ALLA VIGILIA DEL G8 - LETTERA DI QUATTRO RAGAZZI DEL BURUNDI AI GRANDI RIUNITI A GENOVA

«Cari potenti, ridateci il futuro»

  

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La fame, le malattie, le armi, l’inquinamento. Quattro giovani operatori di un centro missionario scrivono ai leader della Terra. «La nostra gente muore e la colpa è anche vostra. Siete sicuri che non si possa avere un mondo giusto e pulito? Per tutti, noi compresi».

Il programma dei lavori

Il primo vertice fu a Rambouillet, vicino a Parigi, nel novembre 1975. Allora i partecipanti furono sei: Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Italia. La crisi petrolifera fibrillizzava le economie, le classi dirigenti e le società dei Paesi più industrializzati. I capi di Stato o di Governo decisero che era bene incontrarsi una volta l’anno per analizzare i problemi più importanti. L’anno dopo, a San Juan di Puerto Rico, si aggiunse il Canada.

La Comunità europea divenne ospite fissa a partire dal vertice di Londra del 1977. La Russia arrivò al vertice di Napoli (1994): per vedere riconosciuta la sua piena partecipazione fu però costretta ad aspettare il vertice di Birmingham (1998) e ancora adesso, a dire il vero, non è coinvolta nelle discussioni di carattere finanziario. Dunque il G8 è in realtà un G7-G8. I vertici hanno più volte affrontato questioni di macroeconomia, relative al commercio internazionale e alle relazioni con i Paesi in via di sviluppo; i rapporti economici Est-Ovest, l’energia e il terrorismo sono stati più volte oggetto di dibattito. L’agenda del G7-G8 si è estesa via via in modo considerevole, includendo molti altri capitoli, come l’occupazione e le reti d’informazione, l’ambiente, il crimine e la droga, il rispetto dei diritti umani, il controllo degli armamenti. La presidenza spetta ogni anno, a turno, a ciascun Paese membro. Nel 2000 toccò al Giappone, quest’anno è la volta dell’Italia. Il 2002 sarà l’anno del Canada. Il nostro Paese si presenta al summit di Genova (20-22 luglio) con un articolato documento base (Beyond debt relief, "Oltre la riduzione del debito"), la cui versione integrale, in inglese, è ospitata nel sito ufficiale della Farnesina, www.esteri.it. Il testo illustra una strategia complessiva per combattere la povertà attraverso misure che, integrando l’iniziativa per la cancellazione del debito estero dei Paesi più poveri, favorisca l’apertura dei mercati internazionali, la mobilitazione delle risorse necessarie per combattere il flagello dell’Aids e delle altre malattie endemiche che minacciano l’umanità, a sostegno del Fondo proposto a tal fine dal segretario generale delle Nazioni Unite, e la promozione di uno sviluppo sostenibile, cominciando dall’istruzione (dal 2015, si legge, tutti gli abitanti della Terra dovrebbero essere messi in grado di frequentare le elementari). In particolare, l’Italia chiede che «i Paesi industrializzati liberalizzino l’accesso ai loro mercati per i prodotti che arrivano dai Paesi in via di sviluppo». La nostra diplomazia punta sul rilancio dei negoziati all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), a partire già dalla prossima Conferenza ministeriale prevista a Doha, in Qatar, dal 9 al 13 novembre prossimi. A Genova, frutto degli incontri dei ministri dell’Ambiente del G8 (Trieste, 2-4 marzo) e dei ministri degli Esteri (Roma, 18-19 luglio) si discuterà inoltre di tutela ambientale (le posizioni sono divergenti) e di prevenzione dei conflitti. Ricca anche l’agenda del contro-vertice. Dal 16 al 19 luglio, il Genoa social forum (Gsf) promuove un Public forum sui problemi affrontati dal G8; il 19, 20 e 21 tre grandi manifestazioni. Per ulteriori informazioni, si può contattare il sito www.genoa-g8.org.

Alberto Chiara


Kamenge (Bujumbura)

Cari amici,
                      vi scriviamo per ricordarvi che esiste un altro modo di vedere la globalizzazione. Noi siamo giovani burundesi che vivono una situazione delicata, come molti altri giovani di questo mondo.

Dal nostro punto di vista, il mondo è diventato un luogo nel quale i più ricchi condividono le loro ricchezze tra di loro e i più poveri continuano ad agonizzare, facendosi sfruttare dai più ricchi. E questo a livello politico, economico, sanitario, ambientale, eccetera.

