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LA "MAGIA" DEL NATALE NEL RACCONTO DI UNA NATIVITÀ AD HAITI GESÙ NATO TRA LE BARACCHE Maurizio, missionario laico ad Haiti, rivive il fascino del Natale tra i suoi poveri. Dove non c’è spazio per regali, compere, pranzi e Babbo Natale. C’è solo una "luce" che illumina la vita. Caro padre, sono un missionario laico e opero ad Haiti da quasi dieci anni. Qui, ho aperto una casa per anziani abbandonati ed handicappati che raccogliamo per le strade di Port-au-Prince, e una scuola elementare per i tanti bambini poveri dei quartieri circostanti. Ricevo Famiglia Cristiana da quasi tre anni: l’abbonamento mi è stato offerto dai vostri lettori. La vita ad Haiti è dura per la popolazione. E, a volte, anche per me. Fra tante difficoltà (e anche tanta solitudine), il vostro giornale diventa una compagnia amica.Sarà per il caldo tropicale, l’assenza di pubblicità martellanti o, semplicemente, perché invecchiando ho perso la capacità di vederne la "magia"..., ma la venuta del Natale l’avverto solo pochi giorni prima della festività. Quest’anno, invece, Marie, una donna del vicinato, me ne ha fatto rivivere il sapore nella sua semplicità. Qualche giorno fa, prima dei chiarori dell’alba, Josetta, la figlia di Marie, m’è venuta a chiamare, dicendo che la mamma aveva appena partorito. Dovevo andare a casa sua a tagliare il cordone ombelicale. Ho preso una lametta, due cordicelle, delle bende, un disinfettante e sono andato di corsa. Qui è abbastanza comune che si partorisca in casa, negli ospedali non c’è un servizio notturno e anche se si va per un infarto, una gamba rotta o, appunto, per partorire, fino a mattina inoltrata non c’è l’ombra di un dottore. La "casa" di Marie è la tipica baracca di tre metri quadrati, fatta di vecchie tavole di legno con tetto di lamiera, il pavimento di terra e le pareti interne tappezzate di fogli di giornale. «Che servono per bloccare gli spifferi d’aria», dice Marie. Su un lato della stanza c’è il letto, sul quale sono adagiati mamma e neonato; vicino, un piccolo tavolo con tre sedie. Pentole, vestiti, secchi e borse sono sparsi qua e là.
Un’anatra corre fuori quando entro, mentre il cane mi abbaia. Una piccola lampada a olio illumina a malapena la stanza e quando i miei occhi si adattano a quella luce fioca vedo i quattro figli di Marie e una donna che le sono intorno. I più piccoli mi prendono per mano appena entro e, in silenzio, mi scortano per i due metri che mi separano dal letto. Non c’è bisogno di molte parole: un saluto, un sorriso e lo sguardo che solo una mamma può avere. Grazie a Dio il parto è andato bene e la donna, che è la sua vicina di casa, le è stata accanto come un angelo custode. Procedo all’"operazione", ma i miei pensieri sono lontani. Corrono alla notte di duemila anni fa, quando... «a Betlemme, nella città di Davide è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore». E per pochi minuti, che sembrano un’eternità, ho la grazia di tornare bambino e rivivere la "magia" del Natale. Quella magia dove non c’è posto per Babbo Natale, i regali, il pranzo, le compere... e tutto il resto. Quella magia che dona la grazia di riavere il cuore di un bambino. Un cuore che vede al di là delle apparenze e ha ragioni che non hanno niente a che fare con la logica. Quella magia contribuì, un giorno, a far rinascere in me una fede vacillante e assopita da tanti anni. Viviamo, oggi, tempi difficili per l’umanità, pieni di tante paure: guerre, povertà, razzismo, ingiustizie, il buco nell’ozono, l’ombra del nucleare, conflitti etnici, il Nord contro il Sud del mondo, l’Occidente contro l’Islam... Tutte cose che sembrano aver offuscato la speranza per un futuro migliore. Ogni tanto, abbiamo bisogno di qualcosa che ci ridia ottimismo, gioia di vivere e speranza. Il Natale è un’occasione. Il bambino Gesù è quella speranza che si nasconde anche dietro le situazioni più drammatiche (nato povero, in una stalla, è minacciato di morte dal re Erode, fin dal primo giorno). È quella luce che, come la stella cometa, si manifesta inaspettatamente nella nostra vita quotidiana. È il segno di Dio che, fatto uomo, ha voluto condividere la nostra umanità per innalzarci a una condizione ereditata fin dall’inizio dei tempi. Una presenza per ricordarci che non siamo soli nel cammino della vita.
Il bimbo, nato e vissuto povero, e morto su una croce, di cui si parla da duemila anni, non aveva niente a che vedere con i potenti della terra di quei tempi. Eppure, il suo ricordo non è mai morto e la sua vita ha ispirato ed elevato l’esistenza di moltitudini di esseri umani. Fino ai nostri giorni. Il cordone ombelicale è stato tagliato, il bimbo lavato e avvolto in panni puliti. La mamma lo tiene delicatamente tra le sue braccia, mentre gli altri figli le si fanno intorno e guardano con orgoglio e meraviglia. Riprendendo il cammino del ritorno a casa, sento dentro di me un senso di soddisfazione e di pienezza. Ancora una volta, ho ricevuto più di quanto ho dato. Capita spesso quando si vive con i poveri. Maurizio – Haiti Questa è soltanto la prima parte della "lettera natalizia" che Maurizio ha scritto ad amici e benefattori per far conoscere la sua attività missionaria ad Haiti. Oltre agli anziani e agli handicappati, Maurizio ha creato speciali "ronde" per assistere i poveri che non può ospitare nelle sue case, e per portare cibo e medicinali a vedove e ragazze madri. Tra i suoi progetti futuri c’è anche l’acquisto di un terreno per costruirvi una scuola. La missione va avanti grazie alla generosità di tanti e all’aiuto dei missionari del Pime di Milano (tramite i quali, più di 140 bambini sono stati adottati a distanza) e dei padri Camilliani di Torino. Questa lettera si commenta da sola. Ci dà una lezione di vita, ci fa riflettere sul nostro Natale: se lo viviamo nella gioia o nell’insoddisfazione, nella generosità o nell’egoismo. Grazie, Maurizio, di questa "scossa" salutare. Sono felice, poi, che Famiglia ti faccia compagnia, soprattutto nei momenti duri, grazie alla generosità dei nostri lettori, che offrono l’abbonamento ai missionari. Buon Natale a tutti. D.A.
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