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Amiche o rivali?

 

 
Attualità.
di Rosanna Biffi


INCHIESTA
IL PARERE DELLA PSICOLOGA SILVIA VEGETTI FINZI


EVA CONTRO EVA? 
PEGGIO DI ADAMO CONTRO ADAMO


Le donne invidiose sono più "cattive" degli uomini. «E l’antidoto migliore è una buona dose di ironia».

La definisce «il veleno dell’invidia che turba tante relazioni femminili», in un passaggio del suo recente saggio, Parlar d’amore (Rizzoli). Dell’invidia conosce molto, per averla curata come psicologa clinica e studiata come teorica (è docente di Psicologia dinamica all’Università di Pavia).

Silvia Vegetti Finzi, un nome autorevole della psicoanalisi italiana noto anche al grande pubblico, per mestiere ed esperienza umana sa che «non esistono pulsioni senza ombre e l’ombra dell’affetto tra donne è l’invidia. Tra l’altro, è la pulsione più difficile da ammettere: è molto arcaica, è il primo sentimento negativo che il bambino prova, verso la madre che ha tutto e può tutto».

  • Com’è l’invidia femminile?

«È meno riconoscibile di quella maschile, più sotterranea, agisce in modo meno diretto. Gli uomini, mettendosi in competizione, trovano il modo di rappresentare l’invidia e di regolarla, incanalarla verso fini socialmente utili: in questo campo si dà il meglio di sé, sempre che la competizione non sia esasperata. Ma per secoli la specialità femminile sono stati i rapporti privati, nei quali le pulsioni aggressive dell’invidia sono temperate da un grande affetto. Le donne la vivono con più sensi di colpa, perché ne avvertono la pericolosità e cercano di automoderarla, stanno attente a rappresentarla in modo soft e a non rompere i rapporti».

  • La competizione si potrebbe definire un’invidia vissuta secondo regole?

«Sì, ma la competizione non corrisponde alla mentalità femminile, la cui tradizione affettiva è appunto un’altra. Nel lavoro, nella vita pubblica, la donna cerca di adeguarsi alla mentalità maschile, portandoci però più emotività e magari più aggressività. Non ammette la competizione fine a sé stessa, magari si sente in colpa e perciò ha bisogno di vedere nel rivale un nemico. Così, se l’uomo anche mentre compete mantiene un fondo di solidarietà, la donna se è aggressiva tende a essere distruttiva. Insomma, Eva contro Eva è una lotta più dura che Adamo contro Adamo».

  • È così anche in amore?

«Non abituata a una competizione regolata, la donna si sente autorizzata a prendere quello che ritiene suo di diritto. Per esempio, tra le lettrici di Io donna che mi scrivono, non ne ho mai trovata una che si facesse scrupoli nel portar via il partner a un’amica. Mentre per gli uomini l’amicizia è la virtù per eccellenza e ci pensano cento volte prima di strappare la donna a un amico».

  • Nel rapporto con le figlie, ci sono madri che rischiano più di altre di essere invidiose?

«Sì, le madri che non si sentono realizzate. Attenzione: non si tratta di aver avuto tutto, ma di poter dire: "ho vissuto e ho ancora un mio progetto di vita da portare avanti". È decisivo il bilancio interiore che si fa della propria vita: se la valutazione è negativa, questa inquietudine tende a proiettarsi sulla figlia in termini negativi, come nella favola di Biancaneve, dove la matrigna non può vivere sapendo che l’altra le fa ombra. In questi casi la madre non riesce a far prevalere i propri aspetti generosi, ma è bloccata da spinte contrapposte. D’altronde il rapporto madre-figlia è il più difficile, è un po’ un corpo a corpo».

  • Rimedi all’invidia tra donne?