Durante l’epoca coloniale, le potenze del mondo hanno studiato le terre africane al fine di valutarne la ricchezza in materie prime. Ancora oggi questi territori sono frugati da cima a fondo o piuttosto, dovremmo dire, sono saccheggiati in modo da far riempire dei biglietti di banca che profittano le tasche di coloro che ne hanno già in misura sfrenata e a spese di tutto un continente. I prodotti manufatti ritornano in Africa a un prezzo esorbitante. E quando la voglia di sviluppare l’Africa vi spinge a costruire fabbriche sul posto, voi inviate i vostri cervelli che costeranno alle fabbriche, in un solo mese, il salario di tutto il personale. C’è da credere che l'Africa non abbia dei grandi cervelli!

Ma allora, a questo punto, la domanda che ci poniamo è quella di sapere perché i nostri eminenti ricercatori, ingegneri e professori sono tutti da voi. La risposta è davvero molto semplice.

Come sapete, tanti di noi sognano di fuggire dai nostri Paesi per andare in Occidente. Ecco quindi che si assiste alla fuga dei cervelli e delle persone motivate e di buona volontà. Ma anche per voi c’è un problema: avete difficoltà a gestire l’immigrazione ed è certo che un equilibrio nella divisione delle ricchezze del mondo arresterebbe questi flussi immigratori.

(foto AP).
(foto AP).

Siate anche coscienti del fatto che tendete a utilizzare la nostra mano d’opera a così buon mercato per fare profitti, senza lasciarci alcuna opportunità di consumare questi stessi prodotti, perché il nostro potere d’acquisto è debole. Il fatto è che l’altruismo che la mondializzazione sembra vantare prende una direzione ben precisa, quando invece l’interesse per l’umanità dovrebbe vestirsi di ogni colore, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Non abbiate paura: il mondo è così ricco di risorse che, con un buon uso, ci sarebbe da ingozzarsi, tutti.

In materia di salute, la vostra politica sembra essere ben definita, quando invece nei Paesi in via di sviluppo moriamo ancora oggi di malattie che per voi sono benigne. Perché non aiutare coloro che ci dirigono a elaborare una politica sanitaria senza barriere, in modo che le nostre popolazioni possano godere un po’ di ciò che il mondo può portare loro? Sarebbe giusto poter dire che non c’è più nessuno al mondo che muore di malaria, tubercolosi, malnutrizione... Proprio come questo non succede più nei vostri Paesi da molto tempo.

Un altro elemento che provoca in noi uno shock è il fatto che ci sia una moltitudine di incontri sulla lotta contro l’Aids e che, intanto, questa malattia continui a decimare i Paesi del Sud, specialmente l’Africa. Quanti da noi muoiono di Aids per il fatto che non hanno accesso né ai mezzi di prevenzione, né all’informazione? E non parliamo del fatto che gli africani non hanno praticamente accesso alle cure, perché costano un occhio della testa. Voi ci vedete forse come dei vicini, in realtà lontani, sommersi dal flagello, ma ricordatevi che il mondo gira, le persone s’incontrano, viaggiano. E allora perché non costruire un mondo di gioia per tutti?

Voi producete, noi siamo inquinati

L’inquinamento preoccupa il mondo intero; anche nei Paesi in via di sviluppo abbiamo capito che, quando si produce una catastrofe naturale, la causa non è da imputare agli dèi. No, questi dèi non sono di lassù, sono esseri umani in carne e ossa, i più potenti del mondo. Purtroppo, le conseguenze di queste azioni non colpiscono solo i responsabili, le catastrofi raggiungono milioni d’innocenti mozambicani, nicaraguensi, cinesi..., ed è rivoltante vedere che la globalizzazione delle disgrazie prevale sul benessere del mondo.

L’interesse dei vostri Paesi sembra imporsi alla faccia del mondo, mentre il veleno proviene dalle vostre fabbriche. È difficile per noi comprendere questa ostinazione suicida.

Oggi nel mondo, soprattutto nel Terzo, la guerra infuria grazie alle armi fabbricate dai Paesi industrializzati. Nel nostro Paese è più facile procurarsi un’arma che cibo. Abbiamo subìto un embargo di due anni che ha indebolito tutta l’economia del Paese, basata sull’agricoltura e l’allevamento. Ma le armi non hanno mai smesso di circolare. Non c’entrate proprio per niente?

