Ecco la
storia. Il tono risoluto, assertivo, perentorio del titolo dell’ultimo
romanzo di Daniel Pennac è immediatamente corretto dal suo incipit. «Sarebbe
la storia di un dittatore agorafobico», annuncia timido e dubitativo l’autore,
coniugando al condizionale l’attacco. E, umile, prosegue: «Poco importa
il Paese». Ipotetico, ancora aggiunge: «Mettiamo che la capitale si chiami
Teresina, come la capitale del Piauí in Brasile», Paese «troppo povero
per servire da cornice a una favola sul potere».
Pennac pensa ad alta voce. Si rivolge confidenzialmente al
lettore. Scopre le carte, schiude l’officina della narrazione. Poi
lentamente, pigramente, la mette in moto. Non è un caso che abbia concepito
l’intera vicenda disteso su un’amaca (citata nel titolo in francese, Le
Dictateur et le Hamac, cui comunque lo scrittore confessa di preferire
il titolo della versione italiana). Una volta avviata, però, la macchina
narrativa gira bene. Seppure su ingranaggi complicati: l’omonimia che
sdoppia già all’inizio la Teresina vera e la fittizia non è infatti che
il primo di una lunga serie di giochi allo specchio.
Il dittatore agorafobico, per sfuggire al destino funesto
predetto da una maga, si sceglie un sosia. Che a sua volta si sceglie un
sosia che a sua volta si sceglie un sosia. L’ultimo della catena di "similpotenti"
nutre segrete ambizioni d’attore, si scopre identico a Rodolfo Valentino e
finisce a recitare sul set di Il grande dittatore di Chaplin.
Sfuggito a un regime totalitario, ci rientra così attraverso il mondo di
celluloide. Stessa manovra, ma alla rovescia, compie la figura chiave di
Sonia, che se ne esce dal mondo di carta del romanzo per incontrare Monsieur
Pennac e signora in un caffè di Parigi e raccontare loro quello che sa
degli altri personaggi.
Lo slalom con cui lo scrittore procede zigzagando tra i
protagonisti e le loro controfigure (sosia, attori o vivi ispiratori), tra
autobiografia e narrazione, immaginazione e vissuto, storia e metastoria,
non è affatto cervellotico e tortuoso come si potrebbe temere. Dondolandosi
piuttosto tra realtà e finzione al ritmo cullante dell’amaca, il
romanziere si abbandona alle sue (non oziose!) invenzioni.
E alla fine, senza avvitarsi troppo su sé stesso
(rischiando di ribaltarsi e capitombolare), tira le fila di trame e
sottotrame, riporta tutte le divagazioni all’intreccio principale, chiude
il suo racconto e lo porge al lettore per il puro piacere di leggerlo.
Voilà: ecco la storia.