DEBITO, POVERTÀ, SVILUPPO

Il mondo visto da Korogocho

di LUCIANO SCALETTARI
   
    

   Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page La baraccopoli keniota è il simbolo delle ingiustizie, che molti chiedono di eliminare.

«È questo il sogno che ci perseguita. Continuiamo a credere in un Dio che sogna un mondo diverso da quello che abbiamo tra le mani. Non abbiamo nulla contro la globalizzazione, ma contro questo tipo di "onnimercificazione", dove tutto diventa denaro. Siamo contro una globalizzazione che distrugge culture, religioni, ambienti, togliendo l’anima ai popoli e riducendoli a cose. Siamo contro il villaggio economico dove il 20 per cento della popolazione si pappa l’83 per cento delle risorse del mondo. Mentre l’80 per cento del mondo vive sulla soglia della povertà o, almeno per un miliardo e mezzo di persone, nella miseria più nera».

È un brano di una riflessione di padre Alex Zanotelli, pubblicata in questi giorni da Nigrizia e Linus. Il missionario comboniano vive da dieci anni nella baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi, in Kenya. Korogocho è l’emblema di questo modello di globalizzazione, contestata da centinaia di gruppi, associazioni e missionari.

Korogocho è un ammasso di baracche e di diseredati, che sopravvivono ai bordi di un’immensa discarica, dopo essere stati scacciati dalle loro terre da latifondisti e speculatori. Dalla collina dove si stende il mare di tetti di lamiera arrugginita, si vedono i pochi svettanti grattacieli di Nairobi. Ma a Korogocho non c’è luce né telefono, e questo popolo di abusivi viene falcidiato dall’Aids, perché la metà è sieropositivo. È da una di queste baracche che Zanotelli sogna un mondo diverso.

Quando si parla di debito estero, di riduzione della povertà, di rendere più paritari i rapporti commerciali tra il Nord e il Sud del Pianeta, di smettere il saccheggio di materie prime dei Paesi poveri, è alle tante Korogocho che si deve pensare, perché ne sono la diretta, evidente conseguenza. La cancellazione del debito è certamente il primo problema, anche se non l’unico. In totale, i Paesi poveri devono a quelli ricchi 2.500 miliardi di dollari. Per i rispettivi Governi si tratta di somme insopportabili, che costringono ad abbandonare a sé stessi gli ospedali, a chiudere le scuole, a non costruire più strade e ponti.

Ma per i Paesi ricchi si tratta di una cifra modesta. Proprio così. Basti pensare che, in un solo giorno, i flussi di denaro ammontano a 1.800 miliardi di dollari, dei quali solo 20 vengono investiti in beni e servizi. In altre parole, si tratta di speculazioni finanziarie. Alcuni economisti hanno proposto di porre una piccola tassa su queste transazioni, lo 0,1 per cento, da utilizzare per lo sviluppo dei Paesi poveri. Ebbene, solo questo frutterebbe quasi due miliardi di dollari al giorno.

«Ridurre questa intollerabile disuguaglianza non è solo un fatto etico e di giustizia, ma anche un vantaggio per tutti. Tutto il Pianeta trarrebbe beneficio da risorse e mercati più equamente distribuiti», ripete l’economista Riccardo Moro, del Coordinamento delle associazioni cattoliche. Un linguaggio diverso da quello profetico di Zanotelli, ma accomunato dal valore supremo del rispetto della vita umana.

Moro, e con lui tanti altri esperti, chiedono agli otto Grandi riuniti a Genova la svolta, con precise proposte di meccanismi economici che permettano di operare una cancellazione del debito ben più radicale di quanto finora si è prospettato.

Zanotelli lo chiede da Korogocho: «Non abbiamo imperi da abbattere, non abbiamo nemici da uccidere, ma solo persone da cambiare. Sentiamo l’immenso compito di cambiare il mondo che ci sta inesorabilmente portando alla morte».

Luciano Scalettari
    

Serve uno sforzo mondiale per salvare il mondo

Il rischio che sta correndo il Pianeta è serio e reale e applicare il trattato di Kyoto è indispensabile, anche se insufficiente rispetto alla portata dei fenomeni di cambiamento climatico. Ormai non ci sono più dubbi: abbiamo le cifre, aggiornatissime, su cui si è lavorato nel corso dei negoziati e non c’è alcun riscontro che consenta di dire che il problema è più leggero di come è stato rappresentato. Ma se l’Europa sarà costretta ad andare avanti da sola, senza gli Stati Uniti, il suo gesto avrà solo un valore simbolico, di scarso effetto sul piano operativo. Dunque non bisogna interrompere, né al G8 né nelle altre sedi internazionali, il filo esilissimo della negoziazione.

Ma non si dovrà discutere solo di emissioni: è tutto il nostro stile di vita che ha come conseguenza alcuni dei fenomeni più allarmanti di questo secolo. In Giappone, per esempio, c’è scarso controllo sulla destinazione di milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi che, probabilmente, vengono scaricati in mare, dove non è possibile nessuna verifica internazionale. Nel Sudest asiatico, invece, sfruttano mano d’opera infantile per produrre a bassissimo costo quello che oggi non si produce più nelle fabbriche europee e americane, compromettendo la libera concorrenza.

Si avverte allora l’esigenza, per tutelare l’ambiente, di una nuova regolamentazione del mercato globale. Il ministro Ruggiero, quando era direttore del Wto, si è battuto per l’introduzione nei trattati commerciali internazionali della clausola sociale (pari condizioni di lavoro e garanzie contrattuali in tutto il mondo), che includeva la clausola ambientale. Sottolineava, cioè, che scaricare in mare senza alcun controllo rifiuti tossici, oltre a mettere a rischio la nostra salute, induceva distorsioni nella concorrenza, perché azioni simili, fatte per esempio nel Mare del Nord o nel Mediterraneo, vengono immediatamente punite.

La sfida, anche sul fronte commerciale ed economico, che bisogna vincere per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile è quella della qualità ambientale: prodotti più compatibili con l’ambiente, che consumino meno risorse, meno energia e meno acqua, e processi produttivi che generino minor quantità di rifiuti tossici e meno acque di scarico. L’Unione europea ha messo a punto nuovi dispositivi per gestire questa sfida, promuovendo strumenti di certificazione (la direttiva Ecolabel, cioè l’etichetta ambientale dei prodotti) e il regolamento Emas (schemi di gestione ambientale dei processi produttivi).

Grazie a uno sforzo imponente del sistema delle Agenzie ambientali (Anpa, Arpa, Appa) e delle imprese, l’Italia ha attualmente circa 50 siti Emas certificati, contro i 2.000 dei tedeschi. I prodotti che hanno il marchio Ecolabel, invece, sono circa 60, mentre negli altri Paesi europei sono centinaia. C’è da dire che nulla esisteva fino a tre anni fa mentre oggi cresce la sensibilità anche delle amministrazioni locali. Le Agenzie ambientali, inoltre, stanno elaborando altri strumenti per aiutare le grandi, piccole e medie imprese a vincere la sfida della competitività anche sul terreno dello sviluppo sostenibile.

Walter Ganapini
presidente dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente

Segue: Come brucia il no di Bush

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