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Chi lavora nei giornali si trova spesso a sfogliare cataloghi di fotografie. Un tempo cartacee, oggi queste raccolte sono consultabili via computer, ma la trasformazione non cambia il risultato, se provate a fare una ricerca che consideri come parole "chiave" mamma e lavoro. Immancabilmente ti appaiono sullo schermo signore dall’impeccabile tailleur, trucco perfetto, capelli in ordine anche se stanno correndo in mezzo al traffico cittadino. Col sorriso sulle labbra e un pargolo, altrettanto perfetto, in braccio, si dirigono verso quella che, si indovina, sarà una radiosa giornata, da trascorrere tra un ufficio foriero di soddisfazioni quotidiane e una casa degna di un reportage sulla rivista di arredamento più à la page. Diciamo la verità, quante immagini simili a quella della foto a fianco si incontrano ogni giorno? Chissà perché, ma ci vengono in mente la signora accucciata accanto alla piccolina nell’atto di supplicarla di "non fare così proprio oggi che c’è la riunione". O la ragazza coraggiosa con la mantella antipioggia che fa zig zag nel traffico verso il nido con il figlio minore sul seggiolino davanti e quello maggiore abbarbicato dietro di lei. O la collega che riscrive mille volte il piano ferie, cercando di farci entrare l’inserimento all’asilo del figlio, con i giorni avanzati dopo il drastico taglio causato dalla varicella della secondogenita. Inutile insistere con gli esempi. A sbriciolare l’immagine della donna " vincente" (come direbbe qualcuno usando un’espressione che la psicologa Silvia Vegetti Finzi, grande esperta del mondo femminile, ha di recente definito «insopportabile sono sufficienti le conclusioni a cui è giunta un’indagine dell’Istat e del Cnel, realizzata su 50.000 donne divenute madri tra il secondo semestre del 2000 e il primo del 2001.
Venti donne su cento che lavoravano prima della gravidanza, dopo la nascita sono rimaste a casa: sette sono state licenziate, le altre si sono dimesse «per l’inconciliabilità del lavoro con l’organizzazione familiare» e soprattutto, come ha dichiarato il 60 per cento delle mamme, «per stare più tempo con i figli». Un desiderio condiviso anche da quelle madri che si sarebbero
volentieri fermate a casa ancora un po’, ma hanno fatto ritorno al
lavoro «per esigenze economiche», una motivazione data dalla metà
delle donne. Del resto, il 16 per cento dei genitori che lavorano
confessano di avere difficoltà economiche e la percentuale sale a 26
quando la mamma non lavora e a 37 quando l’intervistata è in cerca di
un’occupazione. Come spesso accade nel nostro Paese, le differenze
geografiche sono importanti: lavora il 63,2 per cento delle neomadri
residenti al Centro-Nord, a fronte del 32,5 per cento delle mamme del
Sud. Un altro fattore che si rivela importante è il titolo di studio: lavora il 76 per cento delle laureate e solo il 32 per cento delle mamme con una licenza media o elementare. « Mentre per gli uomini», spiegano i ricercatori del Cnel, «l’istruzione è in relazione quasi unicamente con la posizione o la qualifica nell’ambito di una partecipazione al lavoro che è comunque scontata, per le donne un alto livello di studio è un pre-requisito per la partecipazione al lavoro. Anche analizzando l’abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio, si conferma il ruolo determinante del grado di istruzione». Al crescere del titolo di studio, infatti, la proporzione delle madri che smettono di lavorare dopo il parto diminuisce notevolmente. Non solo: mentre i rischi risultano molto più forti nel Mezzogiorno, sia per le madri con la licenza elementare sia per quelle con un titolo di scuola superiore, per le laureate le differenze territoriali scompaiono. Inoltre si rivela influente anche il grado d’istruzione del padre: più alto è, meno si rischia che la madre perda il lavoro (con la situazione paradossale che questo accade molto di più quando il marito non lavora). Pochi bambini all’asilo nido Un ruolo fondamentale, e non c’era bisogno di conferme, è quello dei nonni, cui sono affidati sei bambini su dieci quando la mamma va a lavorare, mentre solo due frequentano un asilo nido pubblico e privato. Ma attenzione: il ricorso ai nonni cala alla nascita del secondo figlio, anche per l’aumentare della loro età. In alcuni casi, inoltre, il nuovo nato causa l’abbandono del lavoro da parte delle madri: quelle che hanno un solo figlio lavorano nel 57 per cento dei casi, mentre fra coloro che hanno due o più bambini lavora il 44,7 per cento.
«Le donne italiane», concludono i ricercatori, «non rifiutano la maternità. Oltre l’80 per cento delle attuali quarantenni ha avuto almeno un figlio, come le loro madri o poco meno. Il vero problema della fecondità italiana sta nella caduta verticale delle nascite di ordine superiore al primo. Il secondo figlio, praticamente una regola per le nostre madri e nonne, è diventato il nodo cruciale sul quale puntare l’attenzione». Questo nonostante che il numero di figli "desiderati" dalla maggior parte delle donne italiane continui a superare i due. Il dubbio che il bilancio dei "costi", inteso nel senso più ampio del termine, del primo figlio pesi sulla rinuncia è molto più di un sospetto.
Renata Maderna
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