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Attualità.
di Guglielmo Nardocci
foto di Giancarlo Giuliani


LAMPEDUSA
GLI ABITANTI ALLE PRESE CON UNA NUOVA "INVASIONE"


LO SBARCO DEI GIORNALISTI

I clandestini «sono dei poveracci che arrivano e se ne vanno». 
Chi rimane, invece, sono gli inviati di Tv e giornali. «Che fanno grossi danni al turismo», dicono gli isolani.


Per la verità quelli di Lampedusa vorrebbero che si pianga e si rida a stagioni alternate: pianto d’inverno perché tutto va male, malissimo e magari qualcuno si ricorda di loro; riso d’estate, perché tutto deve andare bene, benissimo, l’isola è un paradiso, i turisti arrivano a frotte, "in mezzo al mar ci so’ i camin che fumano", i clandestini sono invisibili. Ma la novità è un’altra: sono sbarcati i giornalisti.

Fra verità, mezze leggende, frottole e arrabbiature, in quella perla incontaminata del Mediterraneo chiamata Lampedusa, dove si salvano volentieri le tartarughe, si nutrono legioni di cani randagi, si fa un po’ gli gnorri su quei poveracci imbarazzanti dei clandestini (e c’è una tale che raccoglie firme nella piazza centrale dell’isola per Bergamo capitale), le settimane scorse si è consumata l’ennesima farsa.

Proprio come due anni fa, quando la tragedia di tanti uomini, donne e bambini finiti in pasto ai pesci richiamò giornalisti da tutto il mondo, turbò il sonno e le tasche dei lampedusani, aiutò i turisti a trasformare una vacanza in un’avventura eccitante da far squillare i telefonini: «I cadaveri sulle spiagge? Ma no, mamma! Per adesso non se ne vedono».

Un clandestino sbarcato nei giorni scorsi.
Un clandestino sbarcato nei giorni scorsi.

Invece i giornalisti si vedono, eccome, anzi per la verità si vedono solo loro, le telecamere piazzate lungo la banchina del porto, pronte a trasmettere l’eventuale arrivo di qualche barca zeppa di profughi. Giacomo Notarbartolo, 65 anni, di professione olivaro in via Roma, giura di non aver visto uno sbarco negli ultimi vent’anni: «Io nulla vidi, forse arrivano al buio e subito al campo profughi, tempo un giorno e ancora via ad Agrigento. Una professione, sembra».

Stella Migliosini, commerciante del centro di Lampedusa, ha il dente avvelenato: «Le bugie che i giornalisti hanno raccontato su Lampedusa stanno facendo crollare il turismo, le disdette per luglio piovono già e in agosto chissà come andrà. Si raccontano le cose come se da un momento all’altro i cadaveri dovessero materializzarsi davanti agli ombrelloni. Neanch’io ho visto sbarchi negli ultimi 15 anni. Anzi, uno sì: sbarcavano tutti in fila giù al porto, docili come fossero ammaestrati davanti alle telecamere, come se sapessero già a memoria la scena da girare. Non ce l’abbiamo con loro, sia ben chiaro, sono poveri e bisognosi, ma se arrivano loro arrivate anche voi, le navi militari, gli elicotteri, gli onorevoli, i ministri, i sottosegretari, i generali, i colonnelli, la finanza, i carabinieri, la polizia, la guardia forestale e quella costiera. Per fortuna i turisti se ne stanno al mare e così nessuno vede nulla».

L’estate è importante per i lampedusani. «Non per arricchirci», spiega la proprietaria dell’Hotel Alba d’Amore, «ma per pagarci il viaggio aereo per Palermo o per Roma, anche soltanto per una visita medica specialistica o la Tac».

Il porto di Lampedusa, sullo sfondo del caratteristico borgo marinaro.
Il porto di Lampedusa, sullo sfondo del caratteristico borgo marinaro.

Da vent’anni niente bambini

A Lampedusa non nascono più bambini da vent’anni. «Vuole che le faccia il conto di quanto ho speso quando è nato mio figlio?», dice l’albergatrice. «Le basti sapere che io e mia madre siamo andate a Palermo in aereo e abbiamo dovuto prendere una stanza d’albergo per tutto il periodo del parto e della degenza. Dieci giorni in tutto. Noi aspettiamo l’estate per guadagnare di che vivere, ma soprattutto per scacciare il fantasma delle malattie. E invece il telefono, dopo i racconti inventati dai giornalisti, non squilla più; luglio andrà male e in agosto arriveranno solo i clienti affezionati, quelli che conoscono la verità perché sono già stati qui».

