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Si autodefiniscono un caso piuttosto anomalo nel panorama musicale italiano di oggi. E non solo perché loro, i Pooh, sono insieme da ben 37 anni, «il che, oltre che un’anomalia, è un vero miracolo», confessano. Ma anche perché da tanti anni li unisce un grande impegno solidale, che i quattro musicisti portano avanti senza farsi grande pubblicità, soltanto per la voglia e il desiderio di farlo.
«Arriva un momento nella vita di un artista in cui, dopo tante cose belle che gli sono successe, deve pensare anche a restituire qualcosa a chi è meno fortunato di lui. In secondo luogo, da ragazzi che eravamo siamo diventati uomini e genitori, e, in quanto padri, abbiamo pensato di fare qualcosa in favore dell’infanzia nei Paesi più poveri. Credo che le iniziative solidali nascano un po’ così, da una coscienza sociale che ti cresce dentro girando il mondo e osservando la vita. Noi siamo un po’ dei cronisti della realtà, raccontiamo in musica, ed è fuori di dubbio che veniamo colpiti in modo maggiore dalle storie di ogni giorno. Per noi non c’è niente di eccezionale nel fare tutto questo. Sarebbe, anzi, eccezionale non farlo».
«Sì, prima avevamo partecipato ad altre iniziative con varie associazioni. Per il nostro impegno sociale siamo stati anche nominati Cavalieri della Repubblica. In realtà, delle nostre campagne non abbiamo mai parlato più di tanto, non ci siamo mai fatti pubblicità, lo facciamo solo perché abbiamo voglia di farlo. Noi Pooh siamo sempre stati dei ragazzi tranquilli, molto poco vip, coi piedi per terra».
«Abbiamo sostenuto la costruzione di 12 parchi gioco per bambini nei Balcani, appena finita la guerra. Siamo andati in ex Jugoslavia a vedere i militari italiani montare questi parchi, ed è stata un’esperienza straordinaria, che ci ha colpito come padri: vedere un bambino non tuo ricevere qualcosa da te ed essere felice è un’emozione. Abbiamo poi sostenuto una scuola professionale all’interno di un lebbrosario nel Sudest del Madagascar, dove i ragazzi che arrivano per curarsi – e rimangono anche per molto tempo – possono imparare un mestiere e, una volta guariti, ritornare nelle loro comunità con la prospettiva di realizzare qualcosa di utile, senza essere costretti a mendicare o a vagabondare. In Italia, poi, abbiamo fondato l’associazione "Salva la musica": abbiamo acquistato un’aula di musica, completa di un kit di strumenti, per 21 scuole, scegliendole nelle zone più disagiate».
«Sì. Stiamo contribuendo alla costruzione di un conservatorio-auditorio nella missione Betania di padre Marco Dessy, a Chinandega, per aiutare con la musica tanti ragazzi a togliersi dalle discariche, nelle quali tantissimi bambini vivono e muoiono, non superando la soglia dei 13-14 anni: un fenomeno vastissimo in Nicaragua. Padre Dessy ha fondato il Coro Getsemani, un gruppo di giovanissimi che gira il mondo con i suoi concerti e, con il suo ricavato, aiuta altri ragazzi ad abbandonare le discariche. Sono venuti anche in Italia e noi Pooh ci siamo esibiti a giugno insieme a loro. Sono ragazzi davvero incredibili, hanno una bella anima, un grande calore e tanta sensibilità. Sono molto simili ai nostri figli italiani».
«Sì, ad aprile 2004. Questa è la nostra grande forza: alla fine di ogni campagna solidale andiamo direttamente sul posto e mostriamo, attraverso la televisione, i giornali e Internet, quello che abbiamo costruito, anche con l’aiuto del nostro pubblico, che in ogni nostro concerto è ben felice di dare un contributo ai volontari di "Rock no war!". È importante far vedere i risultati realizzati, perché spesso la gente è diffidente sul dove i fondi vanno a finire».
«Sì, enorme. Il nostro pubblico è un altro grande miracolo. In tanti anni non è venuto mai meno, non ci ha mai abbandonato. E la cosa bella è che si rinnova continuamente, spaziando dalle vecchie generazioni, che rimangono fedeli, ai giovanissimi che subentrano».
«È vero. È molto importante che chi dà la sua testimonianza sia un personaggio conosciuto, perché ha più credito presso la gente. Chi, come noi, ha la fortuna di aver trasmesso in tanti anni di carriera delle buone emozioni attraverso le canzoni, si sente un po’ come un fratello maggiore, un amico, un compagno dei suoi fan, si sente, insomma, come uno di famiglia. Allora, quando questo artista diventa testimonial di una campagna solidale e chiede il contributo al suo pubblico, la gente non rifiuta, perché è come se dicesse di no a uno di famiglia».
Giulia
Cerqueti
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