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di
Antonino Zichichi |
LA
SCOPERTA DEL NUMERO PRIMO PIÙ LUNGO DA PARTE
DI UNO STUDENTE AMERICANO
INTERNET
DÀ I NUMERI
Michael Shafer partecipa al progetto Gimps, che mette in
parallelo centinaia di migliaia di computer impegnati nella ricerca.
Fu Euclide, 350 anni prima dell’era
cristiana, a scoprire che non c’è limite a quanto grande possa essere il
più grande dei numeri primi. Il numero 10 non ha la proprietà di essere
"primo" in quanto è divisibile per 2 e 5. Si definisce, infatti,
"numero primo" un numero che non si può dividere per alcun altro
numero eccetto sé stesso.
Esempio: 7. Se lo dividiamo per 2 otteniamo 3,5. Con
qualsiasi numero si divida 7, il risultato non sarà mai un numero intero:
ecco perché al numero 7 si attribuisce la proprietà di numero primo. I
numeri primi sono i mattoni su cui è costruita la "teoria dei
numeri". Partendo da zero, ecco la serie dei numeri primi: 2, 3, 5, 7,
11 e così via. I numeri primi sono essenziali per rendere indecifrabile un
codice segreto.
Nel secolo XVII un monaco francese, Marin Mersenne
(1588-1648), propose una formula per scoprire nuovi numeri primi. Per
dimostrare la validità della formula di Mersenne ci sono voluti 300 anni e
una serie di scoperte nella "teoria dei numeri". La difficoltà
nel trovare nuovi numeri primi sta nel fatto che non si riesce a scoprire
come sono distribuiti. Si sa che esistono e che non c’è alcun limite a
quanto grande possa essere il più grande di tutti, ma trovare il più
grande di tutti i numeri primi noti è un’impresa al limite delle
possibilità.
A questo scopo è stato istituito un premio di centomila
dollari per chi scopre un numero primo fatto con dieci milioni di cifre.
Quello scoperto da Michael Shafer, uno studente in ingegneria chimica dell’Università
statale del Michigan (Usa), è fatto con 6.320.430 cifre. Per scriverlo a
mano ci vorrebbe più di un mese.

Michael Shafer, lo studente americano che ha scoperto il numero primo
più lungo (per il momento) nell’ambito del progetto Gimps
(foto AP).
Supercomputer virtuale
Il record di Shafer è stato ottenuto grazie al progetto
Gimps (Great Internet Mersenne Prime Search) cui partecipano 60.000
volontari distribuiti in scuole, università e uffici vari dove ci sono
computer. Il progetto Gimps mette insieme (in parallelo) centinaia di
migliaia di computer, creando così un supercomputer virtuale che lavora con
una velocità di calcolo pari a novemila miliardi di operazioni in un solo
secondo.
Per scoprire il più grande dei numeri primi finora noti,
usando un solo computer di quelli messi in parallelo, ci sarebbero voluti
250.000 anni. Ecco il vantaggio del cosiddetto "calcolo parallelo"
che rende il progetto Gimps unico, nel suo genere, al mondo.
Tanti successi in otto anni
L’idea di creare – grazie appunto a Gimps – un
supercomputer virtuale fu di George Woltman, che può essere orgoglioso
della sua creatura. Infatti Gimps lavora da ben otto anni e ha ottenuto già
tanti successi, dei quali la scoperta di Shafer è il sesto, ma certamente
non l’ultimo. È forse bene ricordare che nel 1961 si conoscevano appena
20 numeri di Mersenne. Nei due decenni successivi ne sono stati scoperti
altri sette.
Nel maggio dell’anno 2000, un collaboratore del progetto
Gimps ha scoperto il numero primo più lungo di tutti per quei tempi, con un
milione di cifre, ricevendo per questa impresa un premio di 50.000 dollari.
La scoperta di questo nuovo numero primo, che è appena il quarantesimo dei
numeri di Mersenne, ha richiesto due anni e l’uso di 200.000 computer.
