PROTEZIONE DELL’AMBIENTE

Come brucia il no di Bush

di BARBARA CARAZZOLO
   
    

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L’Europa sembra decisa a ratificare il protocollo di Kyoto, gli Usa no. 
Al G8 se ne parlerà, ma...

È contro la politica delle parole, delle dilazioni, dei "pannicelli caldi" e delle "pietose bugie" che protesterà, a Genova, il popolo antiglobalizzazione, quando affronterà il tema caldo della protezione ambientale.

Tutti, infatti, tranne il presidente Bush, noto ormai come the oilman (l’addetto alle ricerche petrolifere), si proclamano a favore della sopravvivenza del pianeta e pronti a combattere, magari gradualmente, l’ormai arcinoto effetto serra. Ma pochissimi, in realtà, sono davvero pronti a farlo. Perfino quell’Europa che, sullo scenario della globalizzazione, si proclama alfiere delle politiche ambientali. E, naturalmente, anche l’Italia, che si presenta all’appuntamento di Genova con poche idee, e anche un po’ confuse. Il re, insomma, è nudo. Al G8 come a Strasburgo, a Washington come a Mosca. Volete vederne gli abiti sparsi per terra? Eccoli.

«Il 17 gennaio di quest’anno, una risoluzione del Parlamento europeo ha accusato gli Stati membri di non recepire la legislazione comunitaria in tema ambientale», accusa Roberto Ferrigno, che per conto di Greenpeace international prima e come esperto del Comitato economico e sociale della Commissione europea poi, segue da molti anni i lavori dell’Unione europea su questi temi. «Argomenti come la protezione delle zone naturali (direttiva habitat) o lo smaltimento dei Pcb e della diossina, sono tranquillamente ignorati dai Parlamenti nazionali, anche se si tratta di un insieme di leggi considerate all’avanguardia. L’inerzia legislativa dei vari Paesi è tale che il Parlamento europeo si è dichiarato favorevole a intraprendere i passi ufficiali che portano alla denuncia degli Stati di fronte alla Corte di giustizia».

L’Europa però, almeno sulla carta, si dichiara sensibile all’allarme lanciato a più riprese dagli scienziati dell’Ipcc (Intergovernamental panel on climate change, l’organismo delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici), che nell’ultimo rapporto hanno ipotizzato un aumento della temperatura media del Pianeta nell’arco di questo secolo di circa sei gradi. Le conseguenze potrebbero essere catastrofiche a livello globale (dalla desertificazione di ampie aree allo scioglimento del permafrost, dall’innalzamento del livello dei mari alla sparizione di isole e zone costiere) e l’Europa sembra decisa a ratificare il protocollo di Kyoto, che propone l’obiettivo di una riduzione del 5,2 per cento delle emissioni di gas-serra entro il 2012 come, d’altronde, chiede a gran voce il popolo di Seattle. Ma gli Stati Uniti frenano. Perché?

«Qualunque regolamento che ponga dei vincoli all’industria statunitense è un ostacolo da evitare, chiunque sia il presidente del Paese», commenta Ferrigno. «Ma ci sono anche ragioni più pratiche: il piano energetico deciso dall’amministrazione Bush, che parte ipotizzando una crisi petrolifera paragonabile a quella degli anni ’70 e prevede nuove escavazioni nel parco naturale dell’Alaska, costruzioni di centrali a carbone e di inceneritori e un ritorno in grande stile all’energia nucleare, rappresentano occasioni di guadagno per l’industria. La stessa industria che ha contribuito in maniera determinante alla sua elezione a presidente. Ma anche la posizione europea è ambigua: la Francia, per esempio, sembra vedere con favore il ritorno al nucleare, una delle sue aziende di Stato. E mai come in questo periodo, nei corridoi dei Palazzi europei, si sente parlare di business impact assesment, cioè di quanto una misura legislativa, magari in tema ambientale, inciderà sul business, cioè sugli affari».

Ma, dagli incontri del G8, potrà venire qualche speranza? «Nell’incontro del G8 del 1998 fu approvato, con grandi squilli di tromba, un piano specifico di lotta alla criminalità ambientale. Il primo punto prevedeva che gli Stati membri si sarebbero impegnati a ratificare le convenzioni internazionali che si occupano di questi problemi, da quella di Basilea contro l’esportazione dei rifiuti nei Paesi del Terzo mondo alla convenzione di Londra sul dumping (scarico in mare ). Gli Stati Uniti, però, non le hanno mai ratificate. Allora il presidente era Clinton».

Barbara Carazzolo

Segue: Così "leggere", così mortali

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