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UNA DOMENICA AL MARE, "ALL’ITALIANA" Non è vero che ci piacciono il disordine e la mancanza di regole, come dice di noi un luogo comune. In realtà siamo divisi tra virtù private e pubblici vizi, con un’abbondante considerazione di noi stessi e scarso rispetto degli altri. Ce l’avrà insegnato la storia? Viaggio in treno lungo la costa tirrenica, in una rovente domenica di fine giugno. Dal finestrino si vedono spiagge distese tra dune fiorite, calette chiuse dagli scogli. Sarebbe un idillio di bellezza, da contemplare in pace e serenità di spirito, se la giornata non fosse infausta. Nello scompartimento non funziona l’aria condizionata. Passa il carrello che vende generi di conforto, ma è desolatamente vuoto perché i primi viaggiatori gli hanno già dato l’assalto e chi, come me, non s’è portato l’acqua da casa si tiene la sua sete. In più, viaggiamo con molto ritardo perché ogni tanto il treno si ferma per farne passare un altro. Una di queste fermate ci consente la vista sulla località marina dirimpettaia. Dovrebbero arrivarci immagini di contentezza, famigliole in vacanza, bambini che sguazzano tra le onde. Invece le strade che portano al mare mostrano un unico serpentone in fila. Quelli che sono riusciti ad arrivare, hanno parcheggiato molto prima della spiaggia, e si intuisce che poi si saranno accollati un bel pezzo a piedi, al contrario dei furbi che hanno lasciato l’auto in seconda e anche terza fila. Gli ombrelloni e le sdraio formano una selva impenetrabile come quella amazzonica. Motoscafi e moto acquatiche schizzano a pochi metri dalla riva. Da un altoparlante la musica scoppia a tanti di quei decibel che arriva fin dentro il nostro vagone. «Che Dio ci scampi da una domenica al mare», brontola il signore seduto di fronte, e tutti ci troviamo d’accordo. M’è tornata in mente una frase dello scrittore Ignazio Silone: «Non c’è popolo più triste di questi italiani allegri». La preferenza per il rumore, lo starci addosso, la furbizia, l’assenza di regole, insomma uno stile di vita detto appunto "all’italiana", è un luogo comune diffuso su di noi. Non è vero, si capisce che anche a noi piacerebbero l’ordine e le regole. In realtà, viviamo divisi tra virtù private e pubblici vizi. Presi uno per uno, siamo docili, concilianti, quieti. Tutti insieme, da allegra brigata ci trasformiamo in mucchio selvaggio. Credo che le nostre case siano le più ordinate e pulite del mondo, mentre le vie e le piazze, i luoghi di tutti, i beni comuni sono i più sporchi e abbandonati. Ognuno coltiva un’abbondante considerazione di sé e scarso rispetto degli altri. Al di qua della nostra soglia siamo vigilanti, responsabili. Al di là, niente ci riguarda. Il privato merita cure e protezione, il pubblico non ci appartiene ed è lecito trascurarlo o perfino disprezzarlo. La fila in auto, la gara per il parcheggio, il fracasso dell’altoparlante, l’appestamento del motoscafo ci incattiviscono. Ma non facciamo nulla né per difenderci né per dare una mano a cambiare l’andazzo. Ce l’avrà insegnato la storia? Forse sì. Un retaggio di secoli ci ha abituati a subire i maltrattamenti dei governanti, gli intralci burocratici, la mancanza di servizi, la sfiducia reciproca tra i cittadini e i responsabili del bene comune, l’incertezza sui nostri diritti e l’incapacità a farli rispettare. Quando il treno arriva in stazione con un’ora di
ritardo, il controllore ci avverte che possiamo chiedere il rimborso della
metà del prezzo del biglietto. L’impiegato dello sportello si appunta il
numero del treno, poi consulta il manuale. Così scopre che non ci spetta
nessun rimborso, perché la colpa del ritardo non è delle ferrovie bensì
del "surriscaldamento delle rotaie". Andiamo via in silenzio,
rassegnati. Ancora una volta, tutto finisce "all’italiana".
Franca Zambonini
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