I numeri di Mersenne sono una classe speciale e rara di
numeri primi. Il vantaggio che essi hanno è semplicissimo: c’è una
formula con la quale calcolarli e quindi scoprirli. La gara è aperta e
continua con sempre maggiore entusiasmo in tutto il mondo.
Antonino Zichichi
Le
frontiere della ricerca
Una rana
davvero incredibile
Nelle Seychelles c’è un tipo di rana, detto Sooglossidae,
di cui non si era mai riusciti a trovare un parente genetico. Alcuni
studiosi avevano suggerito che quel ramo si era estinto. In una zona
di isole dell’India orientale è stata scoperta una strana rana:
è di colore porpora, lunga sette centimetri e ha il muso appuntito.
Gli scopritori le hanno dato il nome di Nasika Batrachus
Sahyadrensis, Nbs.
Con la testa molto piccola, è la rana più
originale che si possa immaginare. Il suo Dna è identico a quello
delle rane delle Seychelles, che però hanno seguìto un’altra
strada evolutiva, tanto da apparire totalmente diverse. Le due
famiglie nascono dallo stesso ceppo, vissuto 130 milioni di anni fa
nel continente chiamato Gondwana. Questa stranissima rana è di
notevole interesse per l’evoluzione di quella specie, perché di
questo ramo evolutivo non esistevano fossili. La scoperta è stata
giudicata "la più importante negli ultimi cento anni".
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La
notizia della settimana
Perché i
biscotti si sgretolano
C’è voluto l’impegno di alcuni fisici dell’Università
di Loughborough, in Gran Bretagna, per dare soddisfazione a
pasticcieri e massaie che non riuscivano a spiegare come mai i
biscotti si rompano così facilmente. Le fabbriche e i trasportatori
di biscotti si accusavano a vicenda. La credibilità dei produttori
e dei trasportatori lasciava perplessi; non quella delle massaie. È
proprio prestando fede a loro che gli specialisti hanno scoperto che
il motivo della fragilità della struttura del biscotto nasce da due
forze di segno opposto che si producono dopo la cottura.
Sulla superficie del biscotto si forma un po’ di
umidità per via del vapore acqueo presente nell’aria, che,
trovandosi a una temperatura superiore a quella del biscotto appena
cotto, si condensa sui bordi, provocando una dilatazione. Il centro
del biscotto, però, nel raffreddarsi, evapora l’umidità
intrinseca producendo una contrazione. Nel biscotto si producono
quindi sottilissime fessure, in quanto la parte interna si restringe
e quella esterna si dilata. I produttori, i trasportatori dei
biscotti – e ovviamente anche le massaie – non hanno alcuna
colpa.
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Vorremmo
saperne di più
Le "nuove"
incisioni di Stonehenge
A occhio nudo era impossibile rendersene conto.
Eppure gli 83 pezzi di pietra che compongono il famoso monumento
preistorico di Stonehenge, in Gran Bretagna (foto in basso), erano stati osservati
per anni dagli studiosi, che cercavano segni di primitiva scrittura.
E quei segni erano stati trovati. Il primo nel 1953, seguìto da un’altra
decina.
Studiando al laser 3 delle 83 strutture in pietra
massiccia, sono state adesso scoperte molte incisioni di un paio di
millimetri, con tracce di bronzo. Confrontandole con quelle di 50
anni fa, gli specialisti concludono che è in atto un processo di
grave erosione e che si rischia la loro scomparsa.

(foto AP).
Stonehenge venne costruita 2.300 anni avanti
Cristo, ma le incisioni sono di 500 anni dopo, quando incominciarono
a essere usati strumenti in bronzo. Gli archeologi erano e sono
convinti che quando quel monumento è stato realizzato, il suo scopo
era di onorare i defunti. Altri hanno notato che, essendo la
struttura allineata lungo la direzione che hanno i raggi del sole
quando sorge nel solstizio d’estate, il suo scopo doveva essere
quello di misurare lo scorrere del tempo.
Una terza scuola di pensiero sostiene che il sole
poteva avere valore simbolico per un monumento in onore dei defunti
e che quindi le due ipotesi non sono contraddittorie.
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