TROPPE ARMI, IL MONDO FRENA

Così "leggere", così mortali

   di ALBERTO CHIARA
  

   Famiglia Cristiana n.28 del 15-7-2001 - Home Page

Pistole, fucili, mitra: uccidono 500.000 persone l’anno. Onu, G8 e Amnesty le vogliono ridurre.

Quell’aggettivo non aiuta di certo a capire. Anzi, inganna. Le chiamano armi "piccole" o "leggere", in inglese smalls arms o light weapons. Sì, proprio così: light, come le sigarette con poca nicotina o come le bevande povere di zucchero; quasi a dire che, suvvia, non fanno poi tanto male.

Invece, no. L’Onu calcola che oggi circolino, nel mondo, più di 500 milioni di armi "leggere", più o meno una ogni 12 persone. Tacendo gli effetti causati dai privati, che le usano per autodifesa, e dalle organizzazioni criminali, le Nazioni Unite stimano che 46 dei 49 principali conflitti scoppiati a partire dal 1990 siano stati combattuti esclusivamente, o quasi, con esse; ciò ha causato la morte di quattro milioni di persone, in stragrande maggioranza donne e bambini. Altre statistiche, che analizzano anche le azioni della malavita, le aggressioni, i suicidi e gli incidenti, sostengono che, in tutto il pianeta, le armi "leggere" uccidono circa mezzo milione di persone all’anno.

La definizione ufficiale è stata adottata nel 1997 da un gruppo di esperti convocati dalle Nazioni Unite. «Sono da considerarsi "piccole" o "leggere" le armi che possono essere trasportate facilmente da una persona, da un ristretto gruppo di persone, da animali o da veicoli non grandi e comunque non blindati o corazzati», spiega Marco Bertotto, presidente della sezione italiana di Amnesty international. «Si parla dunque di revolver, pistole, fucili, mitra, ma anche di mitragliatori pesanti, di lanciamissili e di lanciagranate spalleggiabili, di mortai portatili antiaereo e antimissile con un calibro inferiore ai 100 millimetri, nonché delle munizioni e degli esplosivi usati per gli armamenti citati prima, mine antiuomo comprese. Insomma, si va dalla Beretta italiana all’Uzi israeliano, dall’Fn 35 (Fabrique nationale, Belgio) all’M 16 (Colt, Usa) e al G 3 (Heckler & Koch, Germania). O al particolare tipo di bazooka capace di abbattere un aeroplano, come quello utilizzato in Ruanda per tirare giù il velivolo del presidente e dar l’avvio al genocidio del ’94».

Il "pezzo" più famoso è probabilmente il Kalashnikov (Ak 47), «che in Mozambico ha addirittura avuto l’onore, si fa per dire, di comparire sulla bandiera nazionale», sottolinea il presidente della sezione italiana di Amnesty international.

«L’Ak 47», prosegue Bertotto, «è fabbricato in 14 diversi Paesi e ne ha "armati" 78. I costi delle armi "leggere" sono relativamente bassi. Con cinque milioni di dollari, per esempio, è possibile fornire fucili d’assalto a circa ventimila combattenti».

Dalla metà degli anni Novanta, l’Onu dedica un’attenzione crescente al problema. «Ma si è mossa anche la società civile», puntualizza Bertotto: «Nel maggio 1999, oltre 200 Organizzazioni non governative (Ong), tra cui Amnesty international, hanno dato vita all’International action network on small arms (Iansa). In questi giorni, nel quartier generale delle Nazioni Unite di New York, si sta svolgendo la prima Conferenza internazionale sul mercato illegale delle armi "leggere", voluta dal segretario generale dell’Onu».

Il G8 si è occupato della questione affrontando i modi più efficaci per prevenire i conflitti. A Miyazaki, in Giappone, il 13 luglio 2000 i ministri degli Esteri hanno, in particolare, approvato un documento che rende noto l’impegno adottato dagli Stati membri del G8 a non autorizzare l’esportazione di armi "leggere" in quei Paesi dove sussiste un comprovato rischio che esse possano essere usate per azioni di repressione o per aggredire un’altra nazione.

«A nostro avviso», conclude Marco Bertotto, «sbaglia chi sottolinea con enfasi solamente il problema delle armi diffuse con traffici illeciti.
I danni compiuti dalle armi "leggere" vendute in modo legittimo non sono certo di minore entità». L’obiettivo finale di molti è la definitiva messa al bando. Amnesty international, più pragmaticamente, chiede il varo di restrizioni e di controlli, soprattutto l’interdizione dell’uso in violazione dei diritti umani, oltreché una maggiore e più completa trasparenza nel commercio. Il G8 ha responsabilità precise. La classifica dei principali produttori mondiali di armi "leggere" vede al primo posto gli Stati Uniti, al secondo la Gran Bretagna, al terzo l’Italia.

Alberto Chiara
    

Cattolici, un messaggio al Governo

C’era e ci sarà. Il Cristo Campesino è dipinto inchiodato su una croce formata da una vanga e da un tridente; sullo sfondo, la tribolata America del Sud. Il lenzuolo, tanto policromo quanto semplice e povero, viene dal Cile. Era esposto, a Genova, in un affollatissimo Teatro Carlo Felice, sabato 7 luglio, durante l’incontro di riflessione e di proposta politica promosso da circa 60 organizzazioni cattoliche; sarà esposto, sempre a Genova, nella chiesa di Sant’Antonio di Boccadasse, il 20 e il 21 luglio, quando credenti di tutto il mondo "contesteranno" il G8 pregando, tacendo, digiunando.

Sono venuti in tanti per partecipare, il 7 e 8 luglio, all’incontro "Sentinelle del mattino, guardiamo il G8 negli occhi": scout e membri dell’Azione cattolica, militanti delle Acli e volontari di Sant’Egidio, animatori di parrocchia e operatori delle Caritas. Molto applaudito l’intervento dell’arcivescovo di Genova, cardinale Dionigi Tettamanzi. In sala, politici (Castagnetti, Lucà, Segni, Bodrato), vescovi, intellettuali e il portavoce del Genoa social forum, Vittorio Agnoletto. Il documento finale redatto dagli organismi cattolici è stato consegnato al segretario generale della Farnesina, Umberto Vattani, che lo trasmetterà al Governo.

a.c.

Segue: Obiettivo: isolare i violenti

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