«Intanto, ci vorrebbe una parola che definisse l’invidia buona, che non è desiderio del male altrui ma che fa pensare: "mi piacerebbe essere come te, avere quello che hai tu, senza però toglierti nulla". Quando l’invidia delle donne è normale, e non distruttiva, ha anche un valore positivo, perché ci rende molto attente l’una all’altra, mentre gli uomini sono più distratti, più superficiali nei loro rapporti. Non si tratta perciò di controllarsi maggiormente, perché di controllo ne abbiamo avuto fin troppo, ma, in primo luogo, di ammettere l’invidia: è un primo passo. Poi, quanto più l’opposizione è resa esplicita e condivisa e le donne imparano a parlare tra loro, tanto più si attenuano gli aspetti negativi dell’invidia. Un altro passo consiste nell’acquistare ironia, come succede nel Diario di Bridget Jones. Ridendo e prendendoci in giro, riusciamo a liberarci dai cattivi sentimenti, che scompaiono con una risata. Anche tra madre e figlia, sdrammatizzare può essere più utile che soffermarsi troppo a lungo su queste cose. Né si pensi che il rapporto madre-figlia debba essere perfetto: quanto più si ama, tanto più ci si espone al rischio di essere delusi».

Rosanna Biffi
   
    
«MADRE E FIGLIA, MEGLIO DIVERSE»

Le donne fanno il mea culpa e riconoscono di poter essere anche aggressive, invidiose, rivali. Ma che cosa pensano gli uomini di questa riflessione, partita da quelle stesse femministe che per decenni hanno ribadito le qualità enormi e ineguagliabili dell’emisfero rosa?

«Tanto per cominciare, non apprezziamo che ci si affretti a definire "mascolinizzazione" l’irrompere della competizione fra le donne», commenta Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia), che da anni monitora, con ricchi e documentati Rapporti sulla famiglia, la realtà italiana. «Nel mondo del lavoro l’alleanza è poco frequentata e vince la logica competitiva, che di solito viene definita "maschile". Ma quello che determina questa situazione è il contesto stesso, non una differenza di genere. È l’ambiente lavorativo che crea la competizione, in cui le donne, come tutti sanno, devono "spendere" ancora di più di un uomo per avere il medesimo risultato».

L’aggressività della tiger lady, la "donna tigre" competitiva e determinata, è indirizzata verso tutti i suoi competitori, che siano uomini o donne. «Tanto per essere chiari», spiega Belletti, «non credo proprio che la situazione in un’azienda cambierebbe se il direttore del personale fosse una donna. Quello che si rivela decisivo è l’ambiente, come dimostrano per converso le realtà in cui c’è un progetto di impresa comune, come le cooperative o le realtà di imprenditorialità femminile, che le donne declinano in modo molto interessante».

Che la donna sia più attenta alle relazioni e ai particolari e che tenda a tenere tutti gli aspetti della vita insieme in un tutt’uno sono pregi che da sempre le vengono riconosciuti, ma in alcuni casi possono rivelarsi un ostacolo.

«Se nell’ambito del lavoro litighi con una donna», ricorda Belletti, «non discuti su un singolo aspetto, ma con tutta la sua persona, come se mettessi in gioco l’intero rapporto. L’intreccio femminile è ben più complicato. Basta vedere quello che accade se alleni una squadra di adolescenti femmine. Le donne hanno un’aspettativa maggiore e si "giocano tutte", un "di più" di cui ognuno di noi uomini in famiglia misura ogni giorno i grandi doni».

Anche sulla peculiarità della competizione madre-figlia il sociologo ha qualche dubbio: «Nella nostra società non dobbiamo certo preoccuparci di questo contrasto. Anzi, vedo molti più rischi nella mancanza di opposizione, che caratterizza molte famiglie.

Si cerca l’omologazione, l’uguaglianza a tutti i costi. I genitori devono essere giovani come i figli e i figli liberi come i genitori. La "fusionalità" è un rischio della nostra società, perché impedisce la costruzione dell’identità autonoma».

r.m.


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