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Sei mesi all’Irlanda per raccogliere i cocci e ripulire, altri sei all’Olanda per mandare gli inviti e far tornare a tavola gli invitati che avevano litigato. Così del progetto di Costituzione europea, affondato dai veti della Conferenza intergovernativa di Bruxelles, si tornerà a parlare tra almeno un anno, giorno più giorno meno. Che si tratti di un disastro o di un provvidenziale rinvio, lasciamo ai superesperti deciderlo. Noi ci limitiamo a notare che questo provvidenziale disastro andava preparandosi da tempo, e per ragioni assai più consistenti di quelle di solito ascritte alla spocchia francese, al machismo spagnolo, all’orgoglio polacco e alla simpatica inconcludenza degli italiani. Quanto è successo a Bruxelles bolliva in pentola già da Nizza 2000, da quando cioè si cominciò a far seriamente i conti con la prospettiva dell’allargamento dell’Unione europea da 15 a 25 Paesi, come appunto succederà a maggio 2004. Anche allora, nel sole della Costa Azzurra, i capi dei Governi europei si persero in un dedalo di trattative che sfociarono nel Trattato cui ora Polonia e Spagna si attaccano come ostriche. Si poteva ben capire, tre anni fa, che venisse siglato un accordo che garantiva loro, grazie al meccanismo del "voto ponderato", di pesare quasi (27 voti per loro, contro i 29 garantiti a Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna) quanto Paesi assai più popolosi e generosi nei confronti delle casse dell’Ue: dell’allargamento l’Europa aveva bisogno come il pane. L’allargamento anzi, è il pane per un’Europa che deve assolutamente ampliare il mercato interno per rispondere alla Cina e gli altri Paesi asiatici, che le rubano quote di mercato dei prodotti a basso valore aggiunto, e all’eterna concorrenza (anche a colpi di dazi e barriere doganali) degli Usa, come sempre competitivi nei settori tecnologicamente avanzati.
Chi prende e chi dà Negli ultimi tre anni, però, ne sono successe di cose. La crisi economica mondiale si è acuita, la Russia di Putin non è diventata quel mercato da invadere che si sperava, gli Usa si sono dati un presidente che certo non muore d’amore per l’Ue, la guerra in Irak ha surriscaldato gli animi. Ma soprattutto, ora che l’allargamento è un fatto, in molti Palazzi hanno messo le cifre in colonna: e chi ha scoperto di dover continuare a pagare, magari anche per quel 20 per cento della popolazione polacca che vive d’agricoltura, contribuendo solo per il 3 per cento al Prodotto interno lordo del Paese, ha cercato di fare marcia indietro. Più in generale, l’allargamento ha spinto i Paesi più influenti a cercare di piazzarsi sul terreno per non scivolare al momento in cui i meccanismi comunitari dovranno adattarsi all’Europa a 25. Francia e Germania si sono smarcati dagli Usa prima che l’Unione prendesse posizione sull’Irak, l’Italia ha guidato un gruppo (ricordate l’Appello degli Otto?) che prometteva fedeltà anche militare agli Usa nonostante che l’Europa cercasse faticosamente di costruire una propria forza armata, e così via. Sui quattrini gli opposti si sono attratti, Italia, Germania e Francia hanno collaborato un mese fa per smontare i Patti di stabilità. E se questi facevano così, perché Spagna e Polonia non avrebbero dovuto fare cosà, visto che il Trattato di Nizza consente loro di prendere assai più di quanto danno? Così si è arrivati a Bruxelles 2003 e agli irlandesi mestamente costretti a spendere il loro semestre nella poco gratificante raccolta dei cocci. Come in tutte le storie, comunque, anche in questa verso la fine c’è un "ma". Anzi, due. Il primo: l'Europa a due velocità, o almeno a due intensità, non è da temere perché già esiste. Francia e Germania hanno ormai formato un tandem assai affiatato nel cuore dell’Unione, una forza che nessuno può ignorare. La Gran Bretagna, forse, sta bene dov’è (cioè sostanzialmente fuori dall’Europa) e campa nell’ombra degli Usa. A tutti gli altri, Italia compresa, non resta che adeguarsi: che farà il prode Aznar quando Schroeder smetterà di contribuire anche per lui? Secondo "ma". Tutto si può dire, una cosa è certa: le istituzioni dell’Ue (Commissione, Parlamento, Banca centrale) funzionano, i tavoli dei capi di Governo assai meno. Poiché sfasciare l’Europa non conviene a nessuno, è prevedibile che presto l’iniziativa politica tornerà nelle mani dei vari Prodi, Cox, Trichet, con evidente vantaggio anche per Chirac, Miller, Aznar. Basta aspettare, soprattutto certe scadenze (elezioni europee per prime) ormai vicine. Bilancio di un semestre Si è concluso a Bruxelles anche il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo. Berlusconi non ha colpe specifiche se le cose sono finite male, il gioco era troppo duro e la posta troppo alta, per lui come per chiunque. Se non avesse tentato l’effetto speciale («Ho in tasca la formula magica», o qualcosa di simile), che come al solito gli si è ritorto contro, nessuno l’avrebbe criticato. Certo, si chiude con un fallimento (o un mancato successo) un semestre non disastroso, ma segnato da inutili nervosismi (vedi caso Schultz) e dalla tendenza a trasferire in Europa beghe tutte nostre, come la rivalità tra il premier e Prodi. Servirà a molti italiani per capire che nella villa in Sardegna son tutti amiconi, ma quando si tratta di badare al sodo le pacche sulle spalle servono a poco. L’Italia porta a casa una lista di grandi opere (tre da noi, Torino-Lione, tunnel del Brennero, autostrade del mare, in parte finanziate dalla Ue), qualche sostegno economico alla lotta contro l’immigrazione clandestina e l’Agenzia alimentare. Parma fa bene a festeggiare, la difesa del cibo è una cosa bella e importante. Come Paese, meglio un profilo basso. Se fosse alto, parrebbe la solita storia: con Franza o Spagna, purché se magna.
Fulvio
Scaglione
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