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"MASTER & COMMANDER" DI PETER WEIR, CON RUSSELL CROWE AI CONFINI DEL MARE Storia di un capitano di Sua Maestà Britannica in lotta contro i francesi. E di un attore felice di diventare padre. La fama di scontroso, burbero perfino, lo precede ovunque. È frutto però dei soliti giornali scandalistici anglosassoni. È vero, all’appuntamento per l’intervista si presenta con due ore di ritardo. Ma è colpa degli stritolanti meccanismi pubblicitari delle major di Hollywood (qui la Buena Vista, cioè Disney), che obbligano le star a estenuanti spostamenti di Paese in Paese, anche solo per poche ore, pur di darle in pasto a centinaia di giornalisti e telecamere. Malgrado ciò, Russell Crowe si offre alle domande pacato e sorridente: sa che con Master & Commander di Peter Weir ha fatto ancora una volta centro. Dopo la statuetta vinta con Il gladiatore e le nomination ottenute per The insider e A beautiful mind, i critici statunitensi lo danno già sicuro protagonista anche della prossima notte degli Oscar.
«Francamente, non m’importa. Come ho detto l’ultima volta che sono stato qui a Roma, ho già avuto una statuetta. Non me ne serve un’altra», dice con un lampo di cinismo Crowe, 39 anni, barbetta corta e camicia bianca aperta sul collo possente, aria da duro fascinoso. «Ciò che conta è che Peter Weir ha fatto un film grandioso. Con lui, il rapporto sul set è stato splendido. Per rilassarci e farci concentrare, ci faceva ascoltare musica di continuo. A tutta la troupe!».
«Ricordo bene quando la situazione era rovesciata. Adesso, posso permettermi il lusso di scegliere. Il fatto è che devo appassionarmi al mio personaggio, altrimenti non riuscirei a interpretarlo. Ho amato il gladiatore Maximus che si batte nell’arena, il dottor Wigand che sfida le major del tabacco, il professor Nash che lotta contro la schizofrenia fino a conquistare il premio Nobel».
«È un tipo d’uomo che non esiste più, di cui si è perso lo stampo. Per essere un ufficiale della Royal Navy è alquanto indisciplinato, ma con i suoi metodi poco ortodossi sa ottenere risultati insperati. Di lui ammiro lo spirito di comandante che ha sempre a cuore i suoi uomini. E che sa comunicare con loro. Un lupo di mare dalle mani callose che rivela un’insospettata sensibilità, una rara profondità di sentimenti. Grazie anche al suo amore per la musica». La storia, ispirata a due dei venti romanzi della saga marinara scritta da Patrick O’Brian, prende le mosse nel 1805, in piena guerra napoleonica, quando inglesi e francesi se le davano per il mondo di santa ragione sotto l’astro onnipresente di Orazio Nelson. Al capitano Jack Aubrey, detto "Lucky" Jack, viene affidata la missione di salpare col vascello Surprise da Gibilterra, solcare l’Oceano Atlantico e, lungo le coste brasiliane, dare la caccia a un galeone pirata francese che attacca le baleniere di Sua Maestà Britannica. L’inseguimento, pericoloso, estenuante, lo porterà più lontano, a doppiare il tempestoso Capo Horn, fino al paradiso delle isole Galápagos. I meravigliosi scenari naturali, le avventure, le battaglie, i lunghi disagi. Soprattutto l’amicizia di Jack col medico di bordo, il razionale Maturin (Paul Bettany, che era stato amico di Crowe anche in A beautiful mind). E tutto quel turbinio di sentimenti umani che può scatenarsi nel microcosmo di una nave.
«Ho letto molto, avevo a disposizione una bibliografia enorme. Ho studiato i termini marinari, la strategia navale, le navi di quel periodo. Niente però è stato più arduo dell’apprendere a suonare il violino. Non c’è stuntman che tenga».
«Io scelgo sempre l’amicizia».
«Non mi identifico con i personaggi. Forse, come lui sono determinato. Non mi scoraggio davanti alle difficoltà. La tenacia è una qualità. Non amo, comunque, le mezze misure. Mi piacciono personaggi estremi: eroici o cattivissimi».
«Il suo senso del dovere. Ma oggi è assai difficile trovare persone così».
«Il vostro giudice Paolo Borsellino. Un uomo che in una situazione estremamente difficile, tanto da mettere a rischio la sua vita, ha sempre posto il bene della comunità davanti ai propri interessi. Così come Jack, nel film, fa di tutto per salvare il suo equipaggio e la sua patria, Borsellino ha sempre agito in nome di un bene più grande: il suo Paese».
«Perché tanta meraviglia? Sono fondamentalmente curioso. E leggo libri».
«Girerò Cinderella man con il regista Ron Howard. È la storia di un pugile negli anni della Grande Depressione. Mi aspettano tre mesi di palestra per divenire un boxeur credibile. Ma così avrò il tempo pure per la cosa più importante».
«Mia moglie Danielle sta per darmi il primo figlio. Dovrebbe nascere a gennaio. Lo aspetto con ansia. Non vedo l’ora di poterlo guardare negli occhi».
«Non so se riuscirò a essere un buon padre. So, però, che farò del mio meglio per farlo ridere e per farmi amare». Maurizio
Turrioni
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