POLITICA - La nuova alleanza di Centrosinistra si avvia a divenire un partito

Chi annaffia la MARGHERITA

   di GUGLIELMO NARDOCCI
  

   Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page

I giovani leoni della formazione di Rutelli, confortati dal buon successo elettorale, mordono il freno: «È ora di creare un partito unico e unito sulla base delle mete che ci prefiggiamo, non sulle origini da cui veniamo».

In politica si ammirano la generosità, il coraggio, la fantasia, ma si rispettano solo i voti. Il 13 maggio la Margherita è uscita dalle urne con 5 milioni e mezzo di voti, a un’incollatura dalla sinistra diessina. Da quel momento la variegata truppa di Francesco Rutelli è balzata agli onori della cronaca riverita e rispettata. In questo fine settimana, incoraggiata dal successo elettorale, la nuova formazione composta dai Popolari, dai Democratici, dagli amici di Mastella e Dini prova a diventare un partito. L’intento è quello di integrare le tradizioni del cattolicesimo democratico e della liberal democrazia. Non sarà facile, perché le vecchie nomenclature dei partiti che stanno dando vita alla nuova formazione resistono, come è ovvio, poiché ognuno dovrà gradualmente sciogliersi nella nuova formazione, perdendo posizioni faticosamente acquisite nel passato, rinunciando a qualcosa; ma anche perché una classe dirigente più giovane e più moderna spinge per fare in fretta e, soprattutto, per assumere personalmente le leve di comando. Anche sulle cose concrete non sarà agevole mettere d’accordo punti di vista spesso distanti, ma Francesco Rutelli ha promesso che il nuovo partito non navigherà alla cieca fra i marosi, non si trincererà dietro la libertà di coscienza su temi come la bioetica, le biotecnologie, le manipolazioni genetiche. Insomma, se sono margherite fioriranno, Diessini permettendo, che su molti di questi temi hanno posizioni molto distanti dai cugini dell’Ulivo.

 

Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Gianclaudio Bressa, Cinzia Dato, Lapo Pistelli, Dario Franceschini, Pino Pisicchio sono giovani, hanno volti presentabili, non sono nati durante la guerra e adoperano Internet come i vecchi usavano la penna. Li chiamano i giovani leoni della Margherita.

Non saranno proprio baby boomers (furono chiamati così i quarantenni colti e in carriera che presero il potere in America e che portarono al successo Clinton, svecchiando tutto il Paese), ma un’idea chiara in testa ce l’hanno: prendere in mano le leve di comando, liberarsi degli ultimi impacci ideologici e, soprattutto, battere sulla modernizzazione, facendo apparire vecchi tutti gli altri, compresi gli alleati Diessini, dai quali si sono distinti votando diversamente la scorsa settimana sui contratti di lavoro a termine.

«Non c’è dubbio che per cogliere questi obiettivi», spiega Gentiloni, «c’è bisogno di una classe dirigente nuova. Dico nuova, non necessariamente giovane: il più entusiasta sostenitore della necessità di trasformare la Margherita in un partito unico e coeso è l’ultraottantenne Antonio Maccanico. D’altro canto, alle ultime elezioni sono arrivati tutti quei voti perché la gente è stata colpita da quella forza trascinante che è stato Rutelli, un leader giovane e innovatore».

«Rutelli ha fatto sembrare Berlusconi un vecchio e la sua proposta politica ancora di più», aggiunge Enrico Letta, poco più che trentenne e due esperienze di ministro alle spalle, «la rimonta elettorale delle ultime settimane si spiega solo così, loro hanno vinto con Rauti e la Lega, noi senza Bertinotti e Di Pietro siamo giunti a poca distanza. Adesso, la nostra scommessa è quella di trasformare il cartello elettorale in un partito, come peraltro ci chiedono i nostri elettori, che sono molto più avanti dei gruppi dirigenti ancora impantanati nelle identità del passato».

Pierluigi Castagnetti, segretario dei Popolari.
Pierluigi Castagnetti, segretario dei Popolari ( foto G. Giuliani).

«Se un partito nuovo nasce senza lotta, dibattiti e contraddizioni, non c’è gusto», sorride Gentiloni, «la direzione giusta è quella di un partito solo». «Uno scontro fra noi e i gruppi dirigenti del passato», spiega Gianclaudio Bressa, «è nelle cose; noi adoperiamo Internet, loro la penna, e non mi si venga a dire che questa è una differenza da poco. Certo, non si tratta di fare bagni di sangue generazionali, ma senza un’idea moderna di quel che vogliamo fare per il nostro Paese, né la Margherita né i Democratici di sinistra né, tanto meno, l’Ulivo riusciranno a capire i bisogni della gente e riconquistare il Governo».

