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Se c’è ancora qualcuno che pensa a centinaia e migliaia di disabili condotti nel "viaggio della speranza" al santuario, per vivere un giorno speciale e unico, accantoni per sempre l’immagine. Se sei bloccato a letto o costretto a muoverti su una carrozzina, "speciale" diventa ogni giorno in cui qualcuno ti dà una mano a risolvere tutte quelle "operazioni" che altri compiono automaticamente, senza essere sfiorati dalla minima consapevolezza che potrebbe non essere così. Lavarsi, vestirsi, andare in bagno, soffiarsi il naso... Banalità, gesti minimi? Le donne e gli uomini dell’Unitalsi, gente di tutte le età, di ogni estrazione e provenienza economica, gente di paese e di città, di montagna e del profondo Sud, sanno bene che il bisogno è tutto lì. E anche il loro compito. Niente gesti momentanei e memorabili, ma la perseveranza di regalare la "normalità", che significa uscire e vivere. E anche andare in vacanza.
Antonio Diella, il primo presidente laico di questa associazione ecclesiale pubblica, parla di mosche. Racconta di un treno, tanti anni fa, quando era un ragazzo di 14 anni di Margherita di Savoia, in provincia di Foggia, convinto, con qualche riluttanza, da un amico a partecipare a un pellegrinaggio. «Chissà che cosa mi aspettavo», ricorda. «Appena sono salito mi hanno spiegato il mio compito: tenere lontane le mosche da un malato immobile. "E fallo con discrezione. In modo che non si senta per nessun motivo sminuito". Sono salito sul treno con un’idea grande di me e sono sceso con una consapevolezza che non mi ha lasciato più. Tutto quanto è venuto dopo è l’affinamento di ciò che capisci subito: il pellegrinaggio non è turismo religioso, è un cammino di vita che dura per sempre. Se riconosci che per tutti, anche per chi non se ne accorge o non lo riconosce, c’è un destino di felicità che viene da Gesù Cristo, non puoi incontrare qualcuno che ha bisogno e non aiutarlo. Ricordiamoci che la condivisione è una cosa dannatamente concreta. Sarebbe senza senso portare i disabili a Lourdes, o negli altri santuari, e poi dire: "ciao, arrivederci, alla prossima volta", cullandosi magari nella sciocca soddisfazione. Nessuno pensi che si va in pellegrinaggio per pagare i propri debiti con Dio o per fare del volontariato a tempo perso. Noi vogliamo essere i volontari della pienezza del tempo. Siamo in pellegrinaggio tutto l’anno nei luoghi in cui la sofferenza diventa bisogno». Impegno, lavoro e famiglia Quel ragazzino pugliese oggi è un magistrato. «Il che non c’entra nulla», dice, «con l’Unitalsi». C’entra, tuttavia, col fatto che il suo impegno a fianco dei malati negli anni è aumentato, come quello dei due vicepresidenti che lo affiancano, Salvatore Pagliuca, avvocato, e Ubaldo Bocci, consulente finanziario, che spiega: «Ho quattro figli e mi succede spesso che mi chiedano come si fa a conciliare il lavoro, la famiglia e questo impegno. Non a caso molte persone si ripromettono sempre di far del volontariato quando saranno in pensione, quando i figli cresceranno... Sgombriamo il campo dall’equivoco: non ci piace definirci volontari. Siamo cristiani. Se non hai la carità non puoi dirti cristiano. Non puoi pensare di dare il tempo "in avanzo". Per tutti noi la prima volta sui treni è qualcosa che ci ha cambiato la vita, tutta la vita».
Le vacanze dell’Unitalsi significano migliaia di persone che negli anni
hanno avuto la possibilità di fare qualcosa che un tempo era impensabile in
molti casi. «Mi ha sempre fatto arrabbiare», racconta Diella, «che un handicappato non potesse andare in spiaggia. Nei casi
migliori veniva relegato in ultima fila. Possibile che un ombrellone e una
sdraio diventino il simbolo della vita? Non sono lontani i tempi in cui
queste persone, considerate una vergogna, rimanevano chiuse in casa per
tutta la vita. Poi si è passati al ghetto, alle zone riservate, alle
concessioni che però non mischiassero troppo i malati con quelli che stanno
bene... Ma i nostri amici non cercano privilegi. Oggi possono pretendere la
normalità?».
Renata Maderna
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