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Attualità.
di Guglielmo Sasinini


MEDIO ORIENTE
ALLA VIGILIA DELLA VISITA IN EUROPA DI ABU MAZEN


I SEGRETI DEL PROFESSORE

Ritratto del premier palestinese, chiamato "il professore silenzioso". Sostenuto da israeliani e americani, è disperatamente solo tra i suoi.

Gerusalemme

Il personaggio che nei prossimi giorni incontrerà Silvio Berlusconi e i leader dell’Unione europea avrà bisogno di una certa dose di tempo supplementare per spiegare perché la "mappa della pace" ha assoluta necessità dell’appoggio incondizionato dell’Europa.

Mahmoud Abbas, più noto come Abu Mazen, da alcune settimane premier dell’Autorità palestinese, è infatti un intellettuale riservato, schivo, freddo, razionale, perennemente imbronciato, che parla con voce bassissima e ha sempre amato operare nel cono d’ombra dei grandi eventi internazionali che negli ultimi quarant’anni hanno scandito i rapporti tra Israele e i palestinesi, lasciando il palcoscenico agli altri.

Nato nel 1935 a Safad, in Galilea, figlio di pastori, a 13 anni, durante la prima guerra israelo-palestinese, Mahmoud Abbas fugge dal suo villaggio e con la famiglia si trasferisce in Siria, si iscrive all’Università di Damasco, si laurea in Legge, quindi va a Mosca per il master, presentando una tesi sul ruolo del sionismo negli anni ’70. In quel periodo si impadronisce anche delle dinamiche della diplomazia sovietica.

Nella tumultuosa galassia dei movimenti armati palestinesi Abu Mazen si impone rapidamente proprio per la sua attitudine alla discrezione, tanto da essere soprannominato "il professore silenzioso". Dal 1980 è nella sfera di Yasser Arafat, nel comitato esecutivo del Fatah, ma preferisce stabilirsi con la moglie e i tre figli nel Qatar, dove si dimostra un ottimo uomo d’affari.

Arafat (foto Reuters).
Arafat (foto Reuters).

L’uomo dei primi contatti

Quando Arafat lo vuole accanto a sé nella diaspora palestinese, dalla Giordania al Libano, alla Tunisia, Abu Mazen lascia moglie e figli nell’emirato e si pone docilmente al suo fianco. È lui l’uomo dei primi contatti segreti con gli israeliani, che già nel ’74 incontrava a Ginevra personalità di spicco della sinistra israeliana. È sempre lui che allarga i rapporti confidenziali con i circoli israeliani che ipotizzavano una coesistenza pacifica coi palestinesi, agli occhi dei quali diventa un interlocutore serio, leale, padrone della materia di cui si discute, anche se al momento delle decisioni Abu Mazen si faceva da parte, lasciando l’ultima parola ad Arafat. La sua esperienza diventa utile nel ’93, quando Rabin e Peres decidono di esplorare la possibilità di un accordo stabile. Abu Mazen intesse la fitta trama delle trattative e diventa il maggiore responsabile dell’accordo di Oslo, il che fa ingelosire Arafat, che in lui inizia a intravedere un pericolo per la sua leadership.

I litigi tra i due diventano plateali e appaiono inconciliabili con lo scoppio della seconda Intifada. Per Abu Mazen non è più il tempo delle illusioni, ai suoi compatrioti dice che Israele è una realtà che non può essere discussa, che la violenza e gli attentati portano solo altra violenza e allontanano la nascita di uno Stato palestinese. Parole che per Arafat suonano come sanguinosi insulti. Il grande capo dell’Olp accusa Abu Mazen di fare il gioco degli americani e degli israeliani, cerca di delegittimarlo, i gruppi radicali come Hamas e Jihad lo minacciano di morte, altri affermano che essendo di religione bahai, una minoranza perseguitata in Medio Oriente, non può parlare per i musulmani.

Abu Mazen non risponde, compie un pellegrinaggio alla Mecca e prosegue imperterrito, forte del riconoscimento sempre più deciso di Gerusalemme e di Washington, che lo considerano l’unica seria alternativa ad Arafat. All’interno dell’Olp è sorretto dalla corrente più pragmatica e intellettuale, quella che mantiene aperto il dialogo anche con la minoranza cristiana, mentre la piazza è aprioristicamente dalla parte di Arafat.

Disarmare gli integralisti

Per giocarsi la partita di premier, Abu Mazen diventa ancora più cauto. Incontra Arafat a Ramallah, dopo un’anticamera di giorni, si sottopone alle sue sfuriate, alcuni dicono che in un’occasione l’anziano leader gli abbia addirittura puntato una pistola alla tempia, quindi a voce bassissima espone al capo il suo progetto: fermare il bagno di sangue e raggiungere un accordo con Israele. Condannare risolutamente gli attacchi terroristici, disarmare i movimenti integralisti, porre fine all’Intifada armata.

Ad Hamas e Jihad lancia un appello inequivocabile: «Deponete le armi, cessate l’escalation di violenza, siate realisti. Il mio compito è quello di alleviare le sofferenze del popolo palestinese. La soluzione di questo problema non ha bisogno di altro sangue, di incitamento alla violenza, di propaganda, di fanatismo. Il mio obiettivo è di arrivare entro il 2005 alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, con Gerusalemme Est come capitale, e a un regolamento della questione dei profughi palestinesi».

Arafat è alle strette, israeliani e americani non lo riconoscono più come un interlocutore valido, la guerra in Irak ha dato il colpo di grazia alle sue ultime velleità, è costretto ad accettare che "il professore silenzioso" dell’Olp venga eletto primo ministro dell’Autorità palestinese. Abu Mazen si trova così in una situazione paradossale. È l’unico leader palestinese con cui Sharon e gli americani parlano, ma non può controllare tutte le leve del potere e deve evitare i trabocchetti che Arafat dispone sul suo percorso. È anche schiacciato fra le richieste dell’Unione europea, della Russia e delle Nazioni Unite e i critici palestinesi della road map, che temono la continuazione degli insediamenti ebraici e gli fanno osservare che il grande muro in corso di costruzione sembra fatto apposta per allargare il territorio israeliano e collocare decine di villaggi palestinesi in una sorta di terra di nessuno, nella quale gli abitanti non avranno né identità né diritti.

Il premier Abu Mazen risponde che l’economia dell’Autorità palestinese è in rovina, che le condizioni di vita della popolazione sono intollerabili, che la pace è ormai indispensabile. La tregua, accettata da Hamas, Jihad, Brigate Al Aqsa, e la conseguente previsione di un lungo periodo di "cessate il fuoco", sembrano sostenere la sua linea. Di certo pochi leader sono apparsi all’inizio di una difficilissima trattativa così determinati, così schietti nel denunciare le ambiguità della propria leadership, ma anche così disperatamente soli.

Guglielmo Sasinini

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