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La definisce «il veleno dell’invidia che turba tante relazioni femminili», in un passaggio del suo recente saggio, Parlar d’amore (Rizzoli). Dell’invidia conosce molto, per averla curata come psicologa clinica e studiata come teorica (è docente di Psicologia dinamica all’Università di Pavia). Silvia Vegetti Finzi, un nome autorevole della psicoanalisi italiana noto anche al grande pubblico, per mestiere ed esperienza umana sa che «non esistono pulsioni senza ombre e l’ombra dell’affetto tra donne è l’invidia. Tra l’altro, è la pulsione più difficile da ammettere: è molto arcaica, è il primo sentimento negativo che il bambino prova, verso la madre che ha tutto e può tutto».
«È meno riconoscibile di quella maschile, più sotterranea, agisce in modo meno diretto. Gli uomini, mettendosi in competizione, trovano il modo di rappresentare l’invidia e di regolarla, incanalarla verso fini socialmente utili: in questo campo si dà il meglio di sé, sempre che la competizione non sia esasperata. Ma per secoli la specialità femminile sono stati i rapporti privati, nei quali le pulsioni aggressive dell’invidia sono temperate da un grande affetto. Le donne la vivono con più sensi di colpa, perché ne avvertono la pericolosità e cercano di automoderarla, stanno attente a rappresentarla in modo soft e a non rompere i rapporti».
«Sì, ma la competizione non corrisponde alla mentalità femminile, la cui tradizione affettiva è appunto un’altra. Nel lavoro, nella vita pubblica, la donna cerca di adeguarsi alla mentalità maschile, portandoci però più emotività e magari più aggressività. Non ammette la competizione fine a sé stessa, magari si sente in colpa e perciò ha bisogno di vedere nel rivale un nemico. Così, se l’uomo anche mentre compete mantiene un fondo di solidarietà, la donna se è aggressiva tende a essere distruttiva. Insomma, Eva contro Eva è una lotta più dura che Adamo contro Adamo».
«Non abituata a una competizione regolata, la donna si sente autorizzata a prendere quello che ritiene suo di diritto. Per esempio, tra le lettrici di Io donna che mi scrivono, non ne ho mai trovata una che si facesse scrupoli nel portar via il partner a un’amica. Mentre per gli uomini l’amicizia è la virtù per eccellenza e ci pensano cento volte prima di strappare la donna a un amico».
«Sì, le madri che non si sentono realizzate. Attenzione: non si tratta di aver avuto tutto, ma di poter dire: "ho vissuto e ho ancora un mio progetto di vita da portare avanti". È decisivo il bilancio interiore che si fa della propria vita: se la valutazione è negativa, questa inquietudine tende a proiettarsi sulla figlia in termini negativi, come nella favola di Biancaneve, dove la matrigna non può vivere sapendo che l’altra le fa ombra. In questi casi la madre non riesce a far prevalere i propri aspetti generosi, ma è bloccata da spinte contrapposte. D’altronde il rapporto madre-figlia è il più difficile, è un po’ un corpo a corpo».
«Intanto, ci vorrebbe una parola che definisse l’invidia
buona, che non è desiderio del male altrui ma che fa pensare: "mi
piacerebbe essere come te, avere quello che hai tu, senza però toglierti
nulla". Quando l’invidia delle donne è normale, e non distruttiva,
ha anche un valore positivo, perché ci rende molto attente l’una all’altra,
mentre gli uomini sono più distratti, più superficiali nei loro
rapporti. Non si tratta perciò di controllarsi maggiormente, perché di
controllo ne abbiamo avuto fin troppo, ma, in primo luogo, di ammettere l’invidia:
è un primo passo. Poi, quanto più l’opposizione è resa esplicita e
condivisa e le donne imparano a parlare tra loro, tanto più si attenuano
gli aspetti negativi dell’invidia. Un altro passo consiste nell’acquistare
ironia, come succede nel Diario di Bridget Jones. Ridendo e
prendendoci in giro, riusciamo a liberarci dai cattivi sentimenti, che
scompaiono con una risata. Anche tra madre e figlia, sdrammatizzare può
essere più utile che soffermarsi troppo a lungo su queste cose. Né si
pensi che il rapporto madre-figlia debba essere perfetto: quanto più si
ama, tanto più ci si espone al rischio di essere delusi».
Rosanna
Biffi
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