Pistole, fucili, mitra: uccidono
500.000 persone l’anno. Onu, G8 e Amnesty le vogliono ridurre.
Quell’aggettivo
non aiuta di certo a capire. Anzi, inganna. Le chiamano armi
"piccole" o "leggere", in inglese smalls arms o
light weapons. Sì, proprio così: light, come le sigarette
con poca nicotina o come le bevande povere di zucchero; quasi a dire che,
suvvia, non fanno poi tanto male.
Invece, no. L’Onu calcola che oggi circolino, nel
mondo, più di 500 milioni di armi "leggere", più o meno una
ogni 12 persone. Tacendo gli effetti causati dai privati, che le usano per
autodifesa, e dalle organizzazioni criminali, le Nazioni Unite stimano che
46 dei 49 principali conflitti scoppiati a partire dal 1990 siano stati
combattuti esclusivamente, o quasi, con esse; ciò ha causato la morte di
quattro milioni di persone, in stragrande maggioranza donne e bambini.
Altre statistiche, che analizzano anche le azioni della malavita, le
aggressioni, i suicidi e gli incidenti, sostengono che, in tutto il
pianeta, le armi "leggere" uccidono circa mezzo milione di
persone all’anno.
La definizione ufficiale è stata adottata nel 1997 da
un gruppo di esperti convocati dalle Nazioni Unite. «Sono da considerarsi
"piccole" o "leggere" le armi che possono essere
trasportate facilmente da una persona, da un ristretto gruppo di persone,
da animali o da veicoli non grandi e comunque non blindati o corazzati»,
spiega Marco Bertotto, presidente della sezione italiana di Amnesty
international. «Si parla dunque di revolver, pistole, fucili, mitra, ma
anche di mitragliatori pesanti, di lanciamissili e di lanciagranate
spalleggiabili, di mortai portatili antiaereo e antimissile con un calibro
inferiore ai 100 millimetri, nonché delle munizioni e degli esplosivi
usati per gli armamenti citati prima, mine antiuomo comprese. Insomma, si
va dalla Beretta italiana all’Uzi israeliano, dall’Fn 35 (Fabrique
nationale, Belgio) all’M 16 (Colt, Usa) e al G 3 (Heckler & Koch,
Germania). O al particolare tipo di bazooka capace di abbattere un
aeroplano, come quello utilizzato in Ruanda per tirare giù il velivolo
del presidente e dar l’avvio al genocidio del ’94».
Il "pezzo" più famoso è probabilmente il
Kalashnikov (Ak 47), «che in Mozambico ha addirittura avuto l’onore, si
fa per dire, di comparire sulla bandiera nazionale», sottolinea il
presidente della sezione italiana di Amnesty international.
«L’Ak 47», prosegue Bertotto, «è fabbricato in 14
diversi Paesi e ne ha "armati" 78. I costi delle armi
"leggere" sono relativamente bassi. Con cinque milioni di
dollari, per esempio, è possibile fornire fucili d’assalto a circa
ventimila combattenti».
Dalla metà degli anni Novanta, l’Onu dedica un’attenzione
crescente al problema. «Ma si è mossa anche la società civile»,
puntualizza Bertotto: «Nel maggio 1999, oltre 200 Organizzazioni non
governative (Ong), tra cui Amnesty international, hanno dato vita all’International
action network on small arms (Iansa). In questi giorni, nel quartier
generale delle Nazioni Unite di New York, si sta svolgendo la prima
Conferenza internazionale sul mercato illegale delle armi
"leggere", voluta dal segretario generale dell’Onu».
Il G8 si è occupato della questione affrontando i modi
più efficaci per prevenire i conflitti. A Miyazaki, in Giappone, il 13
luglio 2000 i ministri degli Esteri hanno, in particolare, approvato un
documento che rende noto l’impegno adottato dagli Stati membri del G8 a
non autorizzare l’esportazione di armi "leggere" in quei Paesi
dove sussiste un comprovato rischio che esse possano essere usate per
azioni di repressione o per aggredire un’altra nazione.
«A nostro avviso», conclude Marco Bertotto, «sbaglia
chi sottolinea con enfasi solamente il problema delle armi diffuse con
traffici illeciti.
I danni compiuti dalle armi "leggere" vendute
in modo legittimo non sono certo di minore entità». L’obiettivo finale
di molti è la definitiva messa al bando. Amnesty international, più
pragmaticamente, chiede il varo di restrizioni e di controlli, soprattutto
l’interdizione dell’uso in violazione dei diritti umani, oltreché una
maggiore e più completa trasparenza nel commercio. Il G8 ha
responsabilità precise. La classifica dei principali produttori mondiali
di armi "leggere" vede al primo posto gli Stati Uniti, al
secondo la Gran Bretagna, al terzo l’Italia.
Alberto Chiara
| Cattolici, un messaggio al
Governo
C’era e ci sarà. Il Cristo
Campesino è dipinto inchiodato su una croce formata da una vanga e
da un tridente; sullo sfondo, la tribolata America del Sud. Il
lenzuolo, tanto policromo quanto semplice e povero, viene dal Cile.
Era esposto, a Genova, in un affollatissimo Teatro Carlo Felice,
sabato 7 luglio, durante l’incontro di riflessione e di proposta
politica promosso da circa 60 organizzazioni cattoliche; sarà
esposto, sempre a Genova, nella chiesa di Sant’Antonio di
Boccadasse, il 20 e il 21 luglio, quando credenti di tutto il mondo
"contesteranno" il G8 pregando, tacendo, digiunando.
Sono venuti in tanti per
partecipare, il 7 e 8 luglio, all’incontro "Sentinelle del
mattino, guardiamo il G8 negli occhi": scout e membri dell’Azione
cattolica, militanti delle Acli e volontari di Sant’Egidio,
animatori di parrocchia e operatori delle Caritas. Molto applaudito
l’intervento dell’arcivescovo di Genova, cardinale Dionigi
Tettamanzi. In sala, politici (Castagnetti, Lucà, Segni, Bodrato),
vescovi, intellettuali e il portavoce del Genoa social forum,
Vittorio Agnoletto. Il documento finale redatto dagli organismi
cattolici è stato consegnato al segretario generale della Farnesina,
Umberto Vattani, che lo trasmetterà al Governo.
a.c. |