«Io capisco, ad esempio», osserva Cinzia Dato, «che un uomo politicamente importante come De Mita possa essere così prudente e frenare il processo di scioglimento dei vecchi partiti che hanno dato vita alla Margherita, mica è una cosa da poco! Si tratta di mettere insieme persone con origini e culture diverse, ma in definitiva», aggiunge sorridendo, «prenderei queste prudenze in modo discorsivo, senza farne un dramma».

La senatrice Dato, per esempio, non proviene dal cattolicesimo democratico, uno dei grandi filoni culturali portanti del nuovo partito: «Ma per me non è un problema, spiega, «noi ci siamo incontrati per definire un’identità riformista moderna, che nasce dalla fusione di culture nobili come quella cristiana e liberale: questa identità riformista si definisce sulle cose da fare, non sulle appartenenze del passato. E gli elettori ci hanno dato ragione».

«Io dico sempre che le bio-diversità arricchiscono gli ecosistemi», scherza Gentiloni, «e questa della Margherita è una contaminazione di successo, piace anche perché noi abbiamo scommesso sulla possibilità di accomunare le destinazioni, non le origini».

«Credo che le perplessità spariranno in pochi mesi», puntualizza Letta, «questo nuovo partito si misurerà sempre più sulle battaglie reali e sui temi complessi della società moderna; l’immigrazione, il governo dell’economia, la globalizzazione, la qualità della vita, le biotecnologie, la genetica. Di fronte a questi problemi bisogna avere idee e progetti, non chiacchiere sulla grandezza del passato».

Ma le idee spesso dividono dagli alleati Diessini, come è capitato nel voto sui contratti a termine e sul problema della privatizzazione della Rai: «I Ds stanno discutendo del loro futuro», sintetizza Bressa, «e mi pare che ci sia una ricchezza di posizioni utile quando dovremo definire una strategia comune». «Il voto sui contratti a termine, dice Gentiloni, «non è il solo esempio di differenziazione. Nel sistema maggioritario capita: a noi e ai nostri avversari». «E comunque», conclude Letta, «non potremo far valere una leadership riformista dentro l’Ulivo, se la Margherita non sarà un partito solo e unito».

Guglielmo Nardocci
   

Ma la vecchia tigre ruggisce ancora

Ciriaco De Mita è l’unico dei grandi vecchi del passato che invece di spedire in Parlamento figli, generi o nipoti preferisce ruggire di persona, forte di un talento politico che, a detta di amici e nemici, resta sempre di grande livello. Il presidente del Censis Giuseppe De Rita arriva anzi a dire che «se ci fu politica con la "P" maiuscola negli Ottanta, lo si deve a De Mita», che fra l’altro fu anche colui che valorizzò Romano Prodi, avendone in cambio una considerazione assai scarsa, soprattutto negli anni più recenti.

L’anziano statista, fra i leader storici ex democristiani e ora Popolari, è fra quelli che da sempre oppone maggiori resistenze alla trasformazione della Margherita in un partito unico. O, perlomeno, è fra coloro che contesta l’eccessiva fretta che molti hanno.

L’"Avvocato", ovviamente quello di Torino, lo definì "intellettuale della Magna Grecia" un po’ con ironia e un po’ per sottolineare l’assoluta dedizione al ragionamento dell’uomo politico irpino. Il deputato della Margherita Gianclaudio Bressa sostiene peraltro che «il ragionamento politico di Ciriaco De Mita è sempre al di sopra di ogni altro ma», aggiunge con un pizzico di polemica, «resta senza sbocchi utili, perché l’uomo ragiona ormai solo con sé stesso, senza relazionarsi con gli altri».

Resta da vedere se il ragionamento si è appannato oppure ha ragione lui. Castagnetti, segretario dei Popolari, ha chiesto a De Mita di far parte, con Franco Marini, della triade che sta guidando la transizione verso la Margherita, sperando come sempre che marciando con uno sguardo avanti e uno all’indietro il processo di unificazione con gli altri partiti della Margherita proceda spedito, ma soprattutto senza perdite. L’ex segretario dei Popolari Marini invece, che fu il campione dell’identità del Ppi e si scontrò duramente con Prodi per mantenere un tale tesoro, ora è fra i sostenitori più accesi della Margherita. «Così acceso», commenta Letta, «che mi preoccupa».

g.n.

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