimane di Romiti e Mediobanca, per ora. Varcare quella soglia, forse, avrebbe significato la fine della neutralità del Governo. Ma Agnelli non esagera mai.

Guglielmo Nardocci

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