Famiglia Cristiana OnLine
Ricerca Homeitalia Home International Periodici San Paolo
 
In famiglia
di Igor Man


ISRAELE: LA SFIDA DI BUSH, IL RUOLO DI MAZEN, 
LA RISPOSTA DI SHARON


IL MURO CHE OSTRUISCE
LA STRADA VERSO LA PACE


La tregua regge. Mentre Famiglia Cristiana va in edicola, Ariel Sharon, primo ministro di Israele, e Abu Mazen, primo ministro della cosiddetta Autorità palestinese, si incontrano di nuovo per procedere nell’applicazione della "carta stradale" (road map) di Bush, sulla quale il presidente texano ha puntato tutto, compresa la rielezione, altri quattro anni alla Casa Bianca: «Quelli che mi servono per fare dell’Irak una democrazia-contagiosa, e della Terra Santa il laboratorio della pace».

Tutto potrà dirsi di George Dabliù Bush, ma non che gli manchi il coraggio. Puntare, oggi, sulla roulette mediorientale è come giocare di doppio azzardo, col rischio tragico di trasformare la sfida politica in una partita senza tempi supplementari. La strategia di Bush non chiarisce i termini esatti dell’applicazione della road map: il disegno è nobile ma la matita è debole. La tattica è invece chiara, leggibilissima: è pressoché ricalcata su quella di Bush senior.

Dopo la vittoria senza trionfo su Saddam (1991), sollecitato dall’amico-avversario Gorbaciov, pressato dalle lobbies del petrolio, incalzato dai Paesi arabi moderati che s’erano incartati nella bandiera americana schierandosi contro Saddam, l’ex presidente Usa impose la Conferenza di Madrid, che avrebbe dovuto, come in qualche modo poi accadde, indicare la via giusta per arrivare alla pace in Medio Oriente.

L’allora premier israeliano, Shamir, tentò di applicare il rituale modulo della Destra-sinistra ("accettare per sabotare"), ma il vecchio Bush batté i pugni sul tavolo, lasciando intendere come e quanto fossero in pericolo gli aiuti americani, imprescindibili per Israele. L’onesto realismo delle lobbies israeliane di New York fece il resto, sicché si ebbe la Conferenza di Madrid per la pace (che aprì la strada agli accordi di Oslo).

Va notato come già allora per placare l’ira degli ex terroristi in doppiopetto (della Destra) si vietò ad Arafat di capeggiare la delegazione palestinese. Ma ogni sera il vecchio, austero Shafi, il medico di Gaza designato al posto di Arafat, telefonava al "capo".

Il muro che Israele sta costruendo (foto Reuters).
Il muro che Israele sta costruendo (foto Reuters).

C’è da dire che, allora, Arafat ("l’uomo dal rischio mal calcolato") s’era schierato con Saddam Hussein. Il vecchio fedayn doveva quel gesto improvvido a un effettivo "stato di necessità": l’unico a sovvenzionare l’Olp, nel 1991, era l’Irak del tiranno mesopotamico. Il quale, ovviamente, tradì Arafat ammazzandogli Abu Iyad, l’amico-fratello, suo braccio destro. E sinistro.

Arafat, che aveva osato "aprire" agli Stati Uniti nel 1988, nel ’91 impedì agli insorti di Cisgiordania di sparare, prospettando loro i vantaggi di una trattativa ch’egli considerava "ineludibile": da qui il furore assassino di Saddam.

Oggi, mutatis mutandis, la situazione somiglia maledettamente a quella di allora. Arafat è stato cacciato dal salotto buono, a capeggiare la delegazione palestinese è Abu Mazen, esageratamente incensato e dagli americani e dagli israeliani. Però Abu Mazen, come già Shafi, fa rapporto quotidiano ad Arafat. Ed è un segreto di Pulcinella che sia stato proprio Arafat a convincere il fragile (all’apparenza) sceicco Yassin, leader di Hamas, ad accettare la tregua. È l’unico modo, gli ha spiegato, per riavere, un giorno, il cospicuo aiuto che l’Arabia Saudita ha sospeso ad Hamas, che formalmente è una sorta di Caritas islamica. In verità lo è stata, tramutandosi, dopo gli accordi di Oslo, in una funesta fabbrica di terroristi suicidi.

Fra strette di mano e fotosorrisi, Abu Mazen e Ariel Sharon vanno avanti. Ma non sarà la liberazione di qualche centinaio di prigionieri palestinesi e la consegna (dietro pagamento) di qualche mitra da parte dei fedayn di Al Aqsa, né lo sgombero di qualche colonia "illegale", a farci credere che Sharon e Mazen riescano a trovare sulla road map la via giusta che porta alla grande avenida in fondo alla quale splende la pace.

Crepi l’astrologo, certo, ma riesce difficile ipotizzare che la tregua regga sino alle prossime elezioni americane. Sempreché Condi Rice, "la pantera nera che parla inglese", non riesca a far abbattere il muro che Sharon sta erigendo ghettizzando i palestinesi, in fatto ostaggio dei coloni. La chiave di tutto sono gli insediamenti e il muro. La chiave è (forse) quella. Ma la serratura dov’è?

Igor Man

torna all'indice