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GIOVANE SENZA LAVORO, DISILLUSO E DISPERATO, È TENTATO DA UN GESTO ESTREMO LE SABBIE MOBILI DELLA MIA VITA Una lettera che non è soltanto una richiesta di aiuto, ma un forte e angoscioso grido di rabbia e di dolore di un giovane che, a 37 anni, deve chiedere l’elemosina ai genitori. Caro padre, sono le tre del mattino e non riesco a prender sonno. Un pensiero fisso mi martella la mente e sono molte le domande cui non so dare risposta. Sono alla disperata ricerca di un lavoro stabile. Questa lettera non è soltanto una richiesta di aiuto, ma un forte e angoscioso grido di rabbia e di dolore. Provo vergogna non solo per me, ma anche per una società civile che, cinicamente, non sa rispondere alla richiesta di tanti giovani che si trovano nella necessità di trovare un lavoro. Io sono un operatore televisivo, diplomato in fotografia e video. L’esperienza l’ho fatta sul campo, con molti piacevoli incarichi, ma tutti brevi. Ho mandato in giro innumerevoli curriculum, affrontato colloqui, ricevendo sempre la solita risposta: «Se avremo bisogno, ti manderemo a chiamare». Finora, silenzio assoluto. Nei giorni più neri, quando lo scoramento è forte, penso anche ad atti estremi. Poi, fortunatamente, la lucidità ha il sopravvento e mi dico: coraggio, vai avanti. Ho lavorato come collaboratore, con alti e bassi. E quando non avevo lavoro, mi sovvenzionavano i miei genitori. Come al solito. Sono stato anche a Londra perché, dopo aver acquisito l’esperienza professionale, mi ero imposto di imparare bene una lingua straniera. Non so se questa scelta sia stata un bene o un male, e se l’assenza dall’Italia mi ha fatto uscire dal mondo del lavoro. È da più di un anno che sono rientrato e ancora oggi sto lottando, con tutte le mie forze, per tornare a far parte di quel contesto, senza riuscirci. Sono disperato. Ho provato anche a cambiare lavoro, senza fortuna. Nel civilissimo Nordest qualcuno, vedendo le mie origini (sono siciliano), mi ha esortato ad andare a lavare i vetri delle macchine agli angoli delle strade... La disperazione mi porta a fare due considerazioni: ora non mi resta che andare a rubare. Oppure, quando non riuscirò più a sopportare lo sconforto, portare a termine quell’atto estremo cui più di una volta ho pensato. E che cosa otterrò? Un trafiletto su un giornale o una nota annoiata alla televisione («Si uccide perché non trova lavoro»), letta e ascoltata tra l’indifferenza e l’ipocrisia di tanti. Senza pensare a tutto il dramma, lo sconforto e il disagio che si celano dietro un atto come questo. Ho 37 anni, e ancora devo elemosinare un piatto di minestra ai miei genitori, pensionati al minimo. Perdoni, padre, questo mio sfogo. Lettera firmata Si fanno gli scioperi per rinnovare i contratti, per difendere il posto di lavoro o per cautelarsi sulla mobilità... e per molti altri motivi che riguardano sempre le persone che il lavoro già ce l’hanno. C’è però chi vive sull’altra sponda, dove non arrivano i sindacati, le organizzazioni dei lavoratori, i politici. Fa parte di quel popolo senza voce e senza volto, che non ha rilevanza sociale, perché non è riuscito a munirsi del grande strumento che oggi è fondamentale per essere socialmente visibile. E per rivendicare diritti. Tante altre persone, giovani e meno giovani, sono come il nostro lettore e formano un numeroso esercito di disoccupati. Sono tantissimi, una cifra impressionante. Spesso però ci dimentichiamo che un disoccupato non è un semplice numero fra tanti, ma un caso umano, che nasconde un dramma di vita. Si ha un tesoro enorme, una professione che è stata preparata con studio, fatica e sacrifici, e poi si muore di fame, perché non può essere messa a frutto. Il disagio e la rabbia crescono. Si vedono con angoscia passare gli anni, senza che nulla cambi. Si è presi dall’avvilimento e dallo scoraggiamento. Sempre più impotenti. È come lottare contro un muro di gomma. Si continua a essere cittadini di uno Stato che riconosce tutti i diritti della persona: il diritto di esistere, di parlare, di muoversi, di professare la religione che liberamente si sceglie, di appartenere a questa o a quell’altra corrente ideologica e partitica... Ma tutti questi diritti, in una certa misura, poggiano sul vuoto. Essere senza lavoro è come abitare una casa senza fondamenta. Basta una piccola bufera e tutto crolla. Non si possono fare progetti e non si può affrontare il futuro se non si hanno i mezzi per farlo. Il nostro lettore racconta la sua sofferenza, i sacrifici che ha sopportato per essere all’altezza del lavoro che aveva scelto, le pause positive ma brevi che da una parte l’hanno gratificato, dall’altra non gli hanno garantito la possibilità di stabilizzarsi in una professione che gli permettesse di diventare autonomo e di organizzare una propria vita. Senza subire l’umiliazione di dover dipendere, a trentasette anni, dai genitori. Qualcuno dirà: perché non prende atto dell’impossibilità di sfondare nella direzione desiderata e non accetta di iniziare un lavoro diverso, anche se non proporzionato agli studi fatti? Conosco un giovane che pur diplomato, appunto perché diplomato, non era stato accettato in un’azienda, e allora ha deciso di incominciare la sua carriera dal posto più umile. Poco alla volta ha saputo cogliere le occasioni e farsi strada fino ad avere oggi un posto di responsabilità che lo ripaga del cammino umile e faticoso che ha fatto. È un caso che sembra evocare storie d’altri tempi, quando la persona, dopo aver fatto tutti i mestieri immaginabili e possibili, trovava la sua sistemazione. Ma non è giusto che la società non offra le possibilità perché ogni cittadino, col suo ingegno e col suo impegno, possa trovare un lavoro che gli permetta di diventare autonomo. E di realizzare i suoi progetti di vita. Si fanno tante teorie sul lavoro, e si dicono tante cose belle e vere. Ma tutte suppongono che il lavoro ci sia. Si dice che col lavoro l’uomo collabora con Dio all’opera della creazione, che si inserisce attivamente nella realizzazione di "cieli e terra nuovi", che esprime la ricchezza della sua intelligenza e la trasfonde nel creato, che costruisce realtà e cose che rendono l’uomo più umano in sé stesso e nelle relazioni con gli altri, che contribuisce alla moltiplicazione e distribuzione dei beni della terra fra tutti gli uomini... Questo non toglie che il lavoro sia anche fatica, penosità, contributo alla redenzione. Ma tutti questi discorsi sono inutili per chi il lavoro non ce l’ha. Non si cerca il valore e il significato delle cose che non si hanno. Tutt’al più la persona può chiedersi che significato possa avere nella vita di un uomo il fatto di non possedere le cose minime di cui abbisogna. Di fronte a questi casi tutta la comunità dovrebbe mobilitarsi per evitare che l’indifferenza diventi come le sabbie mobili che si richiudono sui cadaveri che hanno ingoiato. E tutto continui come prima, senza scossoni. Sappiamo che la soluzione non è facile e immediata, esistono problemi complessi e ancora irrisolti. Ma non va distolta l’attenzione dal fatto che un giovane vede sfuggirsi la vita perché non trova lavoro. D.A.
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