|
DEBITO, POVERTÀ, SVILUPPO Il mondo visto da Korogocho di LUCIANO SCALETTARI |
|||
![]() |
La baraccopoli
keniota è il simbolo delle ingiustizie, che molti chiedono di eliminare.
«È questo il sogno che ci perseguita. Continuiamo a credere in un Dio che sogna un mondo diverso da quello che abbiamo tra le mani. Non abbiamo nulla contro la globalizzazione, ma contro questo tipo di "onnimercificazione", dove tutto diventa denaro. Siamo contro una globalizzazione che distrugge culture, religioni, ambienti, togliendo l’anima ai popoli e riducendoli a cose. Siamo contro il villaggio economico dove il 20 per cento della popolazione si pappa l’83 per cento delle risorse del mondo. Mentre l’80 per cento del mondo vive sulla soglia della povertà o, almeno per un miliardo e mezzo di persone, nella miseria più nera». È un brano di una riflessione di padre Alex Zanotelli, pubblicata in questi giorni da Nigrizia e Linus. Il missionario comboniano vive da dieci anni nella baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi, in Kenya. Korogocho è l’emblema di questo modello di globalizzazione, contestata da centinaia di gruppi, associazioni e missionari. Korogocho è un ammasso di baracche e di diseredati, che sopravvivono ai bordi di un’immensa discarica, dopo essere stati scacciati dalle loro terre da latifondisti e speculatori. Dalla collina dove si stende il mare di tetti di lamiera arrugginita, si vedono i pochi svettanti grattacieli di Nairobi. Ma a Korogocho non c’è luce né telefono, e questo popolo di abusivi viene falcidiato dall’Aids, perché la metà è sieropositivo. È da una di queste baracche che Zanotelli sogna un mondo diverso. Quando si parla di debito estero, di riduzione della povertà, di rendere più paritari i rapporti commerciali tra il Nord e il Sud del Pianeta, di smettere il saccheggio di materie prime dei Paesi poveri, è alle tante Korogocho che si deve pensare, perché ne sono la diretta, evidente conseguenza. La cancellazione del debito è certamente il primo problema, anche se non l’unico. In totale, i Paesi poveri devono a quelli ricchi 2.500 miliardi di dollari. Per i rispettivi Governi si tratta di somme insopportabili, che costringono ad abbandonare a sé stessi gli ospedali, a chiudere le scuole, a non costruire più strade e ponti. Ma per i Paesi ricchi si tratta di una cifra modesta. Proprio così. Basti pensare che, in un solo giorno, i flussi di denaro ammontano a 1.800 miliardi di dollari, dei quali solo 20 vengono investiti in beni e servizi. In altre parole, si tratta di speculazioni finanziarie. Alcuni economisti hanno proposto di porre una piccola tassa su queste transazioni, lo 0,1 per cento, da utilizzare per lo sviluppo dei Paesi poveri. Ebbene, solo questo frutterebbe quasi due miliardi di dollari al giorno. «Ridurre questa intollerabile disuguaglianza non è solo un fatto etico e di giustizia, ma anche un vantaggio per tutti. Tutto il Pianeta trarrebbe beneficio da risorse e mercati più equamente distribuiti», ripete l’economista Riccardo Moro, del Coordinamento delle associazioni cattoliche. Un linguaggio diverso da quello profetico di Zanotelli, ma accomunato dal valore supremo del rispetto della vita umana. Moro, e con lui tanti altri esperti, chiedono agli otto Grandi riuniti a Genova la svolta, con precise proposte di meccanismi economici che permettano di operare una cancellazione del debito ben più radicale di quanto finora si è prospettato. Zanotelli lo chiede da Korogocho: «Non abbiamo imperi da abbattere, non abbiamo nemici da uccidere, ma solo persone da cambiare. Sentiamo l’immenso compito di cambiare il mondo che ci sta inesorabilmente portando alla morte». Luciano Scalettari
|
|
|
![]() |