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I giovani leoni della
formazione di Rutelli, confortati dal buon successo elettorale, mordono il
freno: «È ora di creare un partito unico e unito sulla base delle mete
che ci prefiggiamo, non sulle origini da cui veniamo».
| In politica si ammirano la
generosità, il coraggio, la fantasia, ma si rispettano solo i
voti.
Il 13 maggio la Margherita è uscita dalle
urne con 5 milioni e mezzo di voti, a un’incollatura dalla sinistra
diessina. Da quel momento la variegata truppa di Francesco Rutelli è
balzata agli onori della cronaca riverita e rispettata. In questo fine
settimana, incoraggiata dal successo elettorale, la nuova formazione
composta dai Popolari, dai Democratici, dagli amici di Mastella e Dini
prova a diventare un partito. L’intento è quello di integrare le
tradizioni del cattolicesimo democratico e della liberal democrazia. Non
sarà facile, perché le vecchie nomenclature dei partiti che stanno dando
vita alla nuova formazione resistono, come è ovvio, poiché ognuno dovrà
gradualmente sciogliersi nella nuova formazione, perdendo posizioni
faticosamente acquisite nel passato, rinunciando a qualcosa; ma anche
perché una classe dirigente più giovane e più moderna spinge per fare
in fretta e, soprattutto, per assumere personalmente le leve di comando.
Anche sulle cose concrete non sarà agevole mettere d’accordo punti di
vista spesso distanti, ma Francesco Rutelli ha promesso che il nuovo
partito non navigherà alla cieca fra i marosi, non si trincererà dietro
la libertà di coscienza su temi come la bioetica, le biotecnologie, le
manipolazioni genetiche. Insomma, se sono margherite fioriranno, Diessini
permettendo, che su molti di questi temi hanno posizioni molto distanti
dai cugini dell’Ulivo.
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E nrico
Letta, Paolo Gentiloni, Gianclaudio Bressa, Cinzia Dato, Lapo Pistelli,
Dario Franceschini, Pino Pisicchio sono giovani, hanno volti presentabili,
non sono nati durante la guerra e adoperano Internet come i vecchi usavano
la penna. Li chiamano i giovani leoni della Margherita.
Non saranno proprio baby boomers (furono chiamati
così i quarantenni colti e in carriera che presero il potere in America e
che portarono al successo Clinton, svecchiando tutto il Paese), ma un’idea
chiara in testa ce l’hanno: prendere in mano le leve di comando,
liberarsi degli ultimi impacci ideologici e, soprattutto, battere sulla
modernizzazione, facendo apparire vecchi tutti gli altri, compresi gli
alleati Diessini, dai quali si sono distinti votando diversamente la
scorsa settimana sui contratti di lavoro a termine.
«Non c’è dubbio che per cogliere questi obiettivi»,
spiega Gentiloni, «c’è bisogno di una classe dirigente nuova. Dico
nuova, non necessariamente giovane: il più entusiasta sostenitore della
necessità di trasformare la Margherita in un partito unico e coeso è l’ultraottantenne
Antonio Maccanico. D’altro canto, alle ultime elezioni sono arrivati
tutti quei voti perché la gente è stata colpita da quella forza
trascinante che è stato Rutelli, un leader giovane e innovatore».
«Rutelli ha fatto sembrare Berlusconi un vecchio e la
sua proposta politica ancora di più», aggiunge Enrico Letta, poco più
che trentenne e due esperienze di ministro alle spalle, «la rimonta
elettorale delle ultime settimane si spiega solo così, loro hanno vinto
con Rauti e la Lega, noi senza Bertinotti e Di Pietro siamo giunti a poca
distanza. Adesso, la nostra scommessa è quella di trasformare il cartello
elettorale in un partito, come peraltro ci chiedono i nostri elettori, che
sono molto più avanti dei gruppi dirigenti ancora impantanati nelle
identità del passato».

Pierluigi Castagnetti, segretario
dei Popolari ( foto G. Giuliani).
«Se un partito nuovo nasce senza lotta, dibattiti e
contraddizioni, non c’è gusto», sorride Gentiloni, «la direzione
giusta è quella di un partito solo». «Uno scontro fra noi e i gruppi
dirigenti del passato», spiega Gianclaudio Bressa, «è nelle cose; noi
adoperiamo Internet, loro la penna, e non mi si venga a dire che questa è
una differenza da poco. Certo, non si tratta di fare bagni di sangue
generazionali, ma senza un’idea moderna di quel che vogliamo fare per il
nostro Paese, né la Margherita né i Democratici di sinistra né, tanto
meno, l’Ulivo riusciranno a capire i bisogni della gente e riconquistare
il Governo».
