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Per gli esperti
psichiatrici dell’accusa, le giovani assassine erano disturbate, ma
sarebbero imputabili. Per gli specialisti del giudice, erano incapaci di
intendere e volere. I familiari e le consorelle della vittima però non ci
stanno: niente vendetta, ma il delitto va punito.
La
notte del 6 giugno di un anno fa, suor Maria Laura Mainetti moriva
massacrata da 19 coltellate, in un viottolo isolato di Chiavenna
(Sondrio). In ginocchio, chiedeva al Signore di perdonare le sue
assassine: tre ragazze di 17 anni, Ambra, Veronica e Milena, che l’avevano
attirata fuori dall’istituto delle Figlie della Croce implorandola di
aiutare una ragazza incinta. E invece era l’appuntamento con la morte,
sconvolgente per la ferocia e per il motivo: offrire un sacrificio a
Satana, del quale le tre minorenni si sentivano seguaci.
Un anno dopo, la giustizia si prepara a emettere la
sentenza sulle responsabili di quel delitto. Ma sarà una sentenza
sofferta, controversa. Lo si è capito il 3 luglio scorso, quando al
Tribunale per i minorenni di Milano si è svolta un’udienza preliminare,
senza la presenza delle tre ragazze. In aula, alla presenza del giudice
per le udienze preliminari Anna Poli, si è svolto un confronto serrato
tra i due gruppi di periti psichiatrici che hanno esaminato nei mesi
scorsi Ambra, Veronica e Milena. Da una parte, gli esperti scelti dal
pubblico ministero Cristina Rota, che avevano constatato disturbi della
personalità nelle tre, ma avevano valutato Ambra (all’inizio la più
riluttante alle pratiche sataniche) consapevole al momento del delitto, e
Milena e Veronica più disturbate.
Dall’altra parte, gli specialisti che hanno condotto
una seconda valutazione, per conto del giudice Poli: una perizia-shock,
perché ha considerato tutte e tre le ragazze incapaci di intendere e
volere al momento del fatto. Per questo, potrebbero non essere imputabili:
ma, essendo state definite «socialmente pericolose», potrebbero essere
avviate non al carcere, quanto piuttosto a comunità terapeutiche.
L’udienza del 3 luglio, durata sette ore, si è
conclusa con un rinvio e la decisione di una nuova perizia, per valutare
se Ambra, la più provata dopo il delitto e ricoverata in ospedale per
gravi disturbi psicologici, sia in grado di affrontare di nuovo l’aula. «Servirà
per conoscere la situazione psichica della minore e la sua capacità di
essere presente e comprendere ciò che accade al processo», ha dichiarato
dopo l’udienza il presidente del Tribunale, Livia Pomodoro. «Se non
sarà in grado, si potrebbe stralciare la sua posizione e sospendere per
lei il processo. Credo che dovremo andare alla decisione in tempi brevi».

L’ingresso dell’Istituto di suor
Maria Laura (foto Scalcione).
Gli avvocati delle parti offese, Michele Cervati per
Romilda (una sorella della suora) e Antonio Muffatti per le Figlie della
Croce, sono convinti che le tesi dell’accusa rimarranno in piedi. Per
Muffatti, la premeditazione del delitto e i successivi tentativi di
occultarlo confermerebbero che le ragazze erano presenti a sé stesse. Ha
commentato suor Amabile, superiora provinciale della congregazione di suor
Maria Laura: «Chi sceglie il male, non necessariamente è un folle».
Ed esprimendo chiaramente il suo disaccordo con la
perizia che dichiara l’incapacità di intendere e volere, ci ha detto: «Dispiace
vedere che così annullano la responsabilità delle ragazze, la loro
libertà di individui: è un messaggio negativo per la società giovanile.
Io vivo nel mondo dei giovani, li ascolto, e loro
non vogliono che si passi la spugna su questo caso drammatico. Se poi le
giovani avranno bisogno di un recupero, d’accordo. Noi consorelle
abbiamo perdonato, ma in questo momento non è un discorso di perdono: si
tratta di valutare le responsabilità individuali come messaggio di aiuto
alla prevenzione».
Ancora più esplicito è stato un fratello della suora
assassinata, Amedeo Mainetti, che ha lasciato l’udienza con un’ora di
anticipo sulla conclusione, il passo frettoloso, gli occhi arrossati da un
dolore mai spento. Durante una pausa aveva detto ai giornalisti: «Il
perdono cristiano l’ho fatto io per primo, ma la giustizia è un’altra
cosa: non condannarle significherebbe che tutti possono uccidere.
Perdonare vuol dire non avere astio, non coltivare desiderio di vendetta;
però la giustizia deve tenere conto di quello che uno ha fatto, dando
anche una condanna esemplare. Poi la società penserà ad aiutarle, ma
solo dopo che avranno scontato la pena, vera pena. Altrimenti succede che
ammazzare è una scemata. Tutti abbiamo l’istinto di fare il male, il
bene è una conquista».
Qualche giorno dopo, parlando con noi di suor Maria
Laura, la ricordava così: «Per lei fare il bene significava donarsi
tutta, perché era convinta di ciò in cui credeva. Viveva di una
spiritualità profonda ed era molto attaccata all’Eucarestia. Credeva
nell’amore, nella sua vocazione, e diceva: "La vivo
concretamente". Non faceva niente per sé; i suoi ragionamenti
finivano sempre sul bene che bisogna fare agli altri. Quando è morta, sia
noi fratelli sia le sue consorelle, ci siamo chiesti se avesse qualche
colpa che spiegasse la sua morte. E mi sono detto: "Poverina,
arrivavi sempre dappertutto, dicevi una buona parola a tutti, davi
coraggio a tutti". Era un po’ un angelo».
Intanto, a Chiavenna è nata una Fondazione intitolata a
suor Maria Laura Mainetti, con l’intento anche di prevenire il disagio
giovanile. E il vescovo di Como, monsignor Maggiolini, alla messa di
commemorazione della religiosa uccisa, ha annunciato nella chiesa gremita
di Chiavenna che entro breve sarà avviata la sua causa di beatificazione.
Rosanna Biffi
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