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Attualità.
di Alberto Laggia


VOLONTARIATO
L’INIZIATIVA DELLA FONDAZIONE "EMILIA BOSIS"


UNA STRANA CAROVANA

In trenta, fra pazienti con disturbi psichici, operatori e volontari, hanno attraversato la campagna bergamasca a cavallo: «Perché i veri ostacoli sono i nostri pregiudizi».

Una stravagante carovana come la loro, che giunge con rumorosi carri ad abbeverare cavalli e a ristorare le membra all’ombra di olmi e pioppi proprio davanti all’ingresso del suo castello, avrebbe sicuramente destato la curiosità perfino dell’"Invincibile" capitano di ventura Bartolomeo Colleoni, che qui a Malpaga (Bergamo) nel 1458 pose la sua dimora restaurando una fortificazione del Trecento.

Da buon condottiero avrebbe, tutt’al più, suggerito loro di correggere la citazione del romanziere José Saramago stampigliata sulle magliette bianche dei partecipanti, "La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro", in: "La fine di una guerra è solo l’inizio di un’altra". Ma avrebbe apprezzato il loro spirito d’avventura e la sfida ai luoghi comuni.

Con quell’aria un po’ da circensi in cerca di una piazza in cui esibirsi e un po’ da pionieri del Far West, una trentina di viaggiatori, il più piccolo di 13 anni e il più anziano di 70, su sei carrozze e calessi, tre trattori e un paio di bici che servono da staffetta, non passano certo inosservati, anche se il loro itinerario nella Bergamasca evita il più possibile l’asfalto e scarta i grossi centri, per procedere lungo solitari sterrati e argini fluviali.

I protagonisti di quest’avventura itinerante sono una quindicina di pazienti che soffrono di disturbi mentali e altrettanti tra operatori e volontari della Fondazione bergamasca "Emilia Bosis", un organismo non profit nato nel 1998, che, raccogliendo l’eredità storica della comunità "Logos" dell’ex ospedale psichiatrico di Bergamo, si occupa di riabilitazione e risocializzazione di ammalati psichici, gestisce comunità residenziali e centri diurni sotto la direzione di un’équipe di psichiatri, psicologi, educatori e infermieri professionali. Insomma, rappresenta il "nuovo" che cerca di seppellire per sempre il "vecchio", che si chiama manicomio.

Per tetto basta un portico

Il viaggio fa parte del progetto "Equus 2003" e si svolge in 10 giorni, nei quali il gruppo si muove a brevi tappe per visitare uno degli angoli più rigogliosi della Pianura padana. Si parte da Bergamo e si arriva a Curno: si percorrono tratti dei fiumi Adda, Oglio, Serio e Brembo, e si sosta per visitare i luoghi naturalistici più suggestivi e alcuni tra i più bei castelli lombardi, da Brignano d’Adda a Soncino, dalla Rocca di Romano di Lombardia al castello di Torre Pallavicina. Il riparo per la notte viene garantito dalle comunità locali, parrocchie o aziende, scuole o centri ippici. D’altra parte, col caldo che fa quest’estate, per tetto basta anche un portico.

«Di sera c’è l’incontro con la popolazione locale, con le associazioni. Si fa festa, si assiste a spettacoli teatrali e concerti. Per mescolarci con la gente e per sensibilizzare i cittadini ai problemi della malattia mentale e presentare le realizzazioni delle nostre comunità», spiega Pier Giacomo Lucchini, fondatore e presidente della "Emilia Bosis", un educatore con un bel po’ d’anni di lavoro alle spalle in strutture psichiatriche pubbliche, tanta passione per la montagna e per il cavallo. «Il messaggio è chiaro: perché, chi soffre di schizofrenia o di disturbi dell’umore o è depresso, non può vivere esperienze belle, momenti esaltanti come i cosiddetti normali?».

E cosa c’è di più esaltante e coinvolgente dell’esperienza del viaggio? Della poesia dell’andare altrove, per chi magari ha alle spalle quarant’anni di reclusione in manicomio?

«Il viaggio rompe gli schemi del previsto, del quotidiano, porta fuori dalla famiglia e dalla sua patologia, ti costringe a organizzarti per affrontare le improvvise difficoltà. Se poi con te c’è il cavallo, ti provoca a prendersi cura, e aumenta la tua autostima quando, seduto a cassetta, riesci a reggere le briglie in mano e tenere la strada», aggiunge Lucchini.

E se poi il viaggio avesse una meta esotica, lontana, che sapesse di avventura e di libertà? L’esperienza sarebbe ancora più forte, catartica. E infatti, fedele a questa filosofia terapeutica e di vita, la Fondazione, fin dalla sua nascita, organizza trekking avventurosi, con mete che qualcuno ha definito "folli" per dei soggetti con disturbi psichici.

«Nel 1998 in sei operatori e sette pazienti siamo partiti per il Nepal e abbiamo raggiunto la "Piramide"-laboratorio del Cnr sul ghiacciaio del Khumbu, a oltre 5.000 metri, ai piedi dell’Everest», ricorda Armando Testa, infermiere psichiatrico sin dal lontano 1972, l’altra anima della "Emilia Bosis".

Nel 2001 è stata la volta della Patagonia col progetto "LiberaMente". Ivan, uno dei pazienti partecipanti a quel trekking, come a questa carovana estiva, ricorda quell’esperienza che li ha portati dalle pendici del Cerro Torre al poderoso ghiacciaio Perito Moreno, fino alle incontaminate e desertiche lande della Peninsula di Valdés.

Con i sandali sul Kilimangiàro

«Amo il vento della Patagonia», dice, «perché devo mettere tutte le mie energie per resistergli, e tutto ciò mi dà forza, accresce la stima di me stesso e le mie capacità». In poco più di un anno ha molto diminuito la terapia farmacologica e oggi sta alla guida di un carro.

Agli inizi del 2003 si è svolto il terzo trekking, stavolta sul Kilimangiàro. Un’altra scommessa vinta: i 13 della spedizione sono saliti dalle pendici del monte africano fino a 5.070 metri.

Silvia, una paziente della Fondazione, si è "fermata" (si fa per dire) a 4.700 metri, raggiunti in sandali: «Non pensavo di arrivare così in alto, se non c’era Ivan che mi spingeva non ci sarei mai arrivata... Non me l’aspettavo di avere così tanta energia dentro».

La "montagnaterapia" evidentemente funziona. Anche come metafora: «È vero, ci vuole un po’ di follia per andare su montagne così difficili, ma così, per una volta, si accorgono di te. Il monte più difficile da scalare non è il Kilimangiàro, ma quello dei nostri preconcetti sulla malattia mentale. I muri più duri da abbattere non sono quelli di cemento dei manicomi, ma i manicomi culturali che stanno nelle nostre teste», denuncia Lucchini.

Non bisogna fermarsi. Ma, per fortuna, la carovana lo sa che "la fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro".

Alberto  Laggia

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