A Lampedusa non c’è un ospedale, né qualcosa che gli assomigli. «Ma rispetto al passato la situazione è notevolmente migliorata», assicura Massimiliano Casagrande, ultimo anno di anestesiologia all’Università di Palermo, in servizio al Pronto Soccorso dell’aeroporto di Lampedusa. «I servizi specialistici essenziali sono garantiti, almeno qualche giorno la settimana. Nei casi gravi corrono gli elicotteri». E anche gli scongiuri, visto che il cardiologo presta servizio solo due giorni la settimana.

L'area in cui vengono lasciate a marcire le barche dei clandestini.
L’area in cui vengono lasciate a marcire le barche dei clandestini.

Sostiene Titi Sanguedolce, re del porto e delle rimembranze, che Lampedusa, «parola mia, non è più quella di una volta. Corriamo dietro ai soldi come falene alle lampare. Ho trascorso la mia vita a creare ricchezza: ristorante, negozio, pesca, affitto di stanze. Ho 80 anni, quattro figlie che mi hanno preceduto nell’aldilà, un figlio che sta morendo. Sopravvivo io che ho tutto ma non ho niente, guitto e pirata nessuna pena per me; e in ogni grazie a Dio che così vuole, e alla vita che non mi abbandona».

Quel grande alveare che è Lampedusa mette in moto ogni anno cinquemila isolani; i posti letto negli alberghi sono duemila, nei residence regolarmente censiti tremila. Non si sa bene quanti posti letto vengono messi sul mercato nelle case private, ma secondo le stime dell’associazione alberghiera dell’isola dovrebbero aggirarsi sui diecimila. In totale, il giro di affari stimato oscilla fra i 50 e i 60 miliardi annui, ovviamente di vecchie lire. Ha ragione Titi Sanguedolce; Lampedusa cambia, come tante volte nel passato, sotto la spinta di eventi straordinari. Giù al porto, Silvia e Sante Emiliani producono ancora delicatissimi sgombri in scatola con il pesce pescato la notte prima. «Ma i nostri figli sono altrove», spiega Sante, «li abbiamo spinti via perché questo mestiere non è più competitivo. Siamo in vendita, troppi costi, troppe avversità».

Padre Leo, parroco di Lampedusa.
Padre Leo, parroco di Lampedusa.

Uno che scruta l’ultimo segno

Avversità che non hanno scoraggiato la famiglia Consiglio. Nella zona dell’aeroporto hanno messo in piedi un’impresa di acquacoltura all’avanguardia, in collaborazione con l’Enea e l’Università romana di Tor Vergata. «Tutto merito di mio padre», racconta Andrea Consiglio, studi nelle migliori università italiane e straniere, tanta passione per il suo mestiere. «Era un commerciante di pesce all’ingrosso, ma con uno sguardo sempre lontano, molto più lontano dell’ultimo orizzonte che vedo io. Però lui è un vero lampedusano, più di me».

Com’è un vero lampedusano? «È un uomo in un’isola che scruta anche l’ultimo segno, il più inutile, per tirarci fuori un’idea buona per sopravvivere», dice il grande vecchio Vincenzo Consiglio, «ma anche uno che ringrazia ancora Paolo Emilio Taviani, che arrivò qui tanti anni fa, si mise le mani nei capelli e mantenne quello che promise: un aeroporto, un dissalatore, la scuola media».

Vincenzo Consiglio, titolare di uno stabilimento di acquacoltura all'avanguardia.
Vincenzo Consiglio, titolare di uno stabilimento
di acquacoltura all’avanguardia.

«In fondo un grazie va anche a Gheddafi, che ci spedì il missile nel 1986, rivelando al mondo quel paradiso che è la nostra isola», ride divertito padre Leo, parroco di Lampedusa. «Ma quella volta lo sbarco dei giornalisti fu una benedizione, quasi come gli americani».

Guglielmo Nardocci

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