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Nella vita dell’attrice, recente protagonista di I ragazzi della via Pál, c’è un prima e un dopo: a fare da spartiacque, il piccolo Francesco di 3 anni, nato «nonostante tutto». Se volete farla contenta, portatela al cinema a vedere un film strappalacrime, della serie: "era bello, ho pianto tanto". Perché, confessa lei con aria seria ma un lampo birichino negli occhi da gatta, «mi piace emozionarmi, tuffarmi nei sentimenti senza ritegno. Ah, quando penso alla scena di Ghost in cui Demi Moore scopre che il marito morto è lì al suo fianco, in spirito... Bellissimo! Sì, è un sollievo piangere davanti allo schermo, e anche dietro: per un’attrice, si sa, i ruoli tragici sono i più divertenti da interpretare». E tuttavia... Chiedete a Nancy Brilli delle emozioni scatenate in lei – prima ancora che in noi freschi spettatori di I ragazzi della via Pál – dalla scena più toccante del film, quando il piccolo Nemecsek muore tra le sue braccia di madre, e ascolterete un significativo distinguo: «Rappresentare la morte di un bambino non è mai facile, anche se, come le lacrime, fa parte del mio mestiere; ma per una mamma è ancora più difficile, perché costringe a fare i conti con la paura primigenia, quella di perdere un figlio. Mi creda, è un pensiero che non riesco quasi a esprimere, tanto mi fa orrore. Certo, "prima" sarebbe stato diverso...».
«Lo considero un dono di Dio perché è arrivato nonostante tutto: la malattia – un tumore alle ovaie nel 1994 – e di conseguenza un corpo "incompleto" che sembrava negato per la maternità. Ma io questo figlio lo volevo fortemente, così come lo voleva suo padre Luca (Manfredi, ndr), e ho fatto di tutto per averlo: Francesco è stato davvero desiderato, e pur avendo solo 3 anni percepisce l’alone d’amore che lo avvolge. Il rischio, semmai, è quello di viziarlo troppo, visto che la tentazione di coprirlo di regali quando il lavoro mi tiene lontana è sempre in agguato; e allora cerco di abituarlo a valori diversi, portandogli un libro di favole da sfogliare insieme, anziché un sofisticato robot (ai regali costosi ci pensa il parentado: una battaglia persa). Ma poi vedo Chicco improvvisarsi musicista con un cucchiaio di legno e un coperchio, e mi rassicuro. I bambini sono più saggi di noi».
«Non ho memoria di quel tempo. A 9 anni ho perso la mamma e per me, da quel momento, l’infanzia si è completamente cancellata. Conservo solo dei flash, immagini nitide ma frammentarie di me bambina e della mia cameretta. Per fortuna mio fratello Marco ricorda tutto e mi racconta della nostra infanzia, e poi c’è la nonna che soddisfa la mia voglia di sapere».
«Ma Francesco è nato praticamente in tournée, e fin dai primi mesi viaggiava con me, la tata, un carico di pannolini, le minestrine (cucinavamo noi, altro che omogeneizzati!). Da allora non ha smesso di seguirmi in giro per il mondo – è stato anche in Africa e in Ungheria, i giardinetti di Budapest non hanno segreti per noi – e a ogni trasferta si diverte di più perché impara qualcosa di nuovo: ormai conosce a menadito gli ordini del set, sente: "azione!" e si blocca, allo "stop" ritrova tutta la sua vivacità. Essere figlio e nipote d’arte vorrà pur dire qualcosa... Però è convinto che tutte le madri del mondo stiano in televisione, sui manifesti, nei giornali; un giorno ha messo in mano a un amichetto dell’asilo la rivista con la mia foto in copertina e gli ha chiesto: "Questa è la mia mamma: la tua dov’è?"».
«Intenso, sì, e soprattutto generoso di personaggi assai diversi tra loro: penso alle cinque donne di Blue room, la commedia teatrale interpretata in America da Nicole Kidman, all’ormai collaudata Vicky di Il bello delle donne, effervescente e grintosa, alla povera e dignitosa madre dei Ragazzi della via Pál, e ancora all’appariscente Aurelia di Febbre da cavallo 2 e alla diva dei telefoni bianchi, amante di un gerarca fascista, protagonista dell’opera prima di Barbara Barni, Il compagno americano. Ma questo è già "ieri": in programma ci sono un bel film per la Tv, Madame Bovary, e due progetti per il cinema. Prendendomi fra uno e l’altro, naturalmente, almeno un mese per stare con Francesco. Perché quando passi sul set 12 ore al giorno, torni a casa stravolta e ti tocca fare la caccia ai lupi su e giù per i divani, puoi essere in forma fin che vuoi, ma...».
«Poiché non ho mai puntato tutto sull’aspetto fisico, anche se ci ho giocato spesso, quella brutta esperienza non ha modificato il mio modo di vedermi e di propormi. L’ha fatto, invece, la maternità: secondo me ai bambini, oltre che amore, si deve rispetto, e non so quanto si divertirebbe Chicco a vedere la mamma in pose procaci e atteggiamenti provocanti. Una presa di coscienza che mi ha spinto a diventare testimonial dell’Aidos, l’associazione che lotta per una maternità senza rischi nel Terzo Mondo. Sono fiera di questo impegno, mi sembra un modo sano e onesto per restituire qualcosa del tanto che la vita mi ha dato». Luisa
Sandrone
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