«Io capisco, ad esempio», osserva Cinzia Dato, «che
un uomo politicamente importante come De Mita possa essere così prudente
e frenare il processo di scioglimento dei vecchi partiti che hanno dato
vita alla Margherita, mica è una cosa da poco! Si tratta di mettere
insieme persone con origini e culture diverse, ma in definitiva»,
aggiunge sorridendo, «prenderei queste prudenze in modo discorsivo, senza
farne un dramma».
La senatrice Dato, per esempio, non proviene dal
cattolicesimo democratico, uno dei grandi filoni culturali portanti del
nuovo partito: «Ma per me non è un problema, spiega, «noi ci siamo
incontrati per definire un’identità riformista moderna, che nasce dalla
fusione di culture nobili come quella cristiana e liberale: questa
identità riformista si definisce sulle cose da fare, non sulle
appartenenze del passato. E gli elettori ci hanno dato ragione».
«Io dico sempre che le bio-diversità arricchiscono gli
ecosistemi», scherza Gentiloni, «e questa della Margherita è una
contaminazione di successo, piace anche perché noi abbiamo scommesso
sulla possibilità di accomunare le destinazioni, non le origini».
«Credo che le perplessità spariranno in pochi mesi»,
puntualizza Letta, «questo nuovo partito si misurerà sempre più sulle
battaglie reali e sui temi complessi della società moderna; l’immigrazione,
il governo dell’economia, la globalizzazione, la qualità della vita, le
biotecnologie, la genetica. Di fronte a questi problemi bisogna avere idee
e progetti, non chiacchiere sulla grandezza del passato».
Ma le idee spesso dividono dagli alleati Diessini, come
è capitato nel voto sui contratti a termine e sul problema della
privatizzazione della Rai: «I Ds stanno discutendo del loro futuro»,
sintetizza Bressa, «e mi pare che ci sia una ricchezza di posizioni utile
quando dovremo definire una strategia comune». «Il voto sui contratti a
termine, dice Gentiloni, «non è il solo esempio di differenziazione. Nel
sistema maggioritario capita: a noi e ai nostri avversari». «E comunque»,
conclude Letta, «non potremo far valere una leadership riformista
dentro l’Ulivo, se la Margherita non sarà un partito solo e unito».
Guglielmo Nardocci
| Ma la vecchia tigre ruggisce
ancora
Ciriaco De Mita è l’unico
dei grandi vecchi del passato che invece di spedire in Parlamento
figli, generi o nipoti preferisce ruggire di persona, forte di un
talento politico che, a detta di amici e nemici, resta sempre di
grande livello. Il presidente del Censis Giuseppe De Rita arriva
anzi a dire che «se ci fu politica con la "P" maiuscola
negli Ottanta, lo si deve a De Mita», che fra l’altro fu anche
colui che valorizzò Romano Prodi, avendone in cambio una
considerazione assai scarsa, soprattutto negli anni più recenti.
L’anziano statista, fra i leader
storici ex democristiani e ora Popolari, è fra quelli che da sempre
oppone maggiori resistenze alla trasformazione della Margherita in
un partito unico. O, perlomeno, è fra coloro che contesta l’eccessiva
fretta che molti hanno.
L’"Avvocato",
ovviamente quello di Torino, lo definì "intellettuale della
Magna Grecia" un po’ con ironia e un po’ per sottolineare l’assoluta
dedizione al ragionamento dell’uomo politico irpino. Il deputato
della Margherita Gianclaudio Bressa sostiene peraltro che «il
ragionamento politico di Ciriaco De Mita è sempre al di sopra di
ogni altro ma», aggiunge con un pizzico di polemica, «resta senza
sbocchi utili, perché l’uomo ragiona ormai solo con sé stesso,
senza relazionarsi con gli altri».
Resta da vedere se il
ragionamento si è appannato oppure ha ragione lui. Castagnetti,
segretario dei Popolari, ha chiesto a De Mita di far parte, con
Franco Marini, della triade che sta guidando la transizione verso la
Margherita, sperando come sempre che marciando con uno sguardo
avanti e uno all’indietro il processo di unificazione con gli
altri partiti della Margherita proceda spedito, ma soprattutto senza
perdite. L’ex segretario dei Popolari Marini invece, che fu il
campione dell’identità del Ppi e si scontrò duramente con Prodi
per mantenere un tale tesoro, ora è fra i sostenitori più accesi
della Margherita. «Così acceso», commenta Letta, «che mi
preoccupa».
g.n. |
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