Poi ci sono le Cooperazioni esistenti tra i vostri Paesi e i nostri: abbiamo l’impressione che il denaro, che dovrebbe essere consacrato a progetti di sviluppo per il nostro Paese, sia invece utilizzato, qui, in gran parte da persone che lo gestiscono in modo poco efficace.

La diversità è ricchezza, non fonte di divisione

Per esempio, si spendono molti soldi per organizzare seminari di formazione di cui beneficiano solo pochissimi. E questo mentre noi, giovani burundesi, avremmo molte idee e vorremmo prendere iniziative diverse, che richiedono un sostegno minimo, che nessuno ci vuole accordare.

Ci sembra, infine, che a volte l’Africa sia per voi un territorio di caccia nel quale divertirsi. Preferiamo non essere considerati come gli abitanti di un luogo di divertimento, ma come gli abitanti di un luogo di vita, nel quale le persone lavorano, si amano, si realizzano, crescono. Se non si è capaci di creare e di conservare legami tra i più forti e i più deboli, si assisterà ancora una volta alla fine di un impero. La diversità è una ricchezza, non una fonte di divisione e di lotta.

Cari signori e signore, voi avete il potere di cambiare molte cose. Però ci sono altri modi di dirigere il mondo, piuttosto che distruggerlo. Come si fa? Soccorrendo altri esseri umani che non hanno la fortuna di essere nati ricchi come voi.

Jérôme Ninteretse, 24 anni
Jacques Maheshe, 25
Ismaël Gatabazi, 23
Egide Ngendakuriyo, 24
(I quattro autori della lettera sono animatori del Centro giovanile di Kamenge, guidato da padre Claudio Marano, missionario saveriano)

 

Rigoberta Menchú: «Ricordatevi dei popoli indigeni»

Rigoberta Menchú, guatemalteca di etnia maya, premio Nobel della pace nel 1992, lancia un appello al G8 di Genova: «Occupatevi dei popoli indigeni, affinché non si ripetano ai loro danni i genocidi avvenuti nel passato e che ancora accadono in molti Paesi».

  • Quali sono gli effetti della globalizzazione per i popoli indigeni?

«Crescente perdita delle loro terre e rischi mortali per le loro culture. Vedo questi effetti non soltanto in Guatemala, ma anche in altre zone del continente americano. Penso, ad esempio, al Chiapas, Sud del Messico, una delle più grandi regioni maya, ricca di petrolio e di altre materie prime. Queste ricchezze stanno sotto le colline e i boschi che costituiscono l’habitat di popoli abituati da secoli a un rapporto armonioso con la natura. Se si realizzano i progetti di sfruttamento lanciati dai Governi locali, come il "Piano Puebla-Panamá" del presidente messicano Vicente Fox, i villaggi indigeni, con i loro templi, le loro chiese, la loro secolare cultura, sono destinati a sparire. È giusto che muoiano antiche civiltà a vantaggio dei crescenti profitti economici delle multinazionali?».

  • Lei quali alternative propone?

«Noi rappresentanti dei popoli indigeni chiediamo che ogni progetto di sfruttamento nei nostri territori abbia l’approvazione dei popoli che li abitano, espressa dai loro dirigenti. Purtroppo, i segnali che arrivano dalla comunità internazionale non esprimono rispetto verso i nostri dirigenti».

  • Quali sono gli effetti della globalizzazione nei settori popolari dell’America Latina?

«Negli ultimi anni, che sono quelli di maggiore sviluppo del neoliberismo, a sua volta motore della globalizzazione, è cresciuta la povertà dei settori popolari del nostro continente. Vuol dire più disoccupazione, più fame, più famiglie distrutte, più bambini di strada. E cresce l’insicurezza dei cittadini. In Guatemala, ad esempio, si vive quasi in stato d’assedio a causa della violenza quotidiana e dei sequestri di persona per estorsione. Anche questo è effetto della miseria crescente, prodotta dall’attuale sistema economico».

  • Non vede proprio nulla di positivo nella globalizzazione?

«I trasferimenti tecnologici e l’allargamento dei mercati possono essere positivi. Ma per chi? Soprattutto per i Paesi più ricchi e per le élites ricche dei Paesi poveri. Dicono che l’abolizione delle tariffe doganali imposte ai prodotti dei Paesi poveri, di cui si dovrebbe parlare a Genova, comporterà vantaggi per noi. Staremo a vedere. L’esperienza ci dice che i Grandi non hanno certo a cuore il bene dei Paesi poveri i quali, come si sa, non hanno voce in questi vertici».

Renzo Giacomelli

Segue: Il mondo visto da Korogocho

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