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Laurea, lavoro, figlio
e poi fine del lavoro

 
 
Attualità.
di Renata Maderna


INCHIESTA
I RISULTATI PREOCCUPANTI DI UNA RICERCA DELL’ISTAT E DEL CNEL SULLE NUOVE MADRI


MAMME AL LAVORO, CHE FATICA

Sette donne su 100, dopo la nascita di un figlio, vengono licenziate, e 13 si dimettono per problemi economici. Ma anche perché conciliare lavoro e famiglia resta difficile.

Chi lavora nei giornali si trova spesso a sfogliare cataloghi di fotografie. Un tempo cartacee, oggi queste raccolte sono consultabili via computer, ma la trasformazione non cambia il risultato, se provate a fare una ricerca che consideri come parole "chiave" mamma e lavoro.

Immancabilmente ti appaiono sullo schermo signore dall’impeccabile tailleur, trucco perfetto, capelli in ordine anche se stanno correndo in mezzo al traffico cittadino. Col sorriso sulle labbra e un pargolo, altrettanto perfetto, in braccio, si dirigono verso quella che, si indovina, sarà una radiosa giornata, da trascorrere tra un ufficio foriero di soddisfazioni quotidiane e una casa degna di un reportage sulla rivista di arredamento più à la page.

Diciamo la verità, quante immagini simili a quella della foto a fianco si incontrano ogni giorno? Chissà perché, ma ci vengono in mente la signora accucciata accanto alla piccolina nell’atto di supplicarla di "non fare così proprio oggi che c’è la riunione". O la ragazza coraggiosa con la mantella antipioggia che fa zig zag nel traffico verso il nido con il figlio minore sul seggiolino davanti e quello maggiore abbarbicato dietro di lei. O la collega che riscrive mille volte il piano ferie, cercando di farci entrare l’inserimento all’asilo del figlio, con i giorni avanzati dopo il drastico taglio causato dalla varicella della secondogenita.

Inutile insistere con gli esempi. A sbriciolare l’immagine della donna " vincente" (come direbbe qualcuno usando un’espressione che la psicologa Silvia Vegetti Finzi, grande esperta del mondo femminile, ha di recente definito «insopportabile sono sufficienti le conclusioni a cui è giunta un’indagine dell’Istat e del Cnel, realizzata su 50.000 donne divenute madri tra il secondo semestre del 2000 e il primo del 2001.

Tabella.
Tutti i dati di queste tabelle sono in percentuale.

Venti donne su cento che lavoravano prima della gravidanza, dopo la nascita sono rimaste a casa: sette sono state licenziate, le altre si sono dimesse «per l’inconciliabilità del lavoro con l’organizzazione familiare» e soprattutto, come ha dichiarato il 60 per cento delle mamme, «per stare più tempo con i figli».

Un desiderio condiviso anche da quelle madri che si sarebbero volentieri fermate a casa ancora un po’, ma hanno fatto ritorno al lavoro «per esigenze economiche», una motivazione data dalla metà delle donne. Del resto, il 16 per cento dei genitori che lavorano confessano di avere difficoltà economiche e la percentuale sale a 26 quando la mamma non lavora e a 37 quando l’intervistata è in cerca di un’occupazione. Come spesso accade nel nostro Paese, le differenze geografiche sono importanti: lavora il 63,2 per cento delle neomadri residenti al Centro-Nord, a fronte del 32,5 per cento delle mamme del Sud.Tabella.

Un altro fattore che si rivela importante è il titolo di studio: lavora il 76 per cento delle laureate e solo il 32 per cento delle mamme con una licenza media o elementare.

« Mentre per gli uomini», spiegano i ricercatori del Cnel, «l’istruzione è in relazione quasi unicamente con la posizione o la qualifica nell’ambito di una partecipazione al lavoro che è comunque scontata, per le donne un alto livello di studio è un pre-requisito per la partecipazione al lavoro. Anche analizzando l’abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio, si conferma il ruolo determinante del grado di istruzione».

Al crescere del titolo di studio, infatti, la proporzione delle madri che smettono di lavorare dopo il parto diminuisce notevolmente. Non solo: mentre i rischi risultano molto più forti nel Mezzogiorno, sia per le madri con la licenza elementare sia per quelle con un titolo di scuola superiore, per le laureate le differenze territoriali scompaiono. Inoltre si rivela influente anche il grado d’istruzione del padre: più alto è, meno si rischia che la madre perda il lavoro (con la situazione paradossale che questo accade molto di più quando il marito non lavora).

Pochi bambini all’asilo nido

Un ruolo fondamentale, e non c’era bisogno di conferme, è quello dei nonni, cui sono affidati sei bambini su dieci quando la mamma va a lavorare, mentre solo due frequentano un asilo nido pubblico e privato.

Ma attenzione: il ricorso ai nonni cala alla nascita del secondo figlio, anche per l’aumentare della loro età. In alcuni casi, inoltre, il nuovo nato causa l’abbandono del lavoro da parte delle madri: quelle che hanno un solo figlio lavorano nel 57 per cento dei casi, mentre fra coloro che hanno due o più bambini lavora il 44,7 per cento.

Tabella.

«Le donne italiane», concludono i ricercatori, «non rifiutano la maternità. Oltre l’80 per cento delle attuali quarantenni ha avuto almeno un figlio, come le loro madri o poco meno. Il vero problema della fecondità italiana sta nella caduta verticale delle nascite di ordine superiore al primo. Il secondo figlio, praticamente una regola per le nostre madri e nonne, è diventato il nodo cruciale sul quale puntare l’attenzione».

Questo nonostante che il numero di figli "desiderati" dalla maggior parte delle donne italiane continui a superare i due. Il dubbio che il bilancio dei "costi", inteso nel senso più ampio del termine, del primo figlio pesi sulla rinuncia è molto più di un sospetto.

Renata Maderna
   
  
LA LOMBARDIA HA UN NUOVO PROGETTO

«La maternità può anche essere il momento in cui si riflette sulle proprie ambizioni e si rivede lo stesso "contratto psicologico" che si ha con l’azienda», scrive Ada Gnecchi nell’utile guida Donne in carriera. Entrare e far carriera in azienda al femminile, pubblicata da Actl, con consigli, suggerimenti e strategie.

Anche se la situazione di partenza italiana è quella di un Paese in cui il tasso di occupazione femminile è pari al 39,3 per cento, contro il 53,8 della media europea, qualcosa si muove, a vari livelli, per favorire le madri lavoratrici e quelle che vorrebbero diventare tali.

Proprio in questi giorni parte un’interessante iniziativa che prevede informazioni alle imprese e alle lavoratrici illustrazione dei vantaggi in termini di flessibilità e di incentivi fiscali e previdenziali alle aziende, orientamento e accompagnamento alle madri e alle famiglie.

Si tratta di un progetto sperimentale approvato dall’assessorato Formazione, istruzione e lavoro della Regione Lombardia e finanziato dal Fondo sociale europeo, Facilitare la conciliazione tra lavoro e famiglia per lavoratrici madri, cui partecipano UnionCamere, Università Bocconi, Compagnia delle Opere di Monza e Brianza, Consorzio formazione e lavoro della Brianza, Comitato lombardo delle associazioni familiari, Federazione lombarda dei centri di assistenza alla famiglia e la StPauls International con il Cisf, il Centro studi famiglia.

r.m.

   

UN’AZIENDA A MISURA DI FAMIGLIA

Qualcuno pronto ad ascoltarti e anche a darti un consiglio concreto e un "capo" che ti concede il part time senza battere ciglio? Cose che accadono normalmente alla Bracco, l’azienda fondata nel 1927 dalla famiglia che le ha dato il nome, oggi a capo di un gruppo leader mondiale nelle soluzioni globali per la diagnostica per immagini, quali la risonanza magnetica e l’ecografia.

L’attenzione al mondo femminile è una costante del gruppo, che ha tre centri di ricerca, a Milano, Ginevra e Princeton, prima ancora che ne divenisse presidente Diana Bracco.

«Già negli anni ’60 l’azienda aveva donne dirigenti non solamente nelle classiche aree di supporto, ma anche in ambiti inespugnabili altrove, come la ricerca e l’ambito tecnico», spiega Raffaella Lorenzut, assistente alla presidenza. «Col tempo questa impostazione si è andata accentuando. Oggi le donne rappresentano più del 40 per cento dell’organico e oltre il 25 per cento del management dell’azienda».

La gestione del tempo è uno degli snodi importanti intorno a cui ruotano alcune iniziative interessanti, come la possibilità di prendere il part time nel primo anno di vita del bambino con la formula delle sei ore giornaliere. «Uno dei nostri scopi», spiega Raffaella Lorenzut, «è consentire alle mamme di mantenere il ruolo che avevano in precedenza. Cerchiamo anche di favorire una certa flessibilità, come la riduzione della pausa mensa per poter uscire prima. Tenendo conto del principio di equità interna, si cerca di personalizzare il più possibile gli interventi». Le varie decisioni nascono dai colloqui con l’assistente sociale presente in azienda, anche per dare informazioni amministrative e burocratiche e, soprattutto, per dare una mano a ritrovare l’equilibrio dopo il cambiamento importante della maternità. Un aiuto che non si arresta lì: tra gli innovativi progetti a favore dei dipendenti della Bracco, infatti, accanto alle vacanze a sfondo culturale per i figli e tutta una serie di esami medici preventivi, c’è anche la possibilità dell’assistenza domiciliare gratuita per affrontare l’emergenza di un parente anziano o malato.

